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La sveglia di Erminio e altri racconti - Ernesto Flisi
A Viadana, paese di circa ventimila abitanti sito in provincia di Mantova sulla sponda sinistra del Po, fra tante cose ce n'è una di particolare interesse, quella che si potrebbe definire una bella realtà. Mi riferisco alla Fondazione Daniele Ponchiroli, dove Daniele Ponchiroli, nato a Viadana nel 1924 ed ivi morto nel 1979, era il caporedattore della Casa Editrice Einaudi, noto anche come scrittore e filologo. Questa istituzione si propone, oltre che di recuperare il patrimonio documentario relativo al prof. Ponchiroli, di promuovere iniziative, eventi e quanto necessario per uno sviluppo culturale della collettività viadanese. A ogni buon conto mi permetto di rimandare il lettore desideroso di maggiori notizie al relativo sito Internet Fondazione Daniele Ponchiroli.
In quest'ottica si inseriscono i Quaderni, pubblicazioni periodiche di stampo letterario, contraddistinti da una numerazione progressiva.
Mi è stato donato al riguardo il n. 11 dedicato alla narrativa, una raccolta di racconti scritti da Ernesto Flisi, un autore che conosco da tempo, sia come poeta che come saggista storico, e di cui avevo già apprezzato alcune sue prose brevi che ritrovo fra le undici di questo volumetto.
Per quanto le tematiche sviluppate non siano strettamente legate al paese natio dell'autore, però le stesse sono preponderanti, frutto senz'altro di spunti di memoria che sono stati trasposti su carta con l'aiuto della creatività. Ci si può chiedere se si tratta di fatti realmente accaduti e forse non lo sono, oppure lo sono come traccia, cioè come qualcosa che è avvenuto e riaffiora elaborato dalla memoria. Può essere un oggetto, oppure un giorno, o una persona, ma la mente umana è tale da ripescarlo, elaborando intorno allo stesso una storia che cesella l'idea, la ricama e la ripropone all'attenzione di altri.
E' così che prendono forma narrazioni di vicende che l'autore avverte come proprie per la sua sensibilità nel trarne conseguenze, del tutto personali; in pratica si tratta di flash di memoria che si presentano più frequentemente con l'avanzare dell'età.
Può accadere così che una normale sveglia diventi la protagonista di un racconto, che non ha nulla di eclatante, ma che inquadra la valenza dell'oggetto nell'importanza che gli attribuisce l'autore.
Sono racconti tristi, altri neutri, ma dove comunque è sempre presente quella malinconia di fondo che accompagna lo scrittore quando, nel cercare di rammentare il passato, si accorge che molto della sua vita è trascorso e che il tempo che rimane è assai meno. Non è che necessariamente debbano nascere rimpianti, però è inevitabile che il trascorso si contrapponga al presente e al più che incerto futuro. In questo senso il bimbo appena nato abbandonato in Senza nome e il cavallo diventato membro di una famiglia in Baldo, nel riflettere vicende che probabilmente sono vere, sembrano trovare la collocazione ideale in quella malinconia di cui ho accennato, perché entrambe sono aspetti della vita legati a problemi che sono sempre esistiti, in quanto il rifiuto e l'ingratitudine sono ferite che lentamente scavano dentro sempre più a fondo.
Con le ultime due prose (Il passato, all'improvviso, e Vigilia) ci si specchia in un'epoca tanto lontana da sembrare forse mai esistita, ma è un “come eravamo” che piace portare a conoscenza di altri, soprattutto ai giovani d'oggi che non possono sapere e nemmeno immaginare come potesse esistere un mondo basato sulla forza e sulla semplicità dei sentimenti, in cui ci si parlava non attraverso lo smartphone e si gioiva di tante piccole cose che oggi ai più sembrano inezie.
RENZO MONTAGNOLI - 2 giorni fa
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1915 - Gastone Breccia
Questo libro di Gastone Breccia è tipicamente di storia militare, benché l’autore abbia ritenuto giustamente opportuno parlare anche di altro, per quanto attinente alla Grande Guerra e in particolare a ciò che ha portato il nostro paese a recedere dalla Triplice Alleanza con Germania e Austria per entrare a far parte, con Francia, Inghilterra e Russia, della Triplice Intesa. Breccia rileva in modo particolare la nostra inazione nei primi giorni di guerra, caratterizzati infatti da una prudenza fin troppo eccessiva, benché a fronte avessimo solo un velo di truppe nemiche, atteggiamento che ebbe notevoli e sanguinose ripercussioni nello svolgimento successivo del conflitto.
Effettivamente non si intese approfittare della momentanea debolezza della difesa austro-ungarica, commettendo un errore madornale, perché se si fosse osato un po’ di più assai probabilmente non avremmo avuto le carneficine delle dodici battaglie dell’Isonzo. Si potrà dire che questo ragionamento è frutto del senno di poi, però, come evidenzia l’autore, il nostro comportamento è stato frutto unicamente dell’eccessiva e non giustificabile prudenza di Cadorna. Fra l’altro già in quelle prime battute Breccia pone in risalto l’anelasticità del comandante in capo, legato strettamente alla sua strategia che impone ai subordinati anche quando fatti e circostanze dovrebbero consigliare un ripensamento e un modus operandi diverso. Non è che Cadorna fosse un incapace, le cui qualità stranamente emersero come conseguenza di suoi errori che portarono alla ritirata di Caporetto. Fu appunto l’aver saputo organizzare il ripiegamento senza che si trasformasse in una rotta, tranne che nelle prime battute, l’autentico merito del Comandante in capo, che così portò oltre il Piave e quindi in salvo e pronte di nuovo a combattere una parte consistente delle nostre truppe.
Quello che mi piaciuto è che Breccia non ha voluto appiattirsi sulle occasioni mancate, pur giustamente ponendole in luce, ma ha anche voluto raccontare di due successi in quei primi mesi, frutto soprattutto di una improvvisata autonomia decisionale dei subordinati.
Indubbiamente il merito dell’autore, nel parlare della nostra guerra relativamente al 1915 è anche stato quello di porre in evidenza un cronico problema italico, che si sarebbe riscontrato anche nel successivo conflitto mondiale, e cioè la nostra impreparazione, sia come armamenti, sia come non aver fatto tesoro di quanto accaduto sui campi di battaglia dal 1914; ciò rende ancora più grave l’incapacità del comandante supremo di comprendere che non c’erano più battaglie napoleoniche, ma che i mezzi di distruzione, quali i cannoni e le mitragliatrici, davano un’impronta diversa ai combattimenti, senza dimenticare che la guerra di movimento si era trasformata ben presto in una di posizione, dove tutto si svolgeva con gli uomini rintanati nelle trincee, mandati all’assalto per conquistare altre trincee, il più delle volte prendendo possesso solo di pochi metri con perdite spaventose.
Da leggere senz’altro.
RENZO MONTAGNOLI - 2 giorni fa
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Elias Portolu - Grazia Deledda
Nella produzione letteraria di Grazia Deledda c’è una svolta con la quale passa dal verismo a una narrazione che accentua l’analisi introspettiva. Questo cambiamento, derivante probabilmente dall’esperienza maturata, ma anche da un diverso ambiente in cui viveva (si trovava a Roma fin dal 1900) si manifesta nel 1903 con la pubblicazione di Elias Portolu, un romanzo in cui si parla di un giovane pastore, appunto Elias Portolu, appena uscito dal carcere. Egli desidera ardentemente riscattarsi con una vita onesta e lineare, ma incappa in quello che si può definire un amore proibito, innamorandosi di Maddalena, sposa promessa a suo fratello Pietro.
Ci sono tutti gli elementi per una tipica tragedia, perché il giovane cerca in ogni modo di non dare sfogo ai suoi sentimenti, provocando però così una forte lacerazione interiore; a ciò si aggiunga che Maddalena è tutt’altro che insensibile al sentimento di Elias. Si viene così a creare una situazione insostenibile a cui il giovane si illude di porre rimedio ricorrendo alla sua devozione per farsi prete. Non è la soluzione del problema, perché i sentimenti soffocati prima o poi riescono a riemergere tanto più che la sua vocazione per necessità finisce per diventare fragile. A ciò si aggiunga che Maddalena è incinta e tutti credono che il nascituro sia frutto della relazione con Pietro, e invece è il risultato della passione per Elias. Nella traccia imperscrutabile del destino tutto sembrerebbe aggiustarsi con la morte di Pietro, ma non sarà così e qui mi fermo perché è ben lungi dalle mie intenzioni fare un riassunto dell’opera, di cui riporto parzialmente e in modo stringato la trama solo per dare un’idea di che si tratta.
A parte la descrizione dell’ambiente, più particolareggiata e anche forse più riuscita perché evidentemente la lontananza dal proprio luogo natio ha comportato per Grazia Deledda un ricordo più aderente alla realtà, frutto dell’inconscio desiderio di essere là e non a Roma, vi sono altri elementi che emergono e che è necessario evidenziare:
- tutto sembra già scritto nel destino di ogni essere umano, frutto evidentemente di un fatalismo non di maniera;
- la capacità di andare a fondo nell’animo dei protagonisti, con un linguaggio nuovo che definirei moderno;
- il senso di colpa di Elias che diventa il presupposto per una sua redenzione;
- una rappresentazione della sua isola che passa da sfondo a parte della narrazione, una Sardegna con i suoi miti, le sue tradizioni, la sua mentalità.
Quel che più conta, però, è che il dramma, alla base di ogni romanzo della Deledda, non ha caratteristiche proprie di una vicenda occasionale, con dei personaggi tipici e propri di una determinata classe sociale, ma riporta le reazioni di qualsiasi uomo, di ogni luogo, di ogni paese in una tragedia universale, dove i sentimenti scontano l’inevitabile fragilità umana.
Per quanto ovvio, la lettura è consigliata.
RENZO MONTAGNOLI - 9 giorni fa
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La morte di Auguste - Georges Simenon
Auguste Mature è arrivato Parigi dall’Alvernia da circa cinquant’anni e lì nella zona dei mercati generali ha rilevato un piccolo bistrot che, grazie al suo lavoro e anche a quello del figlio Antoine che ha associato all’iniziativa è diventato un ristorante famoso, un due stelle Michelin che ha fra i clienti anche note personalità. Purtroppo una sera, mentre sta conversando con degli avventori, viene colto da un ictus e muore. Le conseguenze della sua improvvisa scomparsa sono imprevedibili, perché, oltre al figlio che di fatto ormai gestiva il ristorante, Auguste ha una moglie allettata e incapace di intendere e di volere, e altri due figli, il giudice Ferdinand che è il maggiore, e l’alcolizzato Bernard, il minore. Soprattutto quest’ultimo, che è sempre pieno di debiti, suppone che ci sia di mezzo una grossa eredità e teme che il fratello Antoine provveda a imboscarla da qualche parte. Anche Ferdinand, sobillato dalla moglie, ha il sospetto che Antoine possa avere il malloppo del vecchio, soprattutto dopo essere venuto a conoscenza dal fratello stesso della notevole redditività del ristorante. Si svela così un covo di vipere, con la ricerca di un testamento che non troveranno, verranno invece in possesso di una chiave che si rivelerà essere quella di una cassetta di sicurezza. E’ ovvio che soprattutto Ferdinand e Bernard facciano conto sul contenuto della cassetta, perché l’idea di poter avere una quota parte della valutazione del ristorante si rivela fallace, visto che da lì a tre anni l’intero quartiere sarà demolito. Non vado oltre, perché il finale è a sorpresa, sorpresa di cui non voglio privare il lettore di questo bel romanzo che mostra ancora una volta la straordinaria abilità di Simenon di sondare l’animo umano e di fornire un ritratto ben poco edificante della borghesia.
Quindi il mio consiglio è senz’altro di leggerlo, perché merita.
RENZO MONTAGNOLI - 14 giorni fa
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La sfida della tigre - di Bernard Cornwell
La sfida della tigre è il primo romanzo della serie con protagonista Richard Sharpe, un uomo cresciuto senza famiglia in un ospizio e che si è arruolato nell’esercito britannico per sfuggire alle conseguenze di un omicidio che ha commesso. La serie è la più fortunata del narratore inglese, articolandosi fino a ora in ben 26 libri, alcuni dei quali non ancora pubblicati in Italia. Sharpe è un personaggio di indubbio interesse, perché è un avventuriero capace di uscire indenne da tutte le situazioni; nel complesso è buono, ma anche vendicativo e dà il meglio di sé in battaglia.
In questo primo episodio lo troviamo in India come soldato semplice di fanteria, parte del corpo di spedizione inglese che sta procedendo nello stato di Mysore per fare guerra a Tippu Sahib, il sultano che ha occupato la capitale Seringapatam rovesciandone la dinastia indù. In particolare Sharpe è prescelto per una delicata e difficile missione che dovrà compiere insieme con ufficiale, scelta che giunge opportuna perché interrompe la punizione di ben 2.000 frustate a cui è stato condannato per aver preso a pugni un sergente che lo provocava. Non sto a raccontare la trama, molto ben congegnata e dal ritmo teso e costante, anche perché un riassunto esaustivo sarebbe francamente molto difficile. In questa sede basti sapere che Sharpe porterà a termine la missione nel migliore dei modi e che per questo motivo verrà premiato con il grado di sergente.
Fra l’altro già in questo romanzo ci sono personaggi che si ritroveranno anche in seguito, quali il colonnello Arthur Wellesley, il futuro duca di Wellington vincitore a Waterloo su Napoleone, il tenente Lawford che dovrebbe essere inesperto, ma che è capace di riconoscere l’uomo giusto per svolgere un incarico, il colonnello Hector McCandless, capo dei servizi segreti della compagnia delle Indie, e il sadico sergente Hakeswill, che odia ferocemente Sharpe.
C’è anche da dire che la vicenda narrata, per quanto frutto in buona parte di fantasia, ha dei fondamenti di verità, nel senso che effettivamente ci fu la guerra degli inglesi contro Tippu Sahib, personaggio esistito veramente, come anche Arthur Wellesley e il maggior generale David Baird.
La scrittura di Cornwell è semplice, ma di grande effetto, sostenuta da una creatività notevole e dall’abilità di ben concretizzare le atmosfere; in ogni caso la lettura è ben poco impegnativa, non occorre spremersi le meningi, è molto meglio lasciarsi andare, affidarsi alla narrazione per scoprire pagina dopo pagina un mondo di avventure, il che è l’ideale per trascorrere piacevolmente alcune ore.
RENZO MONTAGNOLI - 22 giorni fa
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Scipione l'Africano - Gastone Breccia
Publio Cornelio Scipione Africano (Roma, 236 o 235 a.C. – Liternum, 183 a.C.) è quel generale romano che a scuola destava i nostri entusiasmi grazie al successo che gli arrise nella seconda guerra punica. Francamente Annibale per noi scolari era un rompiscatole chi si era sognato di conquistare Roma e con essa l’Italia; ebbene quel Scipione gli fece pagare il fio delle sue colpe e tanto bastava a soddisfarci. Tuttavia, poiché qualcosa non accade mai per caso, ci pensa il lavoro degli storici a delineare un quadro dove l’esito favorevole di una battaglia è sempre frutto di circostanze ed eventi che la precedono.
Questa volta, a parlare di questo grande generale, della sua epoca, delle politiche dei contendenti è Gastone Breccia di cui ho già letto e apprezzato L’ultimo inverno di guerra.
Publio Cornelio Scipione è però una figura tutto sommato poco conosciuta e quindi un saggio che ne parli diffusamente costituisce già di per sé motivo di interesse. Quando poi il risultato è notevolmente esauriente, poiché si parla dell’uomo condottiero dalle prime battaglie sostenute in Spagna fino alla sua morte, prima politica e poi fisica, c’è da giurarci che l’appassionato di storia possa trovare quanto desidera, peraltro esposto addirittura capillarmente e in modo lieve, così che la lettura diventa notevolmente piacevole. La figura di quest’uomo che rimodellò la struttura della legione romana, facendone un’arma possente, una sorta di rullo compressore che consentiva di battersi, risultando vincente anche contro forze nemiche con un numero di combattenti sovente di molto superiore. In questo senso c’è un intero capitolo (Uomini e armi) in cui viene spiegato esaurientemente come era una legione, come funzionava, come erano armati i suoi componenti, un capitolo indispensabile per arrivare a capire come si svolse la famosa battaglia di Zama, quella in cui fu sconfitto Annibale e che di fatto impose definitivamente Roma su Cartagine.
Dalle battaglie in Spagna, con cui Scipione vendicò le sconfitte in passato là subite per opera dei cartaginesi e dove in battaglia perirono il padre e lo zio, fino all’eroico scontro diretto con Annibale la narrazione prende per mano il lettore con una capacità di attrarre al punto che quanto descritto può, con un minimo di fantasia, materializzarsi davanti agli occhi.
Peraltro, la figura di Scipione è talmente ben delineata che si è in grado di capire anche la sua visione della vita e dello stato, una visione moderna per l’epoca, tanto più che si era accorto che Roma, per la dimensione notevolmente aumentata, aveva bisogno di dotarsi di una struttura istituzionale diversa; tuttavia, in politