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Corriere della Sera, 2019
Abstract: Ultor patriaeque domusque, «vendicatore e della patria e della famiglia»: così il poeta Silio Italico definisce Publio Cornelio Scipione, testimone della peggiore disfatta della storia militare romana, che raccolse l'eredità del padre ucciso in battaglia e dedicò la vita a rovesciare le sorti della «guerra annibalica», la seconda guerra punica, titanico scontro di potenze per il predominio sul Mediterraneo antico. Scipione riuscì a ottenere il comando militare in Spagna pur essendo ancora giovane e inesperto; diede prova di eccezionali qualità militari, concludendo in quattro anni una campagna difficile; riuscì poi a imporre la propria strategia, portando la guerra in Africa e costringendo il governo di Cartagine a richiamare in patria Annibale. La patria non gli dimostrò la riconoscenza che meritava. Cosa che rende ancora più interessante il suo personaggio: perché Scipione visse sul confine tra due mondi, anticipando con la sua ambizione e il suo carattere sia la crisi del vecchio sia molti aspetti peculiari del nuovo. Da un lato, infatti, resisteva ancora la res publica arcaica, dove ogni deviazione dal rigido costume degli antichi era considerata con sospetto; dall'altro si apriva l'orizzonte del dominio imperiale sul Mediterraneo, ingentilito dalla cultura ellenistica, raffinato e cosmopolita, ricolmo di ricchezze materiali e spirituali come il forziere di un tesoro. Da comandante militare fu capace di offrire alla patria la possibilità di conquistare quell'orizzonte; da politico troppo moderno per i suoi tempi venne sconfitto e costretto a ritirarsi dalla vita pubblica senza raccogliere i frutti della vittoria.
Moderators: Valentina Tosi
19 gennaio 2026 alle 16:05
Publio Cornelio Scipione Africano (Roma, 236 o 235 a.C. – Liternum, 183 a.C.) è quel generale romano che a scuola destava i nostri entusiasmi grazie al successo che gli arrise nella seconda guerra punica. Francamente Annibale per noi scolari era un rompiscatole chi si era sognato di conquistare Roma e con essa l’Italia; ebbene quel Scipione gli fece pagare il fio delle sue colpe e tanto bastava a soddisfarci. Tuttavia, poiché qualcosa non accade mai per caso, ci pensa il lavoro degli storici a delineare un quadro dove l’esito favorevole di una battaglia è sempre frutto di circostanze ed eventi che la precedono.
Questa volta, a parlare di questo grande generale, della sua epoca, delle politiche dei contendenti è Gastone Breccia di cui ho già letto e apprezzato L’ultimo inverno di guerra.
Publio Cornelio Scipione è però una figura tutto sommato poco conosciuta e quindi un saggio che ne parli diffusamente costituisce già di per sé motivo di interesse. Quando poi il risultato è notevolmente esauriente, poiché si parla dell’uomo condottiero dalle prime battaglie sostenute in Spagna fino alla sua morte, prima politica e poi fisica, c’è da giurarci che l’appassionato di storia possa trovare quanto desidera, peraltro esposto addirittura capillarmente e in modo lieve, così che la lettura diventa notevolmente piacevole. La figura di quest’uomo che rimodellò la struttura della legione romana, facendone un’arma possente, una sorta di rullo compressore che consentiva di battersi, risultando vincente anche contro forze nemiche con un numero di combattenti sovente di molto superiore. In questo senso c’è un intero capitolo (Uomini e armi) in cui viene spiegato esaurientemente come era una legione, come funzionava, come erano armati i suoi componenti, un capitolo indispensabile per arrivare a capire come si svolse la famosa battaglia di Zama, quella in cui fu sconfitto Annibale e che di fatto impose definitivamente Roma su Cartagine.
Dalle battaglie in Spagna, con cui Scipione vendicò le sconfitte in passato là subite per opera dei cartaginesi e dove in battaglia perirono il padre e lo zio, fino all’eroico scontro diretto con Annibale la narrazione prende per mano il lettore con una capacità di attrarre al punto che quanto descritto può, con un minimo di fantasia, materializzarsi davanti agli occhi.
Peraltro, la figura di Scipione è talmente ben delineata che si è in grado di capire anche la sua visione della vita e dello stato, una visione moderna per l’epoca, tanto più che si era accorto che Roma, per la dimensione notevolmente aumentata, aveva bisogno di dotarsi di una struttura istituzionale diversa; tuttavia, in politica non gli arrise la vittoria come sui campi di battaglia, forse perché non era fatta per lui e anche perché ebbe in senato una costante forte avversione dei conservatori. Finì nell’ombra, ritirato nelle sue proprietà dove si spense all’età di 52 anni, volutamente isolato, ma anche abbandonato dagli altri, con una ingratitudine senza pari per l’uomo che più di tutti aveva reso grande Roma.
L’opera presenta numerose cartine relative alle battaglie ed è corredata da moltissime note, riportando altresì l’indicazione della cospicua bibliografia di supporto.
Da leggere senz’altro.
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