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Gli ultimi messaggi del Forum

La strada di casa/ Kent Haruf

Lo ammetto, ho un debole per una cittadina rurale del Colorado che si chiama Holt e di cui ho percorso le strade, incontrando gente che non potrò scordare. Se qualcuno osa dirmi che è impossibile, che non ho mai visitato quel luogo, gli grido in faccia che è un bugiardo, ben sapendo che ha ragione, perché non ho mai messo piede negli Stati Uniti e ovviamente a Holt, cittadina frutto del talento creativo di Kent Haruf. Quanto volte sfogliando le pagine dei suoi romanzi ho immaginato le caldi estati, i freddi e nevosi inverni, le bevute del sabato sera, e quante volte nei miei sogni mi sono imbattuto nei suoi umanissimi protagonisti! Se è con Vincoli che ho fatto conoscenza con un microcosmo agricolo, è con la Trilogia della Pianura (Canto della pianura, Benedizione e Crepuscolo) che sono entrato a farne parte, rapito dallo stile di un narratore che sussurra le vicende che racconta, che sonda con pudore l’animo umano e ci fa accostare piano piano ai suoi protagonisti, nessun eroe, ma normali uomini e donne, esseri pulsanti che sentiamo talmente vicini da intuirne la presenza che prende corpo nella nostra mente. Ed è per questo motivo che quando ho appreso che era uscito l’ultimo libro, non ancora pubblicato, scritto prima della Trilogia della Pianura, mi sono precipitato ad acquistarlo, certo e consapevole che avrei ritrovato ambiente, atmosfera e figure che ormai sono parte di me.
L’opera è divisa in due parti, di cui la prima è indispensabile per comprendere la seconda, ma se devo essere sincero le 86 pagine della prima mi hanno un po’ scombussolato, perché ho trovato un narratore che dipinge un’America secondo i suoi classici stereotipi, con un protagonista che è ben lontano, sotto l’aspetto umano, da quelli dei successivi romanzi. A essere sinceri Jack Burdette è il classico ragazzone, muscoloso e poco intelligente, ma che sa rendersi simpatico e piace alle donne. Ha un’esistenza che a definirla poco edificante è ricorrere a un eufemismo, anche perché, dotato di pochi pregi, fra i tanti difetti ha quello della disonestà. Per certi versi le pagine iniziali richiamano le scene di diverse pellicole americane che ci sono state propinate soprattutto in piena guerra fredda e quindi sembra di vedere qualcosa che si conosce già. Cominciavo già a disperare, quando con l’inizio della lettura della seconda parte ho ritrovato quel narratore profondamente umano che ha saputo così bene conquistarmi; la vicenda, dopo un periodo temporale in cui sboccia con lentezza un amore più ragionato che istintivo, facendo balenare uno sbocco alla grigia esistenza del direttore del giornale locale, separato di fatto dalla moglie, e un suo futuro roseo con la consorte di Jack Burdette, sparito e irrintracciabile dopo aver commesso una truffa, vira sul tragico e se non ci scappa il morto è un caso. E si può ben dire che alla vicenda non si applica il classico “e vissero felici e contenti”, visto che la nascente relazione è troncata pressochè agli inizi, lasciando un alone di infelicità. La seconda parte è bella e commovente, fa ritrovare ai suoi lettori uno scrittore che, pur cantando di una cittadina immaginaria dell’America, ha per trame, capacità di approfondimenti, abilità nel comunicare un’elevata attitudine artistica che si estrinseca in un linguaggio intenso, ma non greve, riuscendo a creare opere che vanno ben oltre i confini dello stato in cui si trova Holt, opere che non hanno tempo e pertanto sono sempre attuali, come si addice ai capolavori.

La paleozona - Aronne Romano

fosse tutto vero quello che scrive e vuole convincere l'autore si potrebbe chiudere Lourdes e tutti gli ospedali.
In 2 parole: evitare cereali, latte pomodori, piselli e legumi.
Guarigioni di tutti i tipi: morbo di Crohn, diabete, allergie, ecc...
per applicarla però si deve calcolare calorie, % grassi, zuccheri, proteine, grammi di ogni sostanza. in pratica vivere con bilancino di precisione in mano e calcolatrice.

Il mercante di libri maledetti - Marcello Simoni

Per me non c’è di peggio di leggere un libro che ho comprato, nonostante la sensazione che non mi avrebbe soddisfatto, e verificare che avrei avuto ragione a non acquistarlo. Ma anche in questo caso il battage pubblicitario, il Premio Bancarella (mi chiedo come abbiano potuto attribuirglielo) mi hanno purtroppo influenzato e puntuale alla sauspicata soddisfazione è seguita la delusione e, diciamolo francamente, anche un po’ di rabbia, perché scrivere un romanzo senza capo né coda, ottenerne la pubblicazione e anche un premio importante mi lascia alquanto perplesso. Certo è stato, come si suol dire, pompato molto, qualcuno addirittura è arrivato a paragonarlo a Il nome della rosa, un accostamento francamente blasfemo. La vicenda, che si svolge nell’anno 1205, di per sé potrebbe essere essere anche interessante, se non fosse infarcita di pseudo rituali magici, esoterici, di diavolerie del tutto campate in aria, con le pagine che si susseguono aggiungendo mistero a mistero, con colpi di scena, alcuni prevedibili, altri del tutto illogici. La ricerca ossessiva intrapresa dal mercante di reliquie Ignazio da Toledo del libro rarissimo Uter Ventorum, bramato anche da una setta religiosa, passa attraverso mille peripezie, violenze, omicidi, personaggi che si credevano amici e invece sono nemici, con pagine che spesso e volentieri portano a un vero e proprio torpore, salvo risvegliare improvvisamente, ma per poco, perchè si ricade presto nella noia. Insomma, dopo aver letto un centinaio di pagine, mi era venuta l’ispirazione di gettarlo nel cestino della carta straccia e solo la decisione di arrivare fino in fondo per averne un giudizio compiuto mi ha indotto a proseguire la lettura, che non è stata assolutamente appagante. Infatti, gli intrecci, gli intrighi, i misteri incalzanti mi sono apparsi fini a se stessi, cioè non inseriti in una struttura equilibrata, in assenza della concreta capacità di rendere le atmosfere e di sondare intimamente i vari personaggi. Direi che lo stile si è perso per strada e con esso anche la mia speranza che, nonostante la buona volontà che ho profuso per leggerlo, il romanzo potesse decollare, che l’autore riuscisse a conferirgli un’aria di mistero per gli inganni e non per situazioni paradossali.
E’ a malincuore pertanto che archivio questo pseudo romanzo storico, più che mai convinto che non ne leggerò altri di Marcello Simoni.

Invisibile - Elroy Moreno

Io questo libro non l'ho mai letto. Un giorno guardando i libri da leggere per i compito ho trovato questo che parlava di bullismo e allora l'ho prenotato subito solo che l'ho prenotato dopo un bel po' e la fila di prenotazioni si è allungata. Quindi appena arriva lo leggo per conto mio se no lo leggo per il compito e secondo me è un libro fantastico a parte che l'argomento "bullismo" mi attira e mi ha sempre attirato. Non vedo l'ora che arriva!!!!!!

Vai all'inferno, Dante! - Luigi Garlando

Io non ho mai letto questo libro. La professoressa ci ha dato una lista di libri in cui c'era anche questo e dovevamo sceglierne 2 e leggerli per le vacanze. Io ho scelto questo, ma ho visto che ce n'erano un sacco di persone che avevano già prenotato e allora l'ho prenotato perché mi ispirava ma visto che so che arriverà dopo l'inizio della scuola ho scelto altri per fare il compito. Ma appena arriva lo leggo per conto mio e secondo me sarà un successo.

La teoria dei colori - Johann Wolfgang Goethe

è solo una lunghissima lista di effetti ottici senza una minima spiegazione del perché avvengono.
L'unica nota degna di nota è la frase in cui dice che la nostra percezione visiva è fatta anche di memoria in quanto con il battito delle palpebre dovremmo vedere a scatti...non ci avevo mai pensato

Pentole & provette - Hervé This

non ci sono reazioni chimiche.
Un gran miscela di questioni sui cibi e come devono essere mescolati o cotti.
Interessante la bufala sullo spumante con il cucchiaino senza dare però una minima spiegazione del motivo. Lo spumante dovrebbe rimanere più gassato con all'interno un cucchiaino, in realtà è stato dimostrato che non è vero.

M - Antonio Scurati

La curiosità mi ha indotto ad acquistare e a leggere questo libro, per sapere come Antonio Scurati potesse riuscire a dare un volto letterario a un personaggio ampiamente sviscerato dagli storici, oggetto di numerosi e approfonditi studi, e di cui in pratica si sa pressochè tutto. Se qualcuno si aspettasse un romanzo storico penso che ne resterebbe francamente deluso; certo, ci sono alcune caratteristiche del genere, ma quella principale è la cura minuziosa dell’aspetto storico, elaborato e proposto con una serie di quadri in ordine temporale in cui di volta in volta risultano protagonisti Benito Mussolini, la sua amante e mecenate Margherita Sarfatti, un ancor giovane Italo Balbo, il fedelissimo Leandro Arpinati, Gabriele D’Annunzio dagli ultimi fuochi con l’impresa fiumana al suo ritiro nella villa sarcofago sul Garda, e altri personaggi ancora, realmente esistiti, di un’epoca cruciale nelle vicende italiane. La successione dei tempi va dagli albori del fascismo al clamoroso discorso del 3 gennaio 1925 alla Camera dei Deputati con il quale Mussolini assume su di sé le colpe delle violenze fasciste e in particolare dell’omicidio di Giacomo Matteotti. Credo che con questo discorso il futuro duce, oltre aver rinsaldato la sua posizione, abbia di fatto sancito la definitiva morte della democrazia in Italia, rappresentata da uno sparuto ed esile numero di inconcludenti socialisti di cui l’unico veramente capace, tecnicamente e soprattutto politicamente, era proprio Giacomo Matteotti. Ci si chiede anche ora se l’omicidio sia stato voluto da Mussolini, se lui stesso invece avesse cercato tramite i suoi scagnozzi di intimidirlo e che poi, per eccesso di violenza, fosse morto nelle mani dei suoi aguzzini. Sono domande a fronte delle quali non vi sarà mai risposta certa e l’unico dato di fatto sicuramente inoppugnabile è che Mussolini e il fascismo avevano trovato in Matteotti l’unico vero avversario, peraltro in procinto di abbattere, sulla base di prove certe di misfatti e di ruberie in camicia nera, un regime che stava avviandosi alla sua instaurazione.
Credo che però sia opportuno tornare indietro negli anni proprio per comprendere come il fascismo sia nato e come abbia potuto prendere piede e di certo non manco di rilevare l’abilità di Scurati nel parlare più delle manchevolezze delle sinistre, senza con ciò procedere a una difesa d’ufficio del nascente movimento reazionario. Nel nostro paese, dove ancora è presente una faziosità deleteria, occorre riconoscere all’autore il merito di non avere preconcetti e di essere un convinto democratico, il che gli consente un equilibrio non da poco, visto che non tace né le violenze fasciste, né quelle commesse dalle sinistre che hanno le loro colpe riscontrabili soprattutto in una emulazione della rivolta proletaria sovietica. Quindi vi è da dire che il fascismo fu una reazione, senza una precisa ideologia a sostegno, se non un programma politico vago che spaziò agli inizi da una indefinita forma socialista per radicalizzarsi sempre più in una patina altamente nazionalista, ancor più a destra dei conservatori stessi. Mi sembra che Scurati abbia posto giustamente in luce l’abilità di Mussolini contrapposta alle indecisioni e alla conflittualità interna delle sinistre e all’attesismo colpevole dei liberali e dei popolari, convinti di incorporare nei loro partiti quello fascista, un metodo che nell’assicurare, almeno nei loro intendimenti, una certa pacificazione sociale avrebbe permesso di mantenere inalterati i loro privilegi. Non fu così, come sappiamo dalla storia, ma a posteriori è sempre facile criticare. Per il resto, l’autore non disconosce le capacità politiche, e anche il trasformismo, di Mussolini, ma non lo esalta, anzi ne fornisce un quadro che conferma che l’individuo, il maestro elementare prima socialista e contro la guerra, poi interventista e infine nemico dei suoi vecchi compagni di partito, sia stato, in buona sostanza, un uomo con una capacità dialettica e di conoscenza della psiche umana di notevole livello, ma in cui allignava una ferocia oscura che lo portava a cattiverie insensate, a violenze incontrollate come quelle che aveva propugnato, sostenuto e poi pubblicamente giustificato, avvalendosi dell’opera delle sue camicie nere.
Questo dovrebbe essere il primo di tre volumi dedicati alla storia italiana nel ventennio, che è poi è come dire storia fascista e meglio ancora la vita di Benito Mussolini dal suo affacciarsi sulla scena politica alla sua tragica caduta. Non so se e quando usciranno gli altri, ma di una cosa sono certo, e cioè che li leggerò con la stessa passione con cui ho passato ore e ore sulle pagine di questo primo volume, alla fine del quale ho tratto due semplici conclusioni. La prima è che la storia si ripete perché l’Italia attuale, per certi aspetti, ricalca quella appena uscita dalla Grande Guerra; la seconda è che forse uno degli scopi del libro è di far conoscere ai giovani che hanno un’idea vaga del fascismo che cosa esso sia effettivamente stato. Questo intento è indubbiamente nobile, anche se dubito che i giovani in massa corrano a leggere questo libro se non altro perché spaventati dal notevole numero di pagine (ben 848).
Da parte mia ammetto di essre stato scettico all’inizio, ma poi di aver scoperto, pagina dopo pagina, come una storia raccontata in questo modo, una storia che potrei forse classificare come romanzata, mi abbia consentito di trascorrere piacevolmente le lunghe giornate di quarantena, portandomi anche inconsciamente a riflessioni senza preconcetti, al fine di cercare di comprendere le cause dei comportamenti delle parti in gioco e forse ci sono riuscito, almeno così spero.

Le assaggiatrici - Rosella Postorino

Romanzo vincitore del Premio Campiello 2018, del Premio Wondy 2019 e finalista alla 32^ edizione del Premio Chianti, un palmarès che impone- ed esige – che le aspettative siano tante, e invece era da tanto tempo che non mi capitava di imbattermi in un romanzetto, alla cui notorietà ha di certo contribuito un battage pubblicitario questo sì riuscito. Eppure lo spunto della storia di questa donna che, insieme ad altre, diventa l’assaggiatrice dei pasti destinati ad Adolf Hitler sarebbe interessante soprattutto se si fosse curata l’atmosfera particolare che regnava nell’ultimo periodo di vita di un folle e sanguinario dittatore. Purtroppo invece non è stato così per una scrittrice che non va oltre la narrazione, compita ed educata, di una storiella, quasi lo svolgimento, in modo scolastico, di un tema.
Mi dispiace dover esprimere un giudizio sostanzialmente non positivo su un’opera che ha vinto un premio prestigioso quale il Campiello, ma è proprio per questo motivo che si pretendono qualità e che non si sorvola su difetti come invece potrebbe accadere per romanzi che non sono stati gratificati da riconoscimenti di particolare livello. C’è anche da dire che la vicenda narrata non ha una trama particolarmente attraente, ma in questo aspetto gioca un ulteriore elemento negativo, vale a dire la monotonia della marrazione che presenta pur tuttavia ogni tanto degli acuti che rendono però più stridente il quotidiano grigiore di parole, di frasi che denotano uno stile fin troppo elementare.
Tengo a precisare che il mio giudizio non è stato frettoloso, nel senso che ho preferito leggere due volte il romanzo, la cui carenza principale è probabilmente una struttura debole, tanto più rilevante quando si affronta un argomento non certo facile quale è quello di prendere (o non prendere) decisioni vitali in un momento storico in cui anche la dignità viene facilmente sepolta.
Se i giurati del Campiello hanno votato secondo coscienza l’opera che hanno ritenuto migliore, posso solo immaginare di che basso livello fossero gli altri libri in concorso; del resto è da un po’ di tempo che rilevo un peggioramento generale della qualità delle opere letterarie, in sintonia peraltro con un diminuito grado di cultura, e questo purtroppo mi spiace, perché è la sconfitta della letteratura, il crollo di ogni valore e l’incapacità di creare e di comprendere il bello.

Manuale dell'imbianchino

libro scritto in modo estremamente superficiale. Potrebbe scriverlo chiunque dopo un pomeriggio passato con un imbianchino

Fiori di roccia - romanzo di Ilaria Tuti

Ci sono opere letterarie che hanno un particolare pregio, cioè quello di far conoscere o di porre in giusto risalto fatti e personaggi di grande significato, ma dimenticati, al punto da essere destinati altrimenti al perpetuo oblio. La vicenda delle portatrici carniche non mi era sconosciuta, ma avevo solo una conoscenza del fenomeno del tutto superficiale, per quanto nell’economia della Grande Guerra queste umili donne, per lo più contadine, siano state essenziali per mantenere una linea di fronte, che senza la loro giornaliera e pericolosa fatica sarebbe altrimenti crollata. Sì, perché i soldati, pur al riparo delle trincee, hanno bisogno costante di rifornimenti, di cibo e dimunizioni, e quando il fronte è attestato in alta montagna, in una zona impervia dove neanche i muli, se ci sono, riescono ad arrivare tutto deve essere portato dagli uomini che in questo caso hanno il volto sofferto, ma deciso delle donne di quei posti, che conoscono tutti i sentieri per risalire al Pal Piccolo e al Pal Grande. E non c’è tempo che tenga, perché anche con il gran caldo, come con il gran freddo e la neve occorre andare, è indispensabile rifornire chi combatte. Non è improbabile che agli inizi sia stata la fame e la paga con cui era possibile almeno in parte saziarsi a spingere a questo lavoro la cui fatica era pari al pericolo a cui si andava incontro, come per esempio capitare nel mezzo di un bombardamento o essere prese di mira dai cecchini; in seguito, visto il costante sacrificio dei nostri soldati e quell’inevitabile tenerezza che permane pure in donne quasi abbrutite dalla fatica, ma che non esitano a vedere in quei nostri giovani i loro figli o i loro fratelli, si è fatto strada un sentimento più forte, un’identificazione con i combattenti che si è tradotta in un amor di patria. Finita la guerra le portatrici furono dimenticate e solo più recentemente ci si è ricordate di loro, così che un romanzo che le vedesse protagoniste era da considerarsi quanto mai opportuno. Allo scopo ha provveduto Ilaria Tuti con Fiore di roccia dove c’è un io narrante, Agata Primus, certamente di fantasia ma che ha il compito, indubbiamente non facile, di mostrare attraverso la sua vicenda ciò che rappresentò il fenomeno delle portatrici. Se devo essere sincero la narrazione mi ha a lungo disorientato, anche perché - per quanto sia un rimprovero benevolo, lo devo fare - il romanzo ha un’accentuata verbosità, soprattutto quando il personaggio principale fa delle lunghe riflessioni, non lasciando però spazio al riguardo da parte di chi legge, perché un conto è indurre a riflettere, un conto è farlo anche per il lettore. Inoltre non riuscivo a capire i piani di lettura che si sono per fortuna svelati negli ultimi capitoli. Infatti lo scopo dell’opera non è solo di porre in giusto risalto il fenomeno delle portatrici, ma è anche uno studio accurato sull’emancipazione femminile, introdotta con la guerra, ma solo in parte realizzata. Infine più volte mi sono chiesto se l’opera abbia un intento patriottico o invece pacifista, tutte domande a cui non sono riuscito a dare risposte fin quasi al termine della lettura. Peraltro la Tuti è stata molto abile nel non scivolare nella retorica di basso livello, è sempre rimasta saggiamente in bilico e questo è un merito che le si deve riconoscere. Incerto nel farmi un giudizio, ma sempre più interessato ho proseguito metodicamente la lettura e alla fine non ho potuto che convenire sul messaggio di pace che viene portato avanti con la storia d’amore, che non nasce all’improvviso, fra la protagonista e un cecchino austriaco, vicenda nella vicenda in cui non era difficile cadere nel romanzetto rosa, ma l’autore è riuscito a mantenere la giusta tensione per la diffidenza reciproca in quanto nemici nonostante il sentimento che stava per sbocciare, così che il lavoro ha preso un marcato equilbrio che in precedenza era meno evidente.
Non aggiungo altro, leggetelo, perché se non è un capolavoro è comunque un buon romanzo.