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Gli ultimi messaggi del Forum

Campo tachionico - Maddalena Galliani

libro inutile. È una mera pubblicità ad un prodotto di nome "Takionic"

https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2015/11/22/farmaco-truffa-e-non-registrato-via-allinchiesta-sul-takionicTorino08.html

«UN passepartout per il benessere, per la giovinezza, per l'amore ». Potenziano i "chakra", rendono più magri e senza cellulite, proteggono da onde e campi elettromagnetici, aumentano l'ossigenazione del sangue, guariscono cicatrici e leniscono dolori. Davvero miracolosi i prodotti della ditta "Takionic", ovvero «la chiave d'accesso per l'energia universale»: creme, gioielli, amuleti, dentifrici, dopobarba, tessuti, perle, cappellini, tutti a base di «energia tachionica ». Ma cos'è il "takionic"? È «un'ipotetica particella avente massa immaginaria che avrebbe velocità superiore a quella della luce». Ma ora è anche l'argomento di una nuova inchiesta del pm Raffaele Guariniello, che ha ipotizzato il reato di frode in commercio e violazione della legge sui farmaci per l'azienda che commercializza questi prodotti. Sotto la sua lente, in particolare, sono finite le creme, l'argilla e l'olio «tachionici » della linea Bio26 perchè reclamizzati con proprietà curative. Riassorbirebbero gli edemi, favorirebbero i movimenti osteoarticolari, migliorerebbero circolazione e flusso linfatico, ad esempio. L'anticellulite, poi, sarebbe in grado di «restituire una linea perfetta». Per questo il pm ha segnalato i prodotti anche all'Aifa. L'indagine nasce dall'esposto di un'imprenditrice torinese che aveva avuto rapporti commerciali con la ditta Takionic Europa (di Milano), che vende i prodotti tramite un'altra azienda di Salerno. Nell'esposto si cita anche il fatto che questi prodotti avrebbero portato benefici anche in caso di gravi malattie, come il cancro. Secondo gli esperti della procura le informazioni «pseudoscientifiche» con cui vengono reclamizzati i prodotti tachionici servirebbero a impressionare e ingannare i clienti. Nella formula "takionic" , l'ingrediente sarebbe un minerale, la tormalina, costituito da silicati di alluminio e borio. Un cristallo con la capacità (presunta) di «assorbire la luce e riemetterla sotto forma di polvere tachionica». Per chi ci crede.

