Contadini e signori - Theodor Kallifatides
Comincia bene, poi, dopo le prime venti pagine, diventa dapprima noioso, poi anche volgare. Peggio di così è difficile.
Una stella è anche troppo.
Comincia bene, poi, dopo le prime venti pagine, diventa dapprima noioso, poi anche volgare. Peggio di così è difficile.
Una stella è anche troppo.
Questo libro spiega le origini del supereroe che ha cambiato la storia che ha appassionato migliaia di persone e che dona un po' di allegria a questo mondo pieno di problemi.
"Quando vedo i miei uomini leggere gli albi di Superman nelle loro trincee, so che tutto va bene"
-Generale Wesley Clark,
Parla della storia di una donna che farà grandi cose.
Il mondo diventerà più veritiero grazie al suo lazo e diventerà simbolo di diritto e uguaglianza!
Questo libro parla della nascita dell'uomo d'acciaio che con la sua bella "S" sul petto sbaraglierà tutti i suoi nemici e diventerà un simbolo di speranza.
Un libro molto simpatico e divertente!
Bellissimo.
Questo libro parla di una ragazza che ha paura di ingrassare perché da grande vuole la modella.
La sua amica la sosterrà e insieme risolveranno tutto scavalcando ogni ostacolo percorrendo ogni passo mano nella mano.
Una storia piena di magia!
Questo libro è fantasmagorico!
Io quando l'ho finito mi sono molto commossa perché praticamente il nonno della protagonista ha perso la moglie perché è morta.
Allora il nonno continua a ricordarla.
E questo fa veramente stringere il cuore.
Bellissimo!
Molto bello questo libro.
Però per i miei gusti hanno messo pochissime supereroine il che questo mi ha dato molto fastidio.
E’ innegabile che Andrea Molesini tragga spunto dalla guerra per scrivere non pochi suoi romanzi; era già accaduto per quello d’esordio, cioè per Non tutti i bastardi sono di Vienna, trovando nuovamente conferma in La primavera del lupo, così come in Un’ombra sconsolata mi cerca. Appare evidente che un conflitto armato è il terreno ideale per mettere alla luce la natura umana, con tutti i suoi limiti, ma anche con tutti i suoi pregi.
In La macina della risacca troviamo un protagonista di particolare interesse, un uomo prossimo alla morte e che nel raccontare al figlio la sua esperienza bellica dopo l’8 settembre 1943, cerca di dargli quella crescita etica che in precedenza non ha saputo insegnargli. Se la storia di peregrinazione di questo maggiore della Regia Marina per sfuggire alla deportazione in Germania, percorrendo, quasi sempre a piedi, un itinerario che va dalla Liguria a Venezia ove ha casa sua sorella, apre scorci di intensa tensione, riservando però lo spazio per gli incontri con figure di tutto rilievo, la narrazione in ospedale al figlio presenta momenti in cui la ricerca dell’introspezione è meritevole della miglior considerazione e diventa il pregio dell’opera. Ne deriva una crescita comune, del figlio, ma anche del padre, e da quest’ultimo scaturisce un lungo testamento spirituale che è l’autentico messaggio del romanzo.
Oltre ai due protagonisti, Rolli che è il padre ed Andrea che è figlio,attori per così dire non principali sono Elvira, rispettivamente moglie e madre, ricoverata in una clinica a seguito di una grave depressione, e la dottoressa dell’ospedale, l’attraente Kaisermann, con cui il giovanotto allaccia una relazione senza speranza.
Padre, figlio e madre sono una famiglia, nel vento del tempo, un tutt’uno di cui non sapremo mai il cognome, come è logico per chi finisce per legarci affettivamente; i genitori sono protagonisti di un’epoca trascorsa, le ultime falene che bruciano la loro esistenza alla fine di un tempo che è solo il loro, ma che cercano di condividere con il figlio, che rappresenta l’oggi, ma anche il futuro, un futuro che si auspica non debba mai vedere guerre come quella che sconvolse l’Europa fra il 1939 e il 1945.
Benché l’opera sia permeata da un senso di morte, o almeno dal desiderio del malato terminale Rolli di togliere il disturbo anzitempo, il romanzo è in verità un canto alla vita, una perfetta antitesi della morte, in cui il vissuto del padre, narrato, non solo cerca di essere un supporto all’esistenza del figlio, ma è l’inconscio desiderio di tutti, cioè che qualcosa di noi rimanga in chi resta.
Da leggere.
La guerra italiana è il terzo saggio che leggo di Marco Mondini e anche in questo apprezzo da subito la struttura bene impostata finalizzata allo scopo che l’autore vuole raggiungere.
Sulla prima guerra mondiale, la cosiddetta Grande Guerra, hanno scritto in tanti, opere di indubbio valore, ma non così complete come questa che analizza tutti gli aspetti relativi a questo immane conflitto, fatta eccezione per gli episodi bellici; ciò non è una lacuna, perché lo scopo non era tanto di parlare di strategie, di scontri e di battaglie, terreno sul quale in molti si sono per lo più egregiamente esercitati, bensì di guardare alla guerra partendo da una diversa prospettiva volta a descrivere e ad approfondire la storia sotto l’aspetto sociale e culturale. In questo modo la visione che ritrae il lettore è ampia e completa e ha esattamente la fotografia di un periodo di un paese che s’appresta alla guerra, che la conduce vincendola a dispetto di ogni previsione e di quel periodo sempre delicatissimo del dopo guerra foriero di un futuro senza pace.
L’autore già nel sottotitolo evidenzia le sue intenzioni, laddove Partire riporta la generale illusione di una guerra che al più sarebbe durata fino a Natale ed evidenzia gli aspetti dell’anteguerra, cioè la propaganda strettamente connessa alle marcate divisioni fra interventisti e neutralisti, mentre in silenzio avviene la mobilitazione generale.
Con Raccontare si parla di come il conflitto è stato vissuto, attraverso le lettere dal fronte, la diaristica, la censura militare e i giornali; con Tornare, invece, finito il conflitto viene affrontato il tema del reinserimento quasi sempre traumatico dei reduci in una società profondamente cambiata con un’attenzione particolare all’aspetto psicologico del lutto collettivo, disquisendo infine sulla cosiddetta vittoria mutilata, un vero e proprio mito che sarà il terreno su cui sorgerà il fascismo.
Per brevità ho sintetizzato quello che invece l’autore ha ampiamente ed esaurientemente trattato e al riguardo tuttavia mi permetto di porre in risalto alcuni aspetti chiave:
1) quando il male non viene solo per nuocere, la Grande Guerra è stata la prima occasione dopo l’Unità Nazionale in cui in trincea si trovavano vicini italiani del nord, del centro e del sud, insomma imponendo una reciproca conoscenza che porterà a quella saldatura di identità nazionale prima pressoché inesistente;
2) ci sono cantori della guerra e detrattori ed è importante per Mondini analizzare come il conflitto sia stato raccontato e anche giustificato; in questo senso, accanto alla retorica patriottica, convivono disillusioni, aspre critiche, lamentele laceranti;
3) il dopoguerra, soprattutto per noi italiani, ha assunto particolare importanza, e qui l’autore parla diffusamente dello straniamento dei reduci piombati in pochi anni in una società di pace molto diversa dalla precedente; inoltre determinanti per il seguito sono due circostanze e cioè l’incapacità dello Stato di accogliere chi torna dai campi di battaglia o dalla prigionia e una accentuata sacralizzazione dei caduti, argomento di notevole peso politico.
Credo che si possa ben comprendere pertanto l’importanza di questo saggio storico che offre una visione totale di quella guerra e che porta a capire che se imprevedibilmente ci arrise la vittoria, tuttavia non conquistammo la pace; nasce così l’immagine di uno stato che entra nella modernità non attraverso un’equilibrata evoluzione, ma in forza del trauma collettivo di una guerra devastante.
L’opera è scritta da uno storico, che insegna anche all’università, e se pure non è detto che necessariamente costituisca testo per un esame, tuttavia richiede una maggior applicazione al lettore. Niente, però, che non possa essere effettuato da persona abituata allo studio e soprattutto alla riflessione.
Si accorgerà così di avere per le mani un lavoro di grandissimo interesse e utilità.
Da leggere dopo un viaggio in Grecia e in Turchia per poter apprezzare i molti riferimenti alle tradizioni di queste due nazioni.
Prosegue la campagna di Sharpe in Spagna e la fantasia di Bernard Cornwell comincia a essere messa a dura prova, perché trovare qualcosa che l’eroico capitano non riesca a fare è sempre più difficile. Tuttavia, sforzando le meningi, l’autore l’inglese è riuscito a trovare ancora una volta una storia originale. Corre il 1809 e Sharpe e i suoi uomini si trovano aggregati a un reggimento di reclute, il South Essex, comandato dall’incapace, Henry Simmerson, un personaggio viscido, perché anche vigliacco, ma con ottimi agganci politici, lutto interessato alla forma e non alla sostanza, un insieme di caratteristiche che inevitabilmente entrano in contrasto con il nostro protagonista principale. Non vado oltre, anche perché la trama è abbastanza semplice e non intendo correre il rischio di svelare troppo. Basti sapere che Sharpe, per evitare una condanna per tradimento (disobbedienza a un ordine che ha così salvato l’esercito inglese da una sconfitta) ha pensato bene di conquistare un simbolo del nemico di grande significato e cioè un’aquila bronzea che lo stesso Napoleone Bonaparte ha consegnato di persona a ognuno dei suoi battaglioni.
Come al solito Bernard Cornwell è un maestro nel descrivere le battaglie, stando bene attento a non incorrere nella retorica, anzi i suoi scontri parlano di dolore, di sete, di fatica immane, di tante morti; è un’abilità che gli va riconosciuta e che dà valore ai suoi romanzi. Inoltre, benché Sharpe sia un personaggio di fantasia, ma molto ben delineato non solo per l’aspetto esteriore, ma anche per il suo atteggiamento psicologico, la storia di cui l’autore parla è una storia vera, nel senso che molti dei protagonisti sono vissuti effettivamente, che la campagna di Spagna si svolse in quel certo modo e vi furono quelle battaglie, come quella di Talavera, uno scontro immane descritto in modo esemplare e che avvince il lettore in un crescendo di tensione, con un dinamismo e un realismo da strappare gli applausi.
Anche questa volta dalla penna di Cornwell è uscito un romanzo capace di far trascorrere con grande piacere alcune ore a chi desidera distrarsi senza porsi tanti problemi.
Corre quasi un secolo fra il sacco di Roma iniziato il 6 maggio 1527 e quello di Mantova del 18 luglio 1630, in entrambi casi attuato dai lanzichenecchi, i soldati mercenari al soldo dell’imperatore. Si tratta di due drammi epocali, di più ampia risonanza il primo e di minor notizia il secondo, per quanto con questo inizi quel periodo di decadenza dei Gonzaga, in embrione già da tempo, e che si concluderà amaramente nel 1707 allorché l’ultimo duca Ferdinando Carlo di Gonzaga-Nevers verrà dichiarato decaduto per fellonia. Di ben altro spessore sono i protagonisti, poiché nel primo caso troviamo, vedova, Isabella d’Este, risentita non a torto per essere stata posta in secondo piano dal figlio Federico, irretito dalla bella Isabella Boschetti. La signora marchesa non è tipo di stare nell’ombra e benché si trovi dietro le quinte briga per difendere il suo piccolo regno di Mantova e la sua casata originaria dei D’Este. Si troverà così a Roma durante il famoso sacco e sarà ancora una volta una protagonista indiscussa prodigandosi a salvare quanta più gente possibile, servendosi anche dello stretto rapporto di parentela con il Conestabile di Borbone, suo nipote, e con il comandante Ferrante Gonzaga, suo figlio.
Di questo evento, degli antefatti e dell’immediato seguito scrive Roberto Brunelli con una narrazione strettamente aderente alla storia, ma di gradevolissima lettura, tanto che si ha l’impressione di leggere un romanzo. Di questa straordinaria capacità di proporre una disciplina in modo accattivante già si era avuto un esempio con i libri di Maria Bellonci, ma il nostro monsignore (Brunelli era un sacerdote) non è da meno.
Così prendono corpo piano piano ombre che sembravano disperse nelle tenebre del tempo andato, risorgono a nuova luce personaggi del calibro di Giovanni dalle Bande nere, di Federico II Gonzaga, dell’imperatore Carlo V, del papa Clemente VII, di Baldassarre Castiglione, ma soprattutto di Isabella d’Este, non solo una prima donna, bensì la prima donna. Non si può non apprezzare la statura della marchesa, un’autentica statista, che della diplomazia aveva fatto un’arte, e a cui nulla si può rimproverare perché in un’epoca in cui ancora le donne erano escluse dalla gestione del potere lei riusciva a imporre la sua linea a papi e a imperatori.
Scarlatto vermiglio porpora. Storie di casa Gonzaga è un’opera di indubbio grande valore, non solo per la storia locale, ma per quella a livello nazionale, perché tratteggia bene l’innata incapacità di noi italiani di trovare un accordo per il bene comune, per la difesa del suolo natio. Non si tratta di storia di poco conto, ma di grande storia, perché il sacco di Roma non è che la conclusione di una guerra condotta in Italia, ma propugnata da fuori, così come avverrà poi con la seconda calata dei lanzichenecchi e il sacco di Mantova. L’opera si conclude il 21 settembre 1631 con Maria Gonzaga, figlia primogenita del duca Francesco IV, e con il Duca suo suocero Carlo I di Gonzaga Nevers che si trovano nel giardino segreto dopo il sacco dei lanzichenecchi; ancora attoniti fanno il punto della situazione e si impegnano a ricominciare, a ridare vita a una città e linfa a una dinastia. Sappiamo però come andò a finire.
Il libro è senz’altro più che meritevole di essere letto.
A me sinceramente ha fatto un po' paura quando l'ho letto.
Perché infatti il libro affronta la psicologia della nemesi dell'Uomo Ragno, cioè Goblin, in tutte le sue sfumature.
Infatti a me ha dato l'impressione che Goblin volesse vedere fino a che punto poteva resistere Spider-man.
Quindi anche se siete fan dell'Uomo Ragno non affrettatevi a prendere questo libro perché potrebbe farvi paura se non avete l'età giusta.