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Gli ultimi messaggi del Forum

Il legato romano - Guido Cervo

Nel 275 d. C. l’impero romano inizia a mostrare la sua decadenza con imperatori che durano dall’alba al tramonto e con i confini che diventano permeabili alle frequenti e rovinose incursioni dei barbari. Anche lungo il Reno la situazione è in ebollizione e una grande coalizione di tribù germaniche si appresta a invadere la Gallia; le forze romane sono decisamente poche e insufficienti, ma occorre resistere nell’attesa di un auspicato, anche se incerto e lontano soccorso da Roma. Incaricata di questa impresa quasi disperata è la XXII legione, quella agli ordini del legato Valerio Metronio. Così, su un palcoscenico di terrore e di sangue si sviluppano le vicende di tanti protagonisti, delle loro esistenze, dei loro amori, uomini e donne che in gran parte ritroveremo negli altri due romanzi della trilogia, di cui Il legato romano è il primo. Si potrebbe dire che con questo volume Guido Cervo ha inteso effettuare la presentazione dei suoi personaggi, tutti di fantasia, benchè si muovano in un’ottica storica in cui gli imperatori e le grandi battaglie sono esistiti veramente. C’era il rischio di scrivere una lunga carellata di nomi con le loro caratteristiche, ma per fortuna l’autore li presenta di volta in volta nell’ambito di una narrazione in cui diventano protagonisti di eventi. Così facciamo conoscenza già all’inizio di Valerio Metronio quando le sue truppe assaltano Ildivasio, un grosso villaggio dei barbari Suardoni, in cui si è rifugiato Arbogaste, il capo della bellicosa tribù; nella circostanza il legato nota fra le prigioniere una donna di rara bellezza, Idalin, di cui si invaghisce; via via salgono sul palcoscenico altri personaggi, romani e barbari, brava gente e pessimi soggetti, capi militari e capi civili, tutti attenti a recitare la loro parte con abilità e accortezza, senza predominare e mettere in ombra chi li ha preceduti o li seguirà.
Comunque, l’autentico grande protagonista è lui, il legato romano, di umili origini, che ha fatto carriera nell’esercito, fedelissimo a Roma, onesto e concreto, abile condottiero, ma non privo di umanità, una dote non frequente in un militare del grande Impero.
A Cervo va dato atto di essere riuscito sapientemente a far convivere autentiche vicende storiche con quelle di fantasia, a tutto vantaggio del piacere della lettura, senza dimenticare che ha cercato di esporci anche le ragioni dei nemici di Roma; certo, per alcuni aspetti, fra i quali il progressivo innamoramento di Valerio Metronio per Idalin, che da schiava la renderà liberta per poi sposarla, si ha l’impressione di trovarsi di fronte a un feuilleton, ma molto equilibrato e avvincente, un pregio questo assai notevole e che è il segreto del successo che ha avuto il romanzo.

La vita e' bella - regia di Roberto Benigni

Questo film è bellissimo. Non l'avevo mai visto prima, ma quando l'ho visto ho fatto tipo 2 laghi di Garda non 1 con le lacrime. Racconta in modo preciso quello che hanno provato le persone deportate, e io che sono forse troppo attaccata ai miei genitori, mi sono messa a piangere quando il bambino perde suo padre, perché a me viene automatico pensare quello che proverei a sapere che mio padre è stato ucciso. Ma è bello il film anche per il lieto fine.

Re: Dante - Alessandro Barbero

Ciao @RENZO MONTAGNOLI, sei sicuro di non aver raccontato tu una Divina Commedia? Nemmeno io nei testi di scuola scrivevo così!!!!!! Comunque se hai scritto così tanto vuol dire che ti è piaciuto e io che sono un appassionata di Dante e del modo che scrive mi piace che anche qualcun altro si appassioni a ciò che ha scritto. Ciao

Il serpente di bronzo - Tim LaHaye, Greg Dinallo

Il protagonista Michael Murphy è un Indiana Jones del 3° millennio (anche lui professore d'archeologia alla ricerca, sempre avventurosa, di reperti antichi) con qualcosa in più: una fede profonda nella Bibbia. Questa fede è proprio il motore che lo spinge a cercare intorno al mondo le prove di quanto scritto nei libri dell'Antico Testamento, anche se ciò vuol dire mettersi in situazioni estreme, talvolta drammatiche.
Il libro si chiude lasciando il lettore in sospeso. Questo è infatti il primo di una trilogia... Non vedo l'ora di leggere gli altri!
Lo raccomando a tutti gli amanti del genere avventuroso/giallo.

La casa sull'argine - Daniela Raimondi

Se non avessi letto la recensione positiva che ha scritto Franca Canapini, poetessa e narratrice del cui giudizio mi fido, con ogni probabilità non avrei letto questo romanzo, proprio perché non sono uno di quelli che rincorre le novità, anzi in questo periodo di totale o parziale segregazione a causa della pandemia mi diletto con i classici. Tale premessa è indispensabile per comprendere quanto ancor oggi conti il tam tam per la diffusione di un libro, che nel caso specifico ho preso in mano appena ultimata la lettura di un’opera corposa come Il mulino del Po, altra saga, quella della famiglia Sacerni. Anche in La casa sull’argine il più grande fiume italiano è sempre presente, magari sullo sfondo, tranne quando si parla della disastrosa alluvione del 1951 in cui diventa terribile protagonista. Insomma, per certi aspetti, ma non come trama, ci sono certe analogie con il romanzo di Bacchelli, ed è evidente che arrivato all’ultima pagina dell’opera della Raimondi il confronto è stato inevitabile. Ebbene, dallo stesso La casa sull’argine non ne esce sminuita, anzi direi che un risultato di parità ci starebbe tutto. C’è da chiedersi allora che cosa abbia di così valido l’opera della Raimondi e dico subito che presenta delle qualità non comuni. Del resto questa storia di due secoli d’Italia vista dal basso, dal comportamento dei singoli, dai loro sogni, dai loro desideri, ha la capacità di avvincere pur senza raggiungere toni epici, ma con la forza che può avere un romanzo corale. Viene subito in mente Cent’anni di solitudine, tanto più che un po’ d’America (il Brasile) possiamo trovare in queste pagine ove tuttavia prevalenti ci sono le quattro case di Stellata e la vita agreste. Probabilmente quando Giacomo Casadio si innamora di Violica Toska, una zingara arrivata lì con una carovana, e se ne innamora tanto da sposarla, non avrebbe potuto immaginare che con lei avrebbe dato vita alla dinastia dei Casadio, con i discendenti che alternano i caratteri somatici di lui e di lei in modo ben marcato, tranne in un caso in cui sono entrambi presenti. E la Violica da buona gitana predice il futuro con i tarocchi, un futuro di eventi che puntualmente si verificheranno. E’ il gioco del destino che di volta in volta gratifica o distrugge i membri delle varie generazioni, la cui vita cosi è data di seguire nel pre Risorgimento, nel Risorgimento stesso, nelle guerre, poi sempre più avvicinandosi all’epoca attuale, con il sussulto tragico degli anni di piombo. I personaggi sono tanti, come le vicende, e quindi la lettura deve essere attenta, ma non costituisce un problema, perché vuoi per lo stile piano e conciso, vuoi per la capacità di ricreare ambienti e atmosfere, e grazie anche un’analisi approfondita della psicologia dei protagonisti principali, il romanzo avvince dalla prima all’ultima pagina.
Non sono uno che si lascia trascinare facilmente dall’entusiasmo, ma sinceramente La casa sull’argine mi ha emozionato, mi ha fatto sentire vicino ai personaggi più di quanto si possa credere, perché non si tratta di eroi, si tratta di uomini e donne della “bassa” che nascono, vivono e muoiono ai lati di questo grande fiume che bagna anche il mio paese, protagonisti rivieraschi con caratteristiche che ritrovo in me e nei miei compaesani. Ognuno ha la sua personalità, nel bene e nel male, né tutto buono, né tutto cattivo, sono tutti attori veritieri e perciò apprezzabili della commedia della vita, in cui l’autentico eroismo è riuscire a essere sempre se stessi.
Da leggere, lo merita.

Dante - Alessandro Barbero

La Divina Commedia è un’opera fra le più conosciute, che si studia a scuola non solo in Italia. Quindi, chi più chi meno, in base al livello di istruzione ricevuto, è a conoscenza di un contenuto che è in tutti i sensi senza tempo, proprio del capolavoro universale. Del suo autore Dante Alighieri tuttavia sappiamo poco, a mala pena conosciamo, pur se non sicure nel giorno, le date di nascita e di morte e della sua travagliata esistenza siamo solo al corrente che per motivi politici fu esiliato dalla sua Firenze. Tutto il resto, però, che occorre per inquadrare il personaggio nella sua epoca, i cui fatti indubbiamente finiscono sempre con avere riflessi su ciò che ha scritto, ci sono solo vagamente conosciuti, un po’ perché Dante è enigmatico, un po’ perché il periodo storico, a cavallo fra il XIII e XIV secolo, non era in grado di fornire ampie documentazioni sull’autore di un’opera che già allora era famosissima. Alessandro Barbero, di cui si apprezzano le indubbie qualità di storico, cerca di provvedere in merito, scrivendo una biografia che non è frequente nella sua produzione (così a memoria me ne sovviene solo un’altra, quella di Carlo Magno), ma che ha il pregio dei romanzi storici, senza tuttavia esserlo, perché alla fantasia non è lasciato nulla, nel senso che siamo in presenza di un vero e proprio saggio. Tuttavia l’abilità dell’autore nel proporre è tale che il risultato non è greve, come invece in genere sono i testi storici, ma ha la capacita di avvincere come in in romanzo ben riuscito. Del resto, l’incertezza su tanti fatti della vita di Dante lascia il campo a una fantasia tecnica, cioè alla formulazione di ipotesi, esaminate negli aspetti positivi e negativi, il più delle volte senza privilegiarne nessuna. Per esempio ci si chiede se Dante fosse un nobile e così veniamo a sapere che all’epoca il concetto di nobiltà era diverso da quello da noi conosciuto e nel caso specifico, pur considerando tanti elementi, la famiglia Alighieri si sarebbe potuta definire al più benestante, ma non certo nobile. Di pari passo, di ipotesi in ipotesi, sulla base di documenti dell’epoca, in apparenza poco significativi, tenuto conto di quanto scritto in epoca successiva dal Boccaccio, nonché da storici quasi contemporanei, o di poco posteriori, siamo in grado di farci un’idea non solo di quel che fu l’esistenza di Dante, ma anche di come si vivesse allora. Così abbiamo capitoli dietro capitoli che parlano del clan degli Alighieri, dell’infanzia di Dante, dell’amore (puramente platonico per Beatrice, che morirà giovanissima e già maritata con altra persona), degli studi, del matrimonio stesso di Dante, dei suoi affari, della politica estremizzante in essere a Firenze, insomma tutta una serie di aspetti che, se pur relativi al poeta, ci danno una visione tutto sommato esauriente di un certo periodo storico che riguarda anche altre città, perché l’esilio di Dante fu tutt’altro che sedentario. Al riguardo dimorò, ospite dei signori del luogo, a Forlì, in Lunigiana, a Bologna, a Padova, nella Marca Trevigiana, nel Casentino a Verona, e da ultimo a Ravenna, dove morì. Benchè l’ospitalità si basasse sul presupposto di avere a corte un poeta famoso, che fra l’altro si rendeva utile come segretario o come incaricato di missioni diplomatiche speciali, era evidente che il soggiorno dopo un po’ di tempo, per vari motivi, ma soprattutto per la sensazione di essere di troppo finiva con il pesare nella decisione di spostarsi in altro luogo. In effetti Dante si crucciava di questo fatto, non dipendente dalla sua volontà, poiché all’esiliato erano confiscati anche i suoi beni in patria, al punto che nel Paradiso (XVII 58 – 60) scrive: Tu proverà sì come sa di sale / Il pane altrui, e com’è duro calle / lo scendere e 'l salir per l'altrui scale. Più esplicito di così sulla sua condizione di esule non poteva essere.
Da questo lavoro di Barbero esce un Dante dalle molteplici sfaccettarure, un politico, prima ancora che poeta, che fu artefice e vittima della sua condotta fiorentina, sussistendo anche l’ipotesi che, quando rivestì delle cariche importanti nel governo della città, privilegiò taluni e magari non disinteressatamente. Se il politico Dante ha probabilmente limiti e anche colpe, di tutt’altra pasta è il poeta Dante, un artista eccelso, già famoso ai suoi tempi e ancor di più nelle epoche successive. Un grande, insomma si potrebbe definirlo, giudizio che può essere esteso al suo biografo Alessandro Barbero che ancora una volta si conferma storico scrupoloso (alle note sono dedicate un centinaio di pagine) e sempre capace di avvincere il lettore.

Il manuale della vita naturale - Alain Saury

estremamente ridicoli in moltissime delle 446 pagine. Esempi: trovare fonti d'acqua con il pendolino, descrizione delle piante ed animali locali praticamente inesistente, se non con una foto monocromatica.
Interessante il modo di rappresentare una coltivazione sinergica dell'orto ed i "detti da calendario".

Seni e uova - Mieko Kawakami

Spaccato dell'universo femminile del ceto medio-basso nel Giappone di oggi.
Le protagoniste sono tutte donne, sole. Trovano (tristemente e sovente) consolazione nelle serate a base di alcool.
Nella società giapponese contemporanea, dove si percepisce la predominanza di tanti tabù, la tecnologia con le sue ultime tecniche in merito a chirurgia estetica e fecondazione assistita sembra offrire una soluzione alla ricerca di senso della vita per queste donne. Ma è più vero che queste tecniche suscitano invece interrogativi e considerazioni che la scrittrice non nasconde e svela sapientemente nella bocca di altri personaggi del romanzo.

Lettura molto scorrevole, ma è un bel pacco da 600 pagine. Apprezzatissima la traduzione!

Il mulino del Po - Riccardo Bacchelli

Nella vita accadono fatti strani, del tutto inspiegabili, come nel caso di una grande opera, Il mulino del Po, osannata dalla critica, accolta con ampio favore dai lettori, oggetto di uno sceneggiato televisivo in cinque puntate che agli inizi del 1963 entrò nelle case di tutti gli italiani, con protagonista principale un attore di grande calibro quale era Raf Vallone; ebbene, forse fu proprio la produzione televisiva, con la conseguente grande diffusione, che finì per bruciarlo, tanto che si tratta di un romanzo da tempo dimenticato (basti pensare che l’ultima ristampa nella collana Oscar Mondadori mi pare risalga al 2013 e non è che prima ce ne siano state a bizzeffe). Può essere che a interessare poco i lettori sia anche l’elevato numero delle pagine, ma ritengo più logico pensare che, dopo il grande clamore degli anni ‘60 e ‘70, ci si sia proprio dimenticati, nonostante che il romanzo possa essere avvincente, una saga familiare che va dalla fine del periodo napoleonico per arrivare al termine del Grande guerra, un po’ più di un secolo quello attraversato da quattro generazioni della famiglia Scacerni. In questo lasso di tempo c’è tanta storia d’Italia, con il nostro Risorgimento, il brigantaggio, i primi moti sociali, e proprio per questo risulta ancora più difficile comprendere l’oblio per un’opera che prima della seconda guerra mondiale uscì in tre volumi (Dio ti salvi nel 1938, La miseria viene in barca nel 1939 e Mondo vecchio sempre nuovo nel 1940), per poi essere riunificati in un unico libro con il titolo Il mulino del Po, pubblicato nel 1958 dalla Mondadori. Tutta la vicenda gira intorno a un mulino, il San Michele, ormeggiato sulle rive del Po alla Guarda Ferrarese, ed è appunto il grande fiume a determinare i fatti più salienti, con le sue improvvise e grandi piene, con avvenimenti che riguardano soprattutto la famiglia dei mugnai Scacerni, intorno alla quale comunque gravitano altri personaggi con le loro storie. In quattro generazioni ne capitano di tutti i colori, con disgrazie, arricchimenti, impoverimenti, insomma, nel bene e nel male, é la saga di una famiglia che finisce con il diventare la storia di un paese che attraverso le guerre riesce ad avere un’identità nazionale, a crescere fino a diventare un grande stato.
Il romanzo è ben strutturato, tanto che non ci sono mai degli alti e bassi, e del resto lo stile dell’autore è pregevole, riuscendo a far pervenire l’opera a toni epici, non tralasciando tuttavia e anzi dimostrando un attenzione particolare per i singoli, protagonisti a loro modo di una vicenda che finisce con l’essere corale, in una dinamica sociale che vede la presa di coscienza dei contadini della bassa ferrarese, quasi sempre gente povera, per non definire miserrima, la cui vita era tutta una lotta per non subire la furia della natura, le malatie endemiche e quelle ricorrenti, le tasse opprimenti che uno stato insensibile rinnovava di continuo.
Quindi, oltre all’aspetto strettamente storico, nel libro è presente anche un’attenta analisi sociologica, due elementi di pregio che da soli lo renderebbero degno di attenzione. E poi c’è la trama, di indubbio interesse, ben raccontata, insomma, per dirla in poche parole, Il mulino del Po è il classico caso di un capolavoro dimenticato. E se non è facile comprenderne i motivi, però sarebbe altrettanto facile riportarlo all’attenzione dei lettori; basterebbe che a scuola se ne parlasse per togliere la polvere del tempo da un’opera che dovrebbe essere invece oggetto di studi e quindi rientrare nei programmi scolastici.

Il generale di Diocleziano. Il legato romano

Ero ancora un bambino quando lessi Ivanhoe e per me fu una folgorazione, perché ritrassi l’impressione di essere entrato nella storia, con l’aggiunta di una mia fantasia personale che mi portava a vedere, secondo i miei gusti, le pagine che così sapientemente aveva scritto Walter Scott. Da allora questo genere è rimasto il mio preferito e posso dire che fra le mie letture è preponderante. Inoltre, ogni volta che inizio a leggere un romanzo storico provo ancora la stessa emozione della prima volta, a maggior ragione se so che l’autore è uno di quelli che non mi tradirà, che non mi spaccerà per grande storia un raccontino banale e insulso, e fra questi validi narratori figura Guido Cervo che ho avuto modo di conoscere con un’opera di narrativa di notevole pathos, quei Ponti della Delizia che parla della drammatica ritirata di Caporetto; poi l’ho apprezzato per la sua imparzialità nel descrivere la tragedia della guerra civile dopo l’8 settembre 1943 (Bandiere rosse, aquile nere) e infine ha continuato ad affascinarmi con la serie del Teutone, la trilogia del cavaliere dell’Ordine Teutonico Eustachius von Felben ambientata nel XIII secolo. Per completare la mia conoscenza di questo romanziere sono rimaste solo le opere del legato romano e Il generale di Diocleziano è la prima che ho esaminato. Al riguardo ritengo doverosa una premessa, cioè desidero mettere in risalto l’indubbia capacità di Cervo di creare personaggi con cui si entra facilmente in empatia e Valerio Metronio Stabiano, appunto il legato romano, è uno di questi. Uomo tutto di un pezzo questo gallo-romano abituato a vincere tutte le battaglie non è un genio, né un superuomo, è semplicemente un essere umano, dotato di indubbie qualità, che emerge per intelligenza e rettitudine, tanto che mi viene da dire che potrebbe essere il fratello che abbiamo sempre desiderato avere. Questo soldato apparentemente in disarmo e che conduce una vita da aristocratico nella sua bella villa viene richiamato per debellare prima la rivolta dei Bagaudi, che soffocherà riportando l’ordine, e poi l’invasione dei Burgundi, che verranno inevitabilmente e irrimediabilmente sconfitti. Queste campagne verranno svolte con forze ridotte, fra le quali spicca una legione, quella tebana, in precedenza assoggettata alla decimazione essendo costituita per una parte non trascurabile da convertiti al cristianesimo. I militi superstiti, ivi compresi alcuni cristiani che ob torto collo hanno sacrificato agli dei, desiderosi di riscattare il loro onore diventeranno la forza migliore a disposizione di Valerio Metronio. La descrizione dei luoghi, la capacità nel ricreare atmosfere sono proprie dell’autore e non poco contribuiscono al successo di un romanzo che si fa apprezzare anche per la caratteristica di avvincere il lettore, dall’inizio alla fine.
Mi preme inoltre evidenziare come l’autore abbia curato in modo particolare gli indispensabili riferimenti storici al punto perfino di indicare con l’originario nome latino le città interessate alla vicenda, opportunamente riportando all’inizio l’attuale corrispondente denominazione, in modo da aiutare il lettore a identificare esattamente sulla carta geografica le zone di svolgimento della storia che nelle sue linee essenziali corrisponde a ciò che effettivamente avvenne.
Concludo dicendo che Il Generale di Diocleziano mi ha talmente convinto che ho in animo di leggere anche i precedenti tre romanzi del Legato romano.
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