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Amore mio uccidi Garibaldi - di Isabella Bossi Fedrigotti

Forse sarà per l'età che mi porta a guardare indietro anziché in avanti, forse sarà perché le storie familiari, specie di un'epoca lontana, mi sono sempre piaciute, comunque sta di fatto che questo Amore mio uccidi Garibaldi mi ha affascinato. Di per sé può sembrare una storia come tante altre, di un periodo particolare della vita di due coniugi, ma l'epoca storica (è l'anno 1866), l'ambientazione, le atmosfere e indubbiamente la mano felice dell'autrice sono riuscite a trasformarla in un vero e proprio gioiellino. E credo che in larga parte non sia frutto d'invenzione, poiché qui Isabella Bossi Fedrigotti racconta del bisnonni paterni, vale a dire del  conte Fedrigo Fedrigotti, e della principessa Leopoldina Lobkowitz, il primo un italiano di Rovereto in quel tempo ancora  austriaca, la seconda boema di un nobile casato di grandi proprietà terriere. Sembra quasi che la terra unisca questi due esseri in un comune destino, ma su piani completamente diversi, perché Fedrigo è un piccolo nobile di campagna, appassionato agricoltore, ma con ben pochi mezzi finanziari, la seconda è una donna che fatica a trovare marito, pur essendo parte di una famiglia assai ricca.
Ma se l'incontro fra Fedrigo, avvenuto  a Vienna quando lì si trovava con il suo reggimento di Ussari (era sottotenente di seconda classe), e Leopoldina, reduce da una promessa di matrimonio venuta meno, può sembrare frutto di calcoli di convenienza di diversa natura, la loro unione dimostrerà negli anni che alla radice del vincolo coniugale ci sono passione e amore. Sono due personaggi che singolarmente non brillano in modo particolare, ma insieme rilucono di una luce viva e dire che sembrano fatti l'uno per l'altra può apparire perfino superfluo, tante sono le occasioni e i comportamenti che inducono a credere che siano stati una coppia felice.
L'onestà e la dignità di Fedrigo, la capacità di Leopoldina di saper rinunciare agli agi, se pur sono virtù innate, si rafforzano nell'amore che li lega, un amore che li porta, pur fra tante difficoltà, a superarle, a lottare non tanto per se stessi, ma per la loro famiglia, allargata dalla nascita di un maschietto e di una femminuccia. Nel contesto di questa storia assume particolare rilievo la terza guerra d'Indipendenza, quella per intenderci che vide le nostre sconfitte a Custoza in terra e a Lissa in mare. In un Trentino in cui si parla quasi solamente l'italiano, le idee risorgimentali sembrano fare breccia di più fra la classe borghese e i nobili, fatta eccezione per Fedrigo, fedele al suo imperatore; l'idea di un Tirolo italiano non attecchisce invece fra la povera gente, fra i contadini, la cui fedeltà agli Asburgo forse deriva dal fatto che l'esperienza insegna che, cambiando padrone, nulla muta (e solo se va bene) nella loro condizione.
L'esercito italiano, sconfitto sul campo, si riscatta con Garibaldi e le sue Camicie Rosse, che, adottando la tattica della guerriglia, scorrazzano nelle valli Giudicarie e in Val di Ledro. Il generale e i suoi soldati, con la loro passione, che li porta a superare ogni ostacolo, sembrano rappresentare metaforicamente l'avvento di un nuovo mondo, in continua evoluzione, in netto contrasto con l'immobile e spento impero austriaco, il cui declino è già da tempo iniziato e si concluderà assai più tardi nel 1918 a Vittorio Veneto. Fedrigo e Leopoldina sono parte  di questo stato ormai inerte, incapace di trovare nuovi slanci per rinnovarsi; temono i briganti garibaldini e lui si arruolerà volontario per combatterli. Inizia una fitta corrispondenza fra marito e moglie, un abile espediente per raccontarci di questa guerra e di un mondo che lento si spegne sulle note dei valzer viennesi.
“Amore mio, uccidi subito questo Garibaldi” scrive Leopoldina, come se sopprimendo un uomo si potesse risolvere il problema di una inarrestabile decadenza. Ovviamente Fedrigo non sopprimerà il capo dei briganti, ma dopo l'armistizio, beneficiando di una campagna militare in cui tuttavia non ha sparato colpi, assumerà incarichi importanti e ben remunerati. Sia lui che Leopoldina, visceralmente anti italiani, chiuderanno gli occhi prima dell'inizio della Grande Guerra e del crollo drammatico dell'Impero.
Il romanzo, che si legge con facilità e con grande piacere, è veramente bello, affascinante e commovente al tempo stesso, e ha inoltre il grande pregio di essere un preciso e interessante quadro storico.
Da leggere, ovviamente.

La donna dei fili - Ferdinando Camon

Credo di aver letto tutti libri che ha scritto Ferdinando Camon, tranne tre: La malattia chiamata uomo, Il canto delle balene e La donna dei fili. Perché questa lacuna? Per l´argomento trattato che ha a che fare con l´analisi psicologica, tematica che non solo non mi ha mai interessato, ma che ho sempre considerato non di mio gradimento. Di ciò è consapevole l´autore padovano, anche per il rapporto di conoscenza che ci lega, ma ammetto che questa mancata lettura un po´ mi fa vergognare e pertanto, approfittando dell´uscita della nuova edizione di La donna dei fili, per i tipi di Apogeo, ho deciso di ovviare a questa mia mancanza, certo di fare cosa giusta e perciò ricorrendo al mio massimo impegno.
Con fatica, non poca peraltro, ho letto il libro e se non posso dire che mi ha entusiasmato, posso però anche confessare che, contrariamente alle mie iniziali previsioni, non mi è dispiaciuto. E confessare mi sembra il verbo giusto, visto che l´analisi, questo aprirsi, spalancare il proprio inconscio all´esame di uno specialista, è simile a una confessione, certamente non religiosa, ma civile, anche se i risultati sono diversi, come è ovvio che sia.
Il romanzo, perché di romanzo si tratta, è la cronaca di un´analisi a cui si sottopone la quarantenne Michela, lei sul lettino, lo specialista su una poltrona.
Viene da chiedersi chi è il protagonista e verrebbe da dire subito Michela, ma non è così, perché il protagonista è Ferdinando Camon che ha usato l´artificio di trasformarsi in donna per entrare nell´intimo più recondito delle figure femminili. Non si pensi che abbia detto uno sproloquio perché del resto lo stesso autore, in quella paginetta bianca del volume che sta all´inizio e che spesso viene usata per una dedica autografata, ha scritto (testuali parole): "Sì, certo la donna dei fili sono io", seguito dalla sua firma.
Come tutte le analisi va avanti seduta per seduta e progressivamente Michela svela il suo inconscio, da cui emergono notevoli disagi esistenziali (soffre di una grave forma di paranoia, con attacchi di panico e comportamenti asociali). Come in tutte le storie di un certo tipo il lieto fine è d´obbligo e così al termine del ciclo di terapia la donna, che prima si odiava, impara ad amarsi, così che può iniziare a relazionarsi anche con il marito e con la figlia che, per il suo atteggiamento, si erano allontanati.
La prova dell´autore padovano rivela un indubbio virtuosismo, perché, data "la finzione" di ogni romanzo, se Camon si immedesima nella donna (posso solo immaginare con quale notevole difficoltà), lo fa anche con lo psicanalista, che guarda caso è uomo, quasi un rientrare di tanto in tanto nell´essenza della mascolinità, messa indubbiamente a dura prova dal cercare di comprendere e interpretare il comportamento femminile.
Da ultimo mi sembra giusto spiegare il perché del titolo: Michela, nel confessarsi, è sicuramente imprevedibile, ma ha anche un punto fermo rappresentato dai fili, come quelli del telefono, oppure del cordone ombelicale, fili dai quali si sente soffocare tramite i disturbi che l´ossessionano.

La libraia di Stalino - Leonardo Gori

Il mio incontro con i romanzi di Leonardo Gori è avvenuto con Nero di maggio, che vede come principale protagonista il capitano dei Reali Carabinieri Bruno Arcieri. Da allora non ho fatto altro che seguire le avventure di questo ufficiale dei servizi segreti, un personaggio indubbiamente indovinato, impegnato in azioni sempre avvincenti nel periodo che precede la seconda guerra mondiale e durante la stessa. La creatività di Leonardo Gori ha fatto sì che siano usciti romanzi con Bruno Arcieri anche dopo la fine conflitto, prose quasi sempre interessanti, ma a mio parere meno valide delle precedenti. Inoltre, è inevitabile che l´attrazione di un personaggio tenda a scemare con il tempo, che perda insomma quell´alone di simpatia che gli è proprio e me ne sono acconto con il penultimo libro dato alle stampe, vale a dire Quella vecchia storia, che proprio non mi è piaciuto. Poiché stimo l´autore, non ho voluto troncare la letture dei suoi lavori ed è così che ho preferito dargli un´ulteriore possibilità con La libraia di Stalino, pubblicato nella primavera del 2023, e devo dire che ho fatto bene. Certo gli anni pesano su Bruno Arcieri, ma questa sua escursione in terra di Russia durante la seconda guerra mondiale ha ritrovato quegli elementi positivi che ho sempre apprezzato e che tuttavia con il trascorrere del tempo si erano appannati. E´ inutile che, come si suol dire, meniamo il can per l´aia, e tanto vale che dica subito che il romanzo mi è piaciuto, senza riserve, fatta eccezione per qualche piccola mancanza di chiarezza che comunque non è tale da invalidare il giudizio positivo. Leonardo Gori, da un´idea in fin dei conti semplice (la ricerca di una spia inglese a Stalino che ha lanciato un messaggio radio che preannunciava gravissime rivelazioni, chiedendo cifrari nuovi onde evitare di essere intercettato), è riuscito a trarre una storia convincente e assai interessante. Ebbene, più che la spia, a quanto pare dimorante a Stalino, dentro o nelle vicinanze dell´ospedale militare italiano, ciò che interessa ai nostri servizi segreti è il contenuto di queste gravissime rivelazioni. Ed è per questo che il Capitano Bruco Arcieri viene inviato là; inizia così un´avventura che, come è anche caratteristica dell´autore, presenta numerosi personaggi, quasi tutti naturalmente sospettabili, ma c´è dell´altro che nobilita l´opera, è il rapporto che intercorre fra le violenze di una guerra e chi ne è partecipe, i suoi timori, la convinzione che piano piano prende piede sull´inutilità della stessa, il desiderio, come reazione, di aiutare chi ne è vittima, amico o nemico, insomma un tema che trascende la vicenda del thriller, un po´ aggrovigliata, ma dotata di una crescente e palpabile tensione che induce a una lettura senza soste per scoprire, fra tanti indiziati, chi sia la spia. La soluzione del caso avviene ovviamente alla fine ed è caratterizzata da una certa logicità, caratteristica indispensabile per non provocare delusioni e malumori in chi legge. Non aggiungo altro, perché sarebbe una cattiveria nei confronti dell´autore e del lettore anticipare la conclusione, che non può che lasciare soddisfatti. Tuttavia, temo che si tratti del canto del cigno di Bruno Arcieri; è una sensazione, in quanto credo che l´autore si sia accorto che il personaggio cominci a stancare. La mia ipotesi è avvalorata dal fatto che il suo prossimo libro, che uscirà il 18 giugno, intitolato Borgo Ottomila, propone due nuovi protagonisti: la Vice Questore Laura Novembre e il Sovrintendente Stefano Alfieri. Riusciranno a sostituire nel cuore dei lettori Bruno Arcieri? Staremo a a vedere, ma per ora vale la pena di leggere La libraia di Stalino, un bel romanzo e forse l´ultimo che vede protagonista l´indomito ufficiale.

Il patto dell'acqua - Abraham Verghese

Appena terminato...L'ho scelto per la storia iniziale della sposa-bambina indiana ,da lì si è dipanata la saga di una famiglia nell'arco di un secolo.Il racconto di altre vite si è intrecciato nel primo in un resoconto preciso e particolareggiato ma anche colmo di
sentimento e rispetto verso il prossimo.
Da leggere con calma perchè molto lungo :consigliato.

Ragazza, donna, altro - Bernardine Evaristo

Dodici donne nere narrate con tutti i problemi dovuti al colore della pelle, dall'essere donne, gay, trans, gender free ...
Sì parla anche di stupri, soprusi e violenze domestiche.
La parte narrata supera i dialoghi ma nonostante le problematiche sociali importanti e le conseguenti sofferenze, non mi penetra, non mi arriva al cuore e non mi trafigge, scorre solo in superficie. Le situazioni e soprattutto i personaggi sono esageratamente tanti, troppi. La difficoltà nel collegarli è notevole. C'è confusione anche nelle sequenzae temporali. Inoltre l'impaginazione particolare, l'assenza di punti fermi e della punteggiatura per i dialoghi ne rallentano la lettura. Un numero ridotto di personaggi e un maggior approfondimento di solo alcune tematiche sarebbe stato più gradito e coinvolgente.

Tango e gli altri - Francesco Guccini, Loriano Macchiavelli

Gran brutta cosa la guerra e ancor più brutta se è civile, cioè è uno scontro fra cittadini della stessa nazione. Il duo Guccini e Macchiavelli deve aver pensato che far riemergere fatti del periodo della Resistenza doveva essere una buona idea, anche per parlarne ai nati dopo, che altrimenti non possono sapere. Se poi, oltre a questa guerra per bande si aggiunge una vicenda gialla, cioè una strage di simpatizzanti fascisti di cui incolpare un giovane partigiano che fino alla sua condanna a morte e alla relativa esecuzione si proclama innocente, la narrazione diventa più interessante. Tuttavia, per poter discolpare la vittima di un errore giudiziario a distanza di anni si deve trovare un escamotage per chiamare in causa, per le indagini, il maresciallo maggiore dei carabinieri Benedetto Santovito che, guarda caso, all’epoca era in zona in una formazione partigiana delle Matteotti (l’innocente giustiziato si chiamava Roberto Cortesi, detto Bob, ed era membro di una banda garibaldina) con il nome di battaglia di Salerno, giunto troppo tardi per poter verificare o meno la colpevolezza decretata da un tribunale della Garibaldi. Non sto a descrivere questo escamotage che inizia a Bologna e che dà inizio a un’indagine di notevole complessità, sia per gli anni trascorsi dall’eccidio e dalla esecuzione, sia perché a muoversi sull’Appennino Tosco-emiliano ci si imbatte in montanari, brava gente, non c’è che dire, ma restia a sbottonarsi. Dato che Santovito non comanda più una stazione in loco, alle indagini partecipano anche altri marescialli, fra i quali il giovane Ares Amadori, probabilmente un raccomandato, saputello, ma che incide positivamente sul corso della ricerca del colpevole. La trama, che dovrebbe essere semplice, viene un po’ complicata dagli autori, con avvitamenti, capitoli in cui si torna al passato, anche depistaggi messi ad arte per disorientare il lettore. Ne è uscito così un romanzo corposo, che a mio parere, a beneficio del ritmo e della gradevolezza, avrebbe meritato la sforbiciata di almeno una cinquantina di pagine. L’interesse di chi legge non viene tuttavia mai meno, tanto che, sebbene si avverta una certa pesantezza, si ha fretta di scorrere alla svelta le pagine per arrivare all’ultima, con il nome del colpevole, che, nemmeno a farlo apposta, si trova proprio lì. Resta solo da chiedersi come si sia giunti alla conclusione, in base a quali criteri e indizi si sia arrivati a identificare il reo, colpevole per la strage e per aver fatto ricadere la colpa su un innocente, e lì sorgono non pochi interrogativi, che restano tali, lasciando un po’ di amaro in bocca, perché secondo me un romanzo così ben congegnato avrebbe meritato un finale più logico.

Il giardino delle belve - Jeffery Deaver

Paul Schumann, di origine tedesca, è forse il miglior killer sulla piazza e viene normalmente assoldato da famiglie della malavita per sopprimere altri delinquenti. E’ un tipo metodico e prudente nel suo lavoro, ma finisce tuttavia con l’essere incastrato dall’FBI che gli fa una strana proposta, cioè di eliminare Reinhard Ernst, uomo di fiducia di Hitler e preposto al riarmo tedesco, in cambio dell’immunità e di 10.000 dollari. Corre l’anno 1936 e sono prossime le olimpiadi di Berlino, avvenimento che consente a Schumann di arrivare in Germania come giornalista sportivo free lance. Inizia così un thriller ad altissima tensione, condotto in modo magistrale da Jeffery Deaver, un maestro del brivido, con una serie di eventi e di fatti, spesso rocamboleschi, che avvincono a tal punto che si desidererebbe procedere alla lettura senza interruzioni fino all’ultima delle 500 pagine. E’ indubbio il talento dell’autore perché, al di là della vicenda intricata, realizza un thriller di rara bellezza, riuscendo perfino a far diventare simpatico un killer come Paul Schumann. Infatti, l’uomo si muove in un ambiente, quello della dittatura nazista, in cui anche uno abituato a uccidere su commissione sembra un agnellino di fronte a dei professionisti della morte che sopprimono senza pietà persone quasi sempre innocenti, anche per fare sperimentazioni sul comportamento dei carnefici. Questo approccio con chi dà una morte asettica come il mezzo per raggiungere elevati livelli di efficienza incrina l’atteggiamento professionale del killer che comincia a commettere degli errori, ma che anche si rende conto dell’aberrante vita che ha fin lì sempre condotto. Ricercato da un poliziotto padre di famiglia, non violento e sicuramente non nazista, la trasformazione di Paul Schumann da belva a essere dotato di umanità si completa appunto in occasione dell’incontro con il suo cacciatore. Ne usciranno entrambi cambiati e in meglio, ma se per il detective della Kripo Willy Khol si tratterà della spinta a uscire dalla spirale di odio e violenza del nazismo lasciando con la famiglia la Germania, per il killer avverrà invece un radicale cambiamento dei suoi obiettivi, e non vado oltre, perché è giusto che il lettore scopra come sarà il finale di questo bellissimo romanzo, un’opera in grado di far trascorrere il tempo libero nel migliore dei modi. E aggiungo che, in un’epoca come l’attuale che vede il risorgere di vecchi movimenti estremisti che si credevano estinti, far sapere, soprattutto ai giovani d’oggi, come era la dittatura nazista si spera possa contribuire a risvegliare le coscienze onde evitare il ripetersi dei dolori e dei lutti che caratterizzarono la stessa.
Oltre alla tensione che non viene mai meno, senz’altro apprezzabile è la fine analisi psicologica dei personaggi, in primis, ovviamente, Paul Schumann, un uomo che da delinquente si trasforma in amante della giustizia, ma anche Willi Khol, un fedele servitore della legge che si rende conto poco a poco di come ci si serva della stessa per realizzare una brutale dittatura, e infine Reinhard Ernst, un tecnocrate che sembra così diverso da elementi come Hitler, Goering, Goebbels e Himmler, ma che forse è peggio, perché non ha sentimenti, né prova emozioni, sembra un contabile della morte e ricorda in questo Adolf Eichmann. Le descrizioni dei luoghi, degli ambienti, e l’atmosfera opprimente e di paura del regime sono riprodotti in modo perfetto e sono un altro merito di questo libro la cui lettura è ampiamente consigliata.

Dictator - Robert Harris

Questo è l’ultimo volume della trilogia dedicata a Marco Tullio Cicerone. E’ una biografia romanzata del famoso avvocato e politico romano, divisa appunto in tre libri, di cui il primo, Imperium, parla sostanzialmente della sua ascesa a Console, il secondo, Conspirata, della sua travagliata difesa del rango e della Repubblica con la famosa vicenda di Catilina e il terzo, Dictator, della sua ultima stagione, ormai consapevole della sua parabola discendente e della frantumazione della forma di governo repubblicana.
Appoggiato Pompeo contro Cesare riuscì a non avere conseguenze nefaste dalla sconfitta del primo, pur se la magnanimità del secondo comportò di fatto il ridimensionamento notevole della sua influenza. Ormai avviato verso una china in modo inarrestabile divorziò dalla moglie, gli morì l’adorata figlia a conseguenza di un parto e resosi conto che il tempo che gli restava era sempre più breve, dopo aver dato la libertà al suo fido segretario Tirone gli fece dono di un fabbricato rurale con annesso terreno agricolo, come era suo desiderio e dove poter ritirarsi alla scomparsa dell’ormai ex padrone. Cesare instaurò una feroce dittatura, ma come sempre capita quando il potere è in mano a un solo uomo e di questo abusa nascono delle fronde che si concretizzarono nell’omicidio del despota avvenuto, come noto, alle Idi (15) di marzo del 44 a.C..
L’eliminazione del dittatore, però, creò un vuoto di quel potere su cui molti volevano mettere le mani e così le guerre civili che sembravano terminate con la sconfitta e l’uccisione di Pompeo divamparono nuovamente.
Cicerone cercò di stare in disparte, dedicandosi a scrivere opere di carattere filosofico, però il suo nome, legato indissolubilmente al concetto di repubblica non poteva non coinvolgerlo negli avvenimenti, pur non avendovi parte attiva. Certo stimava Bruto, il capo della congiura contro Cesare, e per contro avversava Marco Antonio, uomo di fiducia del defunto Cesare. Una possibilità di alleanza, anche se tacita, fra i due era impossibile, tanto più che decise di appoggiare Ottaviano, erede di Cesare designato nel testamento e che adottò una politica filo senatoriale, con animo non dittatoriale. Negli scontri, agli inizi solo verbali, fra Antonio e appunto Ottaviano era sempre più difficile appoggiare l’uno o l’altro, e ancor di più dimostrarsi imparziale, considerato poi che Cicerone era sempre stato un sostenitore degli optimates, nella cui fazione si riconosceva Ottaviano. Tuttavia, nel desiderio di avere pieni poteri, non subordinati alla volontà del senato, Ottaviano finì con il proseguire in parte la politica cesariana e costituì con Marco Antonio ed Emilio Lepido un triumvirato che nei suoi scopi aveva una massiccia riforma della repubblica, che Cicerone fu costretto ad accettare, però senza rinunciare alle accuse ad Antonio portate avanti fra il 43 e il 44 a.C. con le Filippiche. Fu la sua fine, perché Antonio, in presenza anche di una modesta opposizione di Ottaviano, inserì il suo nome nelle liste di proscrizione. Consapevole della sua sorte, ormai sfiduciato e stanco di combattere, si ritirò nella sua villa di Formia e lì attese i sicari, che poco dopo eliminarono anche suo fratello Quinto e il figlio di questi. E Tirone? Sopravvisse, si ritirò a vivere nella sua piccola tenuta di campagna, arrivando a essere quasi centenario, un risultato straordinario per l’epoca.
Robert Harris, autore di opere di alterno valore, alcune modeste, altre ben più che eccellenti, è riuscito a scrivere una biografia, indubbiamente romanzata, ma molto prossima alla realtà, in cui riluce il valore di questo grande avvocato, politico e filosofo romano, strenuo difensore della Repubblica e della libertà che essa garantiva. Nonostante la lunghezza della trilogia (oltre 1.000 pagine) e la complessità della vicenda, con tutte le strategie politiche possibili, le alleanze, i tradimenti, il doppio gioco, il ritmo, non vorticoso, ma moderatamente veloce non viene mai meno, presupposto indispensabile per avvincere il lettore. Inoltre c’è un’analisi psicologica approfondita dei principali personaggi, che non sono fra l’altro pochi, al punto di illuderci di essere presenti, sebbene come semplici spettatori, delle sedute del Senato in cui Cicerone denuncia Catilina, o paventa i pericoli per la Repubblica. Di conseguenza, sia Imperium che Conspirata e Dictator sono libri la cui lettura è senz’altro consigliata.

L'arciere di Azincourt - romanzo di Bernard Cornwell

Il 25 ottobre 1415, nel contesto della guerra dei cent’anni, avvenne una battaglia nella piana di Azincourt, non molto lontano da Calais, fra le inferiori numericamente truppe inglesi comandate dal re Enrico V e ll poderoso esercito francese condotto da Carlo duca d’Orleans, Giovanni duca di Borbone e Giovanni duca di’Alençon. Non fu uno scontro decisivo in ordine allo svolgimento della guerra, ma viene ricordato perché gli inglesi, stanchi, a corto di viveri e minati da un’epidemia di dissenteria, ebbero ragione dei ben più numerosi e riposati francesi. Diverse sono cause di questa disfatta, in parte dovute al terreno su cui si svolse lo scontro (un vero e proprio pantano in cui si dibatterono fra mille difficoltà le truppe d’oltralpe dotate di pesanti armature), in parte agli abili e micidiali arcieri inglesi, che grazie anche ai loro particolari archi, fecero scempio della temutissima cavalleria nemica. Dato il risultato eclatante parecchi artisti ne parlarono con le loro opere, come in campo teatrale Shakespeare con il suo Enrico V, oppure, in campo cinematografico Laurence Olivier e Kenneth Branagh con le due pellicole dal medesimo titolo (Enrico V). Inoltre i saggi storici sono assai numerosi e analizzano compiutamente e da diversi punta di vista la campagna militare di Enrico V in Francia.
Bernard Cornwell, autore di rango di diversi romanzi storici, non poteva esimersi dal parlare di questa battaglia e l’ha fatto con un romanzo, che pur seguendo rigorosamente l’effettivo svolgimento della vicenda, propone un testo di una fantasia per niente campata in aria, con la figura di Nikolas Hook, arciere di umili origini che per salvarsi da una condanna a morte parte come mercenario per difendere Soissons, città francese dominata dal duca di Borgogna. Inizia così una trama notevolmente coinvolgente e che avvince sempre di più, pagina dopo pagina. Da lì si sviluppa una vicenda in cui predominanti sono le armi e che vede il giovane Hook fare carriera, esclusivamente per meriti militari; non manca - ed è giusta la scelta per stemperare le violenze – una tenera storia d’amore fra l’arciere e la figlia di un cavaliere nemico.
Le capacità dell’autore sono indiscutibili, in grado quasi di stregare il lettore che inconsciamente vede formarsi dinanzi a sé le immagini di una battaglia estremamente sanguinosa, con vere e proprie cataste di morti, con personaggi che hanno tutta l’aria di essere autentici.
Insomma, se uno vuol passare con piacere il suo tempo libero non ha da far l’altro che acquistare questo libro e può esser certo che i 9 Euro del prezzo di copertina saranno soldi spesi bene.

Gotico rurale - Eraldo Baldini

Nei primi anni del dopoguerra, quando ero ancora un bimbetto, capitava che in estate, ogni tanto, andassi con i miei genitori dagli zii che abitavano in campagna per fare il fine settimana, una villeggiatura alla buona, l’evasione dalle mura cittadine per un’immersione nella natura. Mi piaceva, ma amavo soprattutto stare alla sera, dopo cena, sotto il portico con questi miei parenti e i loro vicini, persone che intessevano una conversazione che sfociava inevitabilmente nella narrazione di qualche leggenda, fatta di morti che ritornavano a vedere i vivi, di spiriti burloni che assalivano chi passava quando era buio davanti al cimitero e che spogliavano le donne, soprattutto quelle giovani. Io ascoltavo, sgranavo gli occhi e credevo a tutto quello che dicevano, al punto che a letto, nella notte, mi sembrava di udire i passi degli spettri. Eraldo Baldini, che ha pochi anni meno di me, nativo in Romagna, territorio un tempo a notevole vocazione agricola, deve aver sentito anche lui da infante o poco più storie analoghe a quelle che ascoltavo dagli zii e deve esserne rimasto impressionato al pari di me, al punto però, diventato adulto, dal prendere come spunto le leggende rurali per dare vita a una narrazione specifica, un gotico che però non è drammatico, ma comunque inquietante, perché appare ben più probabile. Come primo contatto con questo autore ho scelto una sua raccolta di racconti intitolata Gotico rurale, dodici prose in cui Baldini mette in mostra la sua indubbia creatività, pur rimanendo strettamente osservante di quelli che erano gli usi e i riti di una civiltà contadina da tempo scomparsa. Le credenze e le superstizioni sono presenti in queste righe ed erano tipiche di un certo mondo, strettamente connesso alla natura, quasi sempre benigna, ma talvolta feroce, con il cristianesimo che non riusciva a sradicare il paganesimo, ma anzi ne subiva gli influssi. Si potrebbe dire che come si invocavano i santi, per scaramanzia si evocavano anche i principi delle tenebre, i gorghi del fiume dal quale uscivano le mani di un mostro per ghermire chi stava sulle sue rive o il tuono del temporale che era la voce del diavolo in carrozza. Dodici racconti e come sempre ce ne sono di più o meno riusciti, e tralasciando questi ultimi, mi è d’obbligo fare un breve cenno a quelli che più mi sono piaciuti, come La collina dei bambini, che ha un fondamento nella Crociata dei bambini avvenuta nel lontano 1212; A lume di candela è forse il più inquietante, con una punizione, a distanza di anni, di chi avrebbe potuto salvare una persona e invece non l’ha fatto. Ma se Chi vive nel grande olmo? gioca tutto sulla superstizione con un evento che si rivelerà del tutto naturale, Foto ricordo è spiazzante nel suo orrore, nella capacità dell’autore di sovvertire la natura umana, con una candida vecchietta che si rivela un autentico mostro. E che dire di Nella nebbia, con il paesaggio caratteristico delle valli del Po, di per sé misterioso, e che diventa tenebroso con il calare delle nebbie?
Insomma, il mio consiglio è di leggere i racconti di questo libro, perché sarà un modo di trascorrere il tempo libero più che piacevolmente.

Miss Marple: Nemesi - Agatha Christie

Miss Jane Marple è con Hercule Poirot il personaggio più famoso dei romanzi e dei racconti gialli di Agatha Christie. Si tratta di una vecchietta all’apparenza del tutto uguale ad altre donne della stessa stessa, con la passione per l’osservazione degli uccelli, il giardinaggio, i lavori a maglia; non è sposata, le piace cucinare i dolci e bere il il tè con le amiche. Tuttavia nasconde un’insolita dote, un fiuto ineguagliabile per risolvere omicidi anche di notevole complessità.
In Nemesi, cioè la personificazione della giustizia, soprannome che le ha dato un ricchissimo ed eccentrico inglese, Jason Rafiel, unitamente al quale è riuscita a evitare un omicidio ai Caraibi, si trova all’improvviso beneficiaria di un cospicuo lascito; appunto Jason Rafiel, malato da molto tempo, è deceduto e ha voluto ricordarsi di Miss Marple con una somma ragguardevole (ventimila sterline), per ricevere le quali c’è tuttavia una condizione, un obbligo da assolvere, e cioè indagare su un delitto, senza fornire altri elementi e perfino il nome della vittima.
Ha inizio così una trama piuttosto complessa, fatta come al solito a incastri che si vanno formando grazie a piccoli, ma importanti intuiti, sino a completare un puzzle chiarificatore.
In ciò Agatha Christie è senza dubbio maestra e piano piano miss Marple arriverà alla soluzione di ineccepibile logica, in un intreccio che per ambientazione, personaggi e creatività è uno dei più riusciti della giallista inglese. Certo il lettore apprezza lo svolgersi degli avvenimenti, è contagiato dal crescente desiderio della vecchietta investigatrice di arrivare a dipanare la matassa aggrovigliata di cui il de cuius ha fornito solo una piccola traccia, ma si farebbe un torto all’autrice se non si ponessero in rilievi elementi di valutazione di particolare pregio, quali la capacità di ricreare atmosfere che, per quanto inglesi e compassate, hanno il mistero del romanzo gotico, una costante presenza di una oscura minaccia che fa trattenere il fiato, con il timore anche che alla arzilla vecchietta possa accadere qualcosa di irreparabile.
Nemesi è semplicemente bello, tutto da leggere e da apprezzare.

Un disco dei Platters - Francesco Guccini, Loriano Macchiavelli

La coppia Guccini – Macchiavelli ha dato vita a una macchina ben oliata con questi romanzi gialli appenninici, sia che l’investigatore sia l’ispettore della forestale Marco Gherardini, sia che si tratti del maresciallo dei carabinieri Benedetto Santovito. Gli ingredienti base sono ormai sperimentati: un paesino dell’appennino tosco-emiliano, all’apparenza quieto, ma dove ogni tanto accadono misfatti, con le origini di questi quasi sempre risalenti a episodi della seconda guerra mondiale, gente del posto piuttosto caratteristica, una ragazza affascinante e un investigatore ufficiale, vale a dire un maresciallo dei carabinieri incapace e borioso. In questo contesto avviene la ricerca del colpevole, una conclusione che risulta quasi sempre logica, ma che talvolta è come, si suol dire, campata in aria e questo è proprio il caso di Un disco dei Platters. Certo in ogni caso si tratta di una lettura non affaticante, spesso gradevole, ma trattandosi di narrativa gialla mi pare legittimo pretendere che il colpevole sia quello che ragionevolmente dovrebbe essere, e invece qui è uno che è altamente improbabile, tanto da avere l’impressione che, poiché il romanzo doveva finire, si sia cercato, anche annaspando, a chi attribuire ben quattro delitti, ed ecco allora l’invenzione di dare un nome a questo reo grazie a una confessione, anche se il buon maresciallo Santovito c’era arrivato per conto suo non si sa grazie a quale buona stella.
Per farla breve il romanzo è sicuramente leggibile, anche se non è di quelli di cui ci si ricorderà a lungo, ma il finale, beh del finale ho già detto abbastanza e non è mia intenzione infierire.

Bandiera bianca a Cefalonia - Marcello Venturi

Cefalonia è un’isola del mar Ionio sita a ovest delle coste greche, immediatamente a nord dell’isola di Zante ed è tristemente famosa per l’eccidio degli uomini della Divisione Acqui che vi erano di stanza dopo l’occupazione della Grecia nel corso della seconda guerra mondiale; il fatto avvenne a seguito della proclamazione dell’armistizio dell’8 settembre 1943, allorché le nostre truppe furono lasciate senza precise istruzioni se non quella di reagire a eventuali attacchi provenienti da forze diverse da quelle angloamericane. A Cefalonia i tedeschi intimarono la resa al generale Antonio Gandin, comandante della divisione che ordinò alle sue truppe di reagire, decisione presa non tempestivamente a causa dell’incertezza del comportamento da tenersi, ritardo che agevolò l’afflusso di nuove truppe tedesche a sostegno del locale presidio in origine molto modesto e che ingaggiarono battaglia con l’aiuto dell’aviazione. I combattimenti durarono otto giorni nel corso dei quali non pochi nostri militati caddero sul campo, mentre circa 6.500, dopo essersi arresi, furono trucidati e altri 1.300, imbarcati su navi da trasporto con destinazione i lager tedeschi, morirono a causa delle numerose mine che infestavano il mar Ionio.
Questa è la drammatica vicenda storica oggetto del romanzo di Marcello Venturi in cui il protagonista è il figlio del capitano Aldo Puglisi, una delle vittime dell’eccidio. Si reca a Cefalonia per visitare il luogo dove è morto suo padre, ma soprattutto per rintracciare due testimoni che l’aiutino a comprendere quello che accadde, per riannodare l’intera complessa vicenda. La narrazione si avvale di due diversi piani temporali, quello del figlio che cerca di ripercorrere quel che accadde, e quello del padre, testimone della sua stessa morte. Ne scaturisce un romanzo verità di grande impatto, drammaticamente bello, con un’efficacia largamente superiore a quella che avrebbe potuto avere un diario e che nel lontano 1963 contribuì, in modo determinante, a far conoscere agli italiani e agli europei una tragedia di cui altrimenti si avrebbe avuto solo un vago sentore. Venturi riesce a far convivere abilmente l’orrore di una guerra con la bellezza della natura, non ricorre a stratagemmi inventando improbabili eroismi, non cade mai nella retorica, è un racconto che sulle tracce anche di un amore mai confessato raggiunge vertici sublimi e ha scritto bene Sandro Pertini nella sua prefazione, con parole che meglio non avrebbe potuto trovare riferendosi al senso di pietà dell’autore e alla sua convinzione: “ Forse il vero, il grande colpevole, è da ricercare altrove, in questo spirito di violenza e di sopraffazione che, al di sopra di ogni frontiera geografica e ideologica, continua ancora ad armare la mano di nuovi assassini.” E’ con questa radicata e profonda persuasione che Marcello Venturi ha raccontato, senza odio, di un eccidio a cui ha guardato con animo dolente, riuscendo con la sua narrazione a consegnare ai lettori una vera opera d’arte.
Non aggiungo altro, un capolavoro non ne ha bisogno.

Sicilia sconosciuta - Matteo Collura

Ho visitato tutta l’Italia, alcune zone a grandi linee, altre più approfonditamente, ma dal conto è rimasta fuori la Sicilia, che non è mai stata in verità l’obiettivo di una mia escursione turistica, vuoi per la notevole distanza dalla mia residenza, vuoi perché mi sono detto che c’era sempre tempo. Purtroppo con il sopraggiungere di un’età più avanzata, con tutti i problemi di saluta che comporta, questo tempo che sembrava tanto è scaduto, così che temo che l’isola dei miei amati scrittori (la Sicilia ha dato i natali a tanti narratori di gran classe) rimarrà un sogno e pertanto dovrò accontentarmi di vederla in qualche documentario o di leggerne, come in questo libro di Matteo Collura, Sicilia sconosciuta, che è ben più di narrativa di viaggio.
Collura è indubbiamente bravo nel proporre i suoi temi e in più la sua origine è sicula, una garanzia sulla sicilianità dell’opera. Perché dico che non è un semplice cahier de voyage? Perché il volume non si limita a percorrere l’isola per un uso prettamente turistico, ma si propone con tanti itinerari insoliti di far emergere l’anima di questo territorio. Si scopre così che se la Sicilia è un’isola, è altrettanto vero che finisce con l’apparire un arcipelago di molte isole, tanto sono diverse le varie zone per caratteristiche naturali, ma anche per atmosfere, a volte ridenti, a volte cupe; abbiamo così una serie di ritratti del tutto lontani dai consueti stereotipi, in una coinvolgente descrizione di aspetti meno ridondanti, ma che sono questi sì emblematici di questo straordinario territorio. Basti pensare a tutte le bottegucce che a Palermo si affacciano sulla strada, estremità di abitazioni modeste, se non addirittura misere, in cui si propongono al passante delle leccornie da consumare passeggiando, così ben descritte da far venire l’acquolina in bocca, in un dedalo di aromi e di sapori che è tipico della città. Le tappe, se così vogliamo chiamarle e che richiamano un percorso a uso turistico, che proprio non lo è, sono talmente tante e le caratteristiche che contraddistinguono gli itinerari e le mete raggiunte sono tali per dimensione che è difficile ricordarle tutte e che impongono a chi volesse andare là la stesura preventiva di una sorta di giro della Sicilia, che non sia però un mordi e fuggi, perché si vedrebbe tanto senza capire.
La natura, stupenda, ovviamente è un biglietto da visita, ma è pur vero che è la cornice dove rilucono le chiese e i palazzi palermitani, il convento del Gattopardo a Palma di Montechiaro, i pastori delle Madonie, un mondo così vasto e vario da sorprendere e al tempo stesso da desiderare.
La Sicilia è natura, arte, cultura, perché non mancano, anzi sono presenti i suoi grandi scrittori, Pirandello, Sciascia, Bufalino, Tomasi di Lampedusa, solo per citarne alcuni, a sintomo di una terra che è stata fertile terreno per dei geni della letteratura, universali nei messaggi, ma particolari, territoriali nell’ambientazione delle loro opere.
Da ultimo una menzione particolare meritano le foto a corredo, eseguite con maestria da Giuseppe Leone, capace di cogliere, nel fissare sulla pellicola le immagini di paesaggi e di monumenti, l’essenza di quest’isola.
Non voglio e non posso dilungarmi, anche perché potrei essere necessariamente incompleto e allora non mi resta che caldeggiare la lettura di un libro piacevole, ma al tempo stesso veramente istruttivo.