Lo scialo - Vasco Pratolini

Si deve riconoscere a Vasco Pratolini il grande merito di aver narrato la storia d’Italia della prima metà dello scorso secolo, creando trame e personaggi che ben riescono a rappresentare ciò che sono stati quegli anni. Non è un osservatore degli accadimenti di un’epoca che possa essere definito imparziale, perché l’idea politica comunista che lo anima finisce con il dare corso alle sue storie, ma se il punto di vista è marxista c’è anche una grande correttezza e sensibilità nel non esacerbare le vicende, nel descrivere i personaggi con quella punta d’affetto propria di ogni grande autore, indipendentemente dalla loro positività o negatività. Lo scialo è il secondo romanzo di una trilogia intitolata Una storia italiana e viene dopo lo stupendo Metello (il terzo è Allegoria e derisione); narra di Firenze fra le due grandi guerre e potrebbe essere definito come la parabola della piccola e media borghesia di quella città, estensibile però senza particolari problemi a quella di tutta l’Italia. E’ nata così un’opera che forse non era per corposità nelle intenzioni dell’autore, ma che lui ha sentito come necessaria, per non dire indispensabile, per descrivere, attraverso i tanti personaggi, protagonisti di vita quotidiana, dei rapporti fra il fascismo e appunto la borghesia. Ho detto che si tratta di un lavoro di consistente mole e forse sarebbe meno faticosa la lettura se l’autore avesse provveduto, in sede di stesura definitiva, a qualche opportuna sforbiciata, ma ciò non toglie che, superato lo sgomento iniziale quando ci si accorge delle tante pagine da leggere, il risultato alla fine risulta appagante.
Per quanto, a mio avviso, non si possa parlare di un capolavoro, ma di un romanzo che presenta un livello di eccellenza, occorre riconoscere che l’indagine storico sociologica di Pratolini ha consentito di ben delineare i rapporti fra una borghesia cristallizzata, ma con più ampie aspirazioni, e l’arrembante regime fascista. E non si tratta di una relazione conflittuale, bensì vede questa classe intermedia cercare di cogliere l’occasione per assurgere a più alti livelli. Si tratta di gente che non esita a sporcarsi le mani, a rinnegare le sue origini, in passato proletarie, per lasciarsi trascinare in un folle arrivismo che non scuote le loro coscienze, perché lo scopo è solo uno: emergere, anche a scapito degli altri. Potrei dire che questa classe sociale non ha idee politiche e non è nemmeno fascista, eppure con una leggerezza imperdonabile salta in groppa al cavallo del fascismo, senza pudore e anche senza nessuna convinzione. Mussolini e i suoi fedeli sono soltanto l’occasione e nulla di più, ma se questo può essere la naturale conclusione di un un erudito saggio sociologico, così non si può dire per l’opera letteraria che di certo ha impegnato moltissimo Pratolini, che riesce a generare una trama, densa di personaggi che ruotano incontro a quattro protagonisti principali, e riconoscendo a tutti, nessuno escluso, una dignità che si estrinseca nella loro credibilità, perché mai, e ripeto mai, si ingenera nel lettore il dubbio che gli stessi siano frutto d’invenzione, come in effetti sono.
Certo che Lo scialo finisce con l’apparire un’opera ambiziosa e che talora si perde per strada, complice l’inusitata lunghezza, ma poi alla fine quel fil rouge che appariva incredibilmente aggrovigliato si scioglie e si dipana, recuperando quella logica continuità che, se pur temporaneamente, pareva essersi persa.
Da leggere, senza il benchè minimo dubbio.

TransAtlantic - Colum McCann

Transatlantic è un romanzo che abbraccia un periodo di tempo che va all’incirca dalla metà del XIX secolo fino a quasi i giorni nostri, un’opera di narrativa in cui si raccontano vicende solo apparentemente non collegate. Infatti, presenta ben otto protagonisti, le cui storie iniziano nel lontano 1845 e terminano nel ben più vicino 2012. Storicamente si basa su personaggi esistiti veramente, come lo scrittore nero abolizionista Frederick Douglass, gli aviatori Alcook e Brown, il senatore statunitense Mitchell. Come possono essere collegati, trattandosi di figure vissute in epoche assai diverse? A legarli sono quattro donne, quattro generazioni di donne per la precisione, figure che con tenacia e coraggio affrontano tutte le avversità della vita. E queste quattro donne sono le autentiche protagoniste, senza togliere nulla alle qualità degli uomini che, grazie a questo particolare elemento femminile, illuminano e rendono interessante un romanzo che francamente altrimenti sarebbe risultato un po’ scialbo. I nomi delle protagoniste sono Lily Duggan, Emily Ehrlich, Lottie Ehrlich e Hannah Tuttle, collegate, oltre che da un vincolo di sangue, da una lettera, scritta da Emily per conto della madre Lily e consegnata all’aviatore Brown affinché provvedesse a recapitarla in Irlanda. La missiva non giungerà mai a destinazione, ma verrà tramandata da madre in figlia, fino a quando il destino consentirà al suo ultimo possessore e ai lettori di conoscerne il contenuto. Preciso che non è che ci sia da attendersi chissà quali rivelazioni, perché in fondo la lettera è l’espediente per creare un po’ di tensione in un romanzo altrimenti grigio, che tuttavia presenta anche dei pregi, come la particolare struttura adottata, la capacità di ricreare ambienti e atmosfere, una scrittura garbata e senza enfasi. Il romanzo si legge con interesse, anche se nell’ultima parte si avverte un po’ di stanchezza nell’autore, come se avesse voglia di concludere alla svelta, ma senza idee in proposito, e in effetti arrivati all’ultima riga si è presi da una sensazione di incompiutezza. E’ un peccato, anche perché questo finale strascicato è frutto dalla troppa carne al fuoco riscontrabile nell’opera, oltre tutto non distribuita bene, così che vi sono parti ridondanti e altre più normali, alcune addirittura mosce, come appunto quella con cui si conclude il lavoro.
Non ci saremmo trovati di fronte in ogni caso a un capolavoro, ma solo e comunque a un libro di eccellente fattura, e invece questo squilibrio narrativo toglie parecchio non solo al valore del romanzo, ma anche all’interesse del lettore che, giunto all’ultima pagina, si accorgerà di aver trascorso piacevolmente un po’ di tempo, ma che le aspettative sono state purtroppo in parte disattese.

LTI - Victor Klemperer

I libri che parlano della Shoah sono, per fortuna, moltissimi e raccontano di esperienze dirette, sono frutto di approfonditi studi storici e in genere esaminano questo tragico fenomeno con un approccio globale, pur cercando di evidenziare motivi che ancor oggi, oltre che apparire demenziali, non riusciamo del tutto a chiarire. Il nazismo non è stato solo un caso politico, ma ha voluto fortemente rappresentare una nuova idea di società basata sulla violenza non solo fisica, ma anche verbale. Al riguardo, Victor Klemperer, insegnante al’Università di Dresda, da cui fu costretto a dimettersi per le leggi razziali, ha scritto fra il 1933 e il 1945 dei diari, frutto di un’osservazione attenta, non disgiunta da una riflessione approfondita, in cui da catedrattico di Filologia spiega come sia possibile che la lingua di un regime totalitario, se sapientemente diffusa, a piccole, ma ripetute dosi, diventi un veleno devastante in grado di trasformare perfino la coscienza di un popolo, fosse anche il più evoluto, il più colto, il meno recettivo. E’ allora che la lingua non diventa solo uno strumento per comunicare, ma un’arma che consente da un lato di omologare tutti al pensiero del capo e dall’altro un’arma altrettanto feroce che rimuove lo spirito critico, ricaccia nel più profondo il senso individuale di umanità. E queste parole sono quelle che Klemperer sente mentre lavora, oppure che pronuncia Goebbels nei suoi istrionici discorsi alla radio, che si leggono sui giornali nazisti oppure sul Mein Kampf. Per quanto possa sembrare incredibile, le mutazioni nell’uso del linguaggio, le parole mutuate da idiomi di altri, perfino la punteggiatura concorrono a questo sconvolgente risultato. Addirittura esemplare è il caso delle iniziali, della loro grafica come nel caso delle SS, dove ci sono due saette che danno l’idea da un lato della rapidità di azione di chi fa parte di quel corpo e dall’altro dell’inevitabilità della punizione di chi cerca di opporsi. Nel teatro di ogni dittatura - un teatrino grottesco quello dell’epoca mussoliniana, un teatro tragico wagneriano quello del nazismo - tutto poggia su riti che richiamano antiche e improbabili virtù e su parole che colgano nel segno, che dimostrino quell’onnipotenza che in realtà non c’è. Se questo libro vuole essere una particolare testimonianza, finisce anche però con il diventare un monito, una raccomandazione di stare ben attenti a come il linguaggio cambia, come vengano coniate nuove parole (al riguardo facebook è una miniera inesauribile) perché dietro c’è sempre un disegno, il tentativo di classificare la gente in amica e nemica, il disprezzo del pensiero individuale per arrivare a imporre quello collettivo conforme ai voleri di chi comanda.

Il metodo Lafay - Olivier Lafay

un filosofo che mi scrive un libro sullo sport è ridicolo.
Tanto più ridicoli sono le variazioni delle misure dei muscoli che sono scritti in fondo al libro. Fare body-building senza ausilio dei pesi di notevole importanza ed ottenere dei risultati va contro TUTTI gli altri libri letti..e sono anni che leggo libri tra alimentazione-biochimica-fitness.
Va bene per gli adolescenti e pre-adolescenti che devono aspettare ad andare in palestra e vogliono prendere confidenza con l'esercizio fisico.

Produrre i propri semi - Salvatore Ceccarelli

libretto da leggere in 10 minuti. Niente di fenomenale. Non divaga in nessun punto. sarebbe meglio riportare casi pratici. Libro che consiglia solo come iniziare...nessun spunto di genetica avanzata. Nemmeno il quadrato di Punnet.

Nell'angolo di quiete - Eduard von Keyserling

Eduard von Keyserling è l’autore di opere definite “le novelle del castello”, romanzi di notevole eleganza in cui si descrive la vita della nobiltà baltica, di cui lui era parte, nelle loro tenute, ambienti elitari, chiusi e protettivi, in cui l’esistenza era di una monotonia stucchevole e tutto si svolgeva nella inconsapevole attesa di un evento che potesse cambiar tutto, il che ricorda non poco l’atmosfera e i personaggi di quel capolavoro di Dino Buzzati che è Il deserto dei tartari. Da un romanziere che si potrebbe definire senza infamia e senza lode mai ci sarebbe potuto attendere un lavoro come Nell’angolo di quiete, che pur presentando le caratteristiche classiche delle sue opere riesce a rappresentare, attraverso gli occhi di un bimbo, la fine di un mondo, il cui inizio è dato proprio dall’avvio della prima guerra mondiale e non a caso l’epoca della vicenda è quello. Nella residenza estiva, nelle Alpi bavaresi, della famiglia von der Ost si consuma una tragedia greca attraverso la quale si spegne un mondo di apparente normalità, in cui i rapporti, e anche le passioni, sono regolati da convenienze. Agli occhi di un bambino malaticcio, Paul von delr Ost, si squarcia poco a poco il sipario sull’esistenza, tramite atteggiamenti a lui al momento incomprensibili, ma che lo colpiscono. Così è per la corte alla madre del signor Hugo von Wirden, dipendente della banca di cui il signor Bruno von der Ost è direttore, come pure per l’attrazione che prova per una bimbetta figlia di agricoltori che si accompagna sempre con il rampollo del maggiore Welker, che guida un rapporto con lei quasi sadomaso. C’è ancora la pace, ma è di attese per l’imminente guerra, che poi inevitabilmente scoppia con il signor von der Ost che si arruola e che poi cadrà sui campi di Francia lasciando una consolabile vedova che rinuncia alle profferte amorose di von Wirden solo perché le regole di casata le impongono ora una vita nel ricordo del marito defunto. Tutto procederebbe secondo i crismi che caratterizzano una nobiltà avulsa dal scorrere del tempo con i suoi progressi, se il bimbo, volendo dimostrare ai suoi due amichetti di non essere un pusillanime, non volesse dimostrare il suo coraggio partendo con lo scopo di arruolarsi, ma data l’età per lui il fronte non può essere che dopo la montagna che sovrasta il paese e verso cui si incammina. Il romanzo è breve e non aggiungo altro perché le ultime pagine sono un dono prezioso, qualcosa che si scolpisce in modo indelebile nell’animo del lettore e che lo induce a pensare, non a torto, di essere in presenza di un autentico gioiello, al cui giudizio contribuiscono, oltre alla trama, l’eleganza dello stile, la rara sensibilità dell’autore nello sfumare situazioni che in altre mani potrebbero definirsi scabrose, la descrizione poetica dei paesaggi e della natura, la fine analisi psicologica, grazie alla quale si è in grado di immergersi in un’atmosfera perfettamente ideata.

Perchè il Sud è rimasto indietro - Emanuele Felice

Da un po’ di tempo è in atto un revisionismo storico del nostro Risorgimento relativamente all’annessione del Meridione al Regno d’Italia, con il quale si vuole dimostrare come il Mezzogiorno, prima prospero e florido, sia stato sistematicamente spogliato delle sue risorse, tutto a beneficio del Nord, determinando quell’arretratezza economica che tuttora, purtroppo, lo caratterizza. I dati su cui si basano queste asserzioni sono del tutto inattendibili e per così dire campati in aria, tanto che è possibile affermare che coloro che portano avanti questa storiella, chiamati anche neo-borbonici, nulla fanno per determinare gli autentici motivi della debolezza del nostro Sud, impedendo così di fatto la ricerca delle indispensabili soluzioni. La materia deve essere ovviamente oggetto di studi seri che solo gli storici economici possono fare; al riguardo, proprio un meridionale, Emanuele Felice ha scritto un saggio di estremo interesse, intitolato Perchè il Sud è rimasto indietro. Nelle sue ricerche, ampiamente documentate, è dovuto a ricorrere a sperimentazioni, anche statistiche, di cui ha riportato il metodo; ciò è stato tanto più necessario ove si consideri che certi dati economici oggi di uso corrente all’epoca erano ignorati, ma soprattutto si è basato sulle correlazioni per verificarne o meno l’attendibilità. Così in epoca preunitaria, con riferimento all’anno 1861, possiamo vedere come il prodotto interno lordo del Sud differisse di poco (in meno) rispetto a quello del Nord (c’è da dire peraltro che entrambi gli indicatori sono piuttosto bassi rispetto a quelli di altri paesi europei, perché lo sviluppo industriale in Italia non era ancora arrivato, anche se il Nord aveva tutto il substrato necessario per parteciparvi a pieno titolo, a differenza di un meridione intrinsecamente debole). Se si vanno a vedere gli altri indicatori, però, è possibile determinare senza ombra di dubbio come il divario Nord-Sud sia sicuramente anteriore all’Unità d’Italia; infatti, strutturalmente si tratta di due entità agli antipodi, con il Nord che può contare su un regime più moderno, cioè una monarchia costituzionale, e il Regno delle Due Sicilie invece ingloriosamente racchiuso in una struttura istituzionale del tipo antecedente la rivoluzione francese; non sono nemmeno paragonabili le indispensabili infrastrutture, con le ferrovie che al Sud arrivavano a malapena a 99 Km., mentre Liguri e Piemontesi ne avevano per 850 Km.e il Lombardo-Veneto per 522 Km.; inoltre il supporto finanziario si basava nel Mezzogiorno su solo due banche, contro le decine che vi erano in Settentrione, e la circolazione monetaria era al Sud basata sulle antiquate monete, peraltro nelle mani di pochi; per quanto concerne l’analfabetismo in Piemonte era il 49% e in Lombardia il 51%, in Meridione l’86%; anche il grado di povertà era ampiamente diverso, tanto che al Centro-Nord chi viveva al di sotto della soglia di povertà era il 37%, mentre al Sud ben il 52%. Quindi, altro che paese felice come certe teste vanno predicando, anzi era un regno prossimo al disfacimento, su cui avevano messo gli occhi, per il dominio nel Mediterraneo, Francesi e Inglesi, con questi ultimi che ritennero che il male minore fosse che subentrassero gli italiani.
Ci sarebbero da scrivere pagine e pagine di questo libro di piacevole lettura, ma che esige delle indispensabili nozioni di Scienze Economiche e pertanto mi limiterò alle conclusioni, secondo le quali chi ha soffocato il Mezzogiorno sono state state le sue stesse classi dirigenti, peraltro poche in una società che vedeva un ristretto numero di detentori di ricchezza e una massa proletaria, con una sparuta percentuale borghese, per lo più di carattere burocratico; insomma non c’era il tanto indispensabile ceto medio e così chi era ricco, anziché rischiare capitali in nuove attività, preferiva una rendita di posizione.
Di conseguenza ecco il risultato che emerge nel saggio:
Questa interpretazione della differenza di sviluppo del Sud rispetto al Nord-Ovest e al Nord-Est-Centro consente di intravedere gli elementi portanti di una strategia di superamento della differenza di sviluppo. Una strategia che non si basa più sulla richiesta di nuove leggi speciali o di nuovi trasferimenti aggiuntivi di risorse come risarcimento di un’inferiorità che si presume procurata dall’esterno o a saldo di nuovi strumenti di perequazione, ma una strategia che «dovrebbe puntare invece a modificare radicalmente la società meridionale, spezzando le catene socio-istituzionali che condannano la maggioranza dei suoi abitanti a una vita peggiore di quella dei loro concittadini del Nord: annientare la criminalità organizzata, eliminare il clientelismo, rompere il giogo dei privilegi e delle rendite. Riconvertire cioè le istituzioni del Mezzogiorno da estrattive a inclusive, passando per la trasformazione delle strutture sottostanti». Al riguardo ritengo opportuno chiarire il significato di due termini: poichè le istituzioni politiche ed economiche sono aspetti prioritari per lo sviluppo di un paese, queste possono essere inclusive se favoriscono il coinvolgimento dei cittadini e quindi, grazie anche alla crescita economica, lo sviluppo civile e umano, mentre sono estrattive qualora finalizzate ad estrarre rendite destinate a una minoranza di privilegiati.
Il libro di Felice è senz’altro di notevole interesse.

La canzone del cavaliere - Ben Pastor

La canzone del cavaliere, benchè nella cronologia degli eventi con protagonista Martin von Bora sia il primo romanzo, ambientato come è nel corso della guerra di Spagna, figura come il quarto scritto da Ben Pastor, dopo gli ottimi Lumen e Luna bugiarda, ma soprattutto dopo l’eccellente Kaputt Mundi. Non ci è dato sapere il perché di questa scelta dell’autore ma sta di fatto che questo libro, pubblicato nel 2003, è di notevole qualità, e non solo per la trama, intricata, se pur comprensibile, o per l’atmosfera, che ci restituisce splendidamente un’epoca tragica per la Spagna, bensì soprattutto per la presenza di un rapporto amoroso, che per quanto primitivo, si ammanta comunque di una sensualità che si potrebbe definire magica. Qui si parla dell’amore di von Bora con la famosa Remedios, famosa perché il suo nome ricorrerà talvolta nelle opere successive. Il romanzo comunque è tutto imperniato sul tagico destino del grande poeta Garcia Lorca che nella trama non risulta ammazzato dai falangisti nel 1936, ma un anno dopo e in tutto un altro luogo, guarda caso vicino a un avamposto comandato dal giovane tenente Martin Von Bora. Chi l’avrà ucciso? Interessati ad avere una chiara risposta sono sia von Bora che il maggiore Philip Felipe Walton, un americano che era amico del grande poeta spagnolo, internazionalista e nemico posto con il suo distaccamento proprio di fronte a quello dell’ufficiale dell’Abwehr. Non aggiungo altro, per non svelare i contenuti e i risvolti di una trama costruita in modo impeccabile, limitandomi pertanto a evidenziare ancora una volta i meriti dell’autore. In questa zona assetata dell’Aragona il fronte ha un periodo di calma, nel senso che gli scontri sono spordici, ma proprio per questo, grazie alla maestria di Ben Pastor, si respira quell’aria che è un misto di tensione per la consapevolezza che, nonostante la calma, una fucilata ti puo togliere di mezzo, e di rassegnazione, perché in una guerra crudele quale può essere quella civile non si potrà mai assaporare in pieno il gusto della vittoria. Martin von Bora è un giovane ufficiale dell’Abwehr alle prime armi, che dimostra talento, ma anche i difetti dell’inesperienza; Walton è uno che ha già combattuto nella Grande Guerra e che ha partecipato anche alla battaglia di Guadalajara; in entrami i fronti l’americano si è scoperto come pavido, addirittura vigliacco, eppure a tutti sembra un duro, uno che non teme la morte, che però forse inconsciamente cerca per porre rimedio alla sua dirompente paura. I due personaggi sono resi splendidamente e questo è un ulteriore motivo di interesse di un romanzo che è ampiamente meritevole di lettura.

Alla corte del duce - Antonio Spinosa

Un uomo che detiene un potere assoluto è sempre solo, se pur circondato da una corte di uomini e donne, ossequianti, perennemente in contrasto fra loro, e comunque sempre pronti a scalare una posizione nella gerarchia, cercando perfino di subentrare al vertice. Anche nel caso di Benito Mussolini c’era un seguito di variegati personaggi, dal cretino, ma utile Achille Starace, al tentennante e vanitoso Galeazzo Ciano, tanto per nominarne un paio, ma erano molti, molti di più; non mancavano le donne, quasi esclisivamente quelle ben disposte ad appagare l’appetito sessuale del duce, raramente opportuniste, per lo più infatuate. Tutta questa gente, che viveva all’ombra del potente, tesa continuamente a mettersi in luce, agiva sul palcoscenico come burattini i cui fili erano tenuti da Mussolini, sempre occupato a impedire che qualcuno cercasse di fargli le scarpe. Ne temeva soprattutto due: Italo Balbo, fascista della prima ora, aviatore dalle imprese titaniche, che nei primi giorni di guerra perse la vita per fuoco amico, e Dino Grandi, altro elemento di spicco, peraltro untuoso, a capo delle prime squadre di camicie nere, doppio giochista abile e che infatti lo tradì in modo perfetto in occasione della famosa riunione del Gran Consiglio del Fascismo del 25 luglio del 1943. E poi, per il riposo del guerriero, c’erano le donne, che riceveva quasi sempre nel suo ufficio e che possedeva frettolosamente in piedi contro il tavolo; è impossibile nominarle tutte, perché in materia l’appetito di Mussolini era veramente esagerato, ma non si può tacere la sua lunga relazione con Margherita Sarfatti nata Grassini, un’ebrea scrittrice e critica d’arte, e che tanto l’aiutò disinteressatamente, come del resto suo marito Cesare Sarfatti, ex socialista, grande penalista e amico del Duce. E sempre in tema di donne mi corre l’obbligo solo di accennare alla signora che morì con lui, Claretta Petacci. Il saggio Alla corte del Duce di Antonio Spinosa parla di questa corte, ma va anche oltre poiché torna indietro nel tempo e scrive dell’infanzia di Mussolini e degli amici dell’epoca, di cui alcuni poi lo seguiranno nella sua avventura. Puntuale, preciso e snello nella narrazione questa volta Spinosa mi ha lasciato perplesso per alcune notizie che riporta e mette in evidenza, come il fatto che Mussolini non tenesse molto alla pulizia personale o che da piccolo manifestasse un carattere violento, strappando addirittura gli occhi a un gatto che gli aveva rubato un boccone; penso però che ci sia da dar credito a queste notizie perché l’impressione che ho ricavato è che Mussolini fosse un pazzo, come testimoniato dagli occhi sbarrati dell’ultimo periodo, quello della Repubblica Sociale, espressione che gli doveva essere tuttavia abituale perchè la troviamo addirittura nella foto di copertina, scattata nel 1937 a Roma all’ippodromo di Tor di Quinto. Del resto, se si eccettuano le sue capacità giornalistiche e oratorie, resta ben poco, rimane l’immagine di un uomo in possesso di una incredibile sete di potenza, ma anche pavido, pronto a tirare il sasso e a nascondere la mano. E’ un personaggio che comunque non è facile da descrivere, così come non appare facilmente comprensibile il perché di non pochi comportamenti; eppure, Spinosa riesce bene in questo scopo, con una grande capacità di sintesi, che si può riscontrare nelle prime pagine del libro, in tre righe che riporto integralmente: “Il Duce, oltre se stesso, era una maschera che seppe tenere testa a un balletto di ombre, fino a quando non cadde il sipario, perché egli non era più in grado di reggere il ritmo incalzante della recita. Queste pagine sono come un palcoscenico sul quale lui e la sua corte recitano la parte che si sono ritagliati nella storia. Un palcoscenico in cui un ragazzotto di Predappio apparve ben presto irretito da un delirio di onnipotenza, all’inizio inconsapevole e istintivo ma che, col trascorrere degli anni, si fece sempre più assoluto come il suo regime”.
Da leggere, senza dubbio.

La congiura - Franco Cardini, Barbara Frale

La repubblica di Firenze era tutto fuorchè democratica, in quanto aveva tutte le caratteristiche dell’oligarchia, con famiglie per lo più di banchieri a reggerne le sorti, in perenne conflitto fra di loro al fine di pervenire, nelle decisioni, alla supremazia. Cosimo de Medici e suo figlio Piero riuscirono nel difficile intento di non apparire, ma in effetti di comandare dietro le quinte; certo non era vita facile, in un continuo rimescolamento di alleanze, perpetuamente nel timore di qualche colpo di stato, che in effetti vi fu più di una volta. I successori di Piero, il primogenito Lorenzo e l’altro Giuliano proseguirono all’inizio l’accorta condotta del padre e del nonno, ma poi subentrò quel desiderio di affermazione e di raggiungimento del pieno potere che era tutto il contrario della politica degli avi. Desideroso di fare sua Firenze quasi fosse una bella donna, ma ancora timoroso di prenderne possesso ufficialmente, accontentandosi dell’ufficiosità, fu Lorenzo, giacché il fratello Giuliano, più giovane, gli era un po’ succube. L’aver intrapreso una politica meno accorta, tesa a gettare le basi anche di un potere ecclesiastico, comportò tuttavia una serie di errori che resero inviso, molto più di quanto lo fossero stati Cosimo e Piero, proprio Lorenzo, errori che comportarono una totale revisione della politica, pur restando punti fermi gli appoggi, o comunque le segrete alleanze, con il re di Francia e il duca di Milano. Non sto a raccontare tutte le trame, gli intrighi, i voltafaccia perché sarebbe come fare un ampio riassunto di questo eccellente saggio scritto da Franco Cardini e Barbara Frale, e mi limiterò quindi a evidenziarne l’impostazione, notevolmente razionale. Grosso modo l’opera può essere divisa in tre tempi: il prima, cioè gli anni che precedono la famosa Congiura dei Pazzi, la congiura stessa e i giorni di sangue che ne seguirono, il dopo che non arriva alla morte di Lorenzo, ma che delinea ciò che furono i suoi ultimi anni. Del prima ho già scritto, della congiura non intendo aggiungere altro a quello che già si sa e per il dopo mi limito solo a evidenziare come il raggiungimento, sia pur non ufficiale, del pieno potere segnò in modo negativo, triste, malinconico, angosciante l’ultimo percorso dell’esistenza di questo principe senza investitura. La Congiura è un’opera di rilevante interesse e credo si possa definire come uno dei migliori saggi storici che siano stati scritti; la completezza, quasi maniacale, delle informazioni, il ritmo che sembra assecondare lo svolgimento dei fatti, uno stile che non è mai assolutamente greve e che avvince il lettore, insomma tutti elementi che normalmente sono presenti nel romanzo storico di un grande autore. Qui, tuttavia, è lasciato ben poco spazio alla creatività e preminenti e quasi assoluti restano i fatti, le supposizioni e le interpretazioni dei due storici, inserite in un contesto che fa sì che sembrino più ipotesi formulate all’epoca degli eventi e non a posteriori. Viene da chiedersi se questo sia un saggio storico e indubbiamente lo è, perché i richiami alle abbondanti fonti, elencate in calce, sono continui, ma comunque resta una costruzione snella, ma non per questo incompleta o superficiale, che attira irresistibilmente perché francamente viene spontaneo di continuo chiedersi come si rimedierà a quell’errore, quali mosse saranno intraprese per giungere allo scopo, insomma ci si appassiona come fossero eventi contemporanei e non di più di cinquecento anni fa. Forse - è però una mia ipotesi - a quest’opera calzerebbe meglio la definizione di storia romanzata e meglio ancora di storia narrata.
Se tutto sommato la figura di Lorenzo ne esce un po’ ridimensionata, cioè sì un grande politico, ma anche uno la cui spregiudicatezza lo condusse a non pochi errori, resta inalterata la stima per il poeta, e non a caso il saggio, dopo aver rimarcato gli ultimi anni di un’esistenza che vide il politico solo, angustiato, e in preda a quella malinconia che coglie chi sa che non potrà più cambiare ciò che è stato e che la vita vista da vecchi è più rimpianti che gioie, si chiude con i celebri versi, in apparenza lieti, ma che riassumono lo stato d’animo del Magnifico: “Quant’è bella giovinezza / che si fugge tuttavia / chi vuol esser lieto, sia, / di doman non c’è certezza. “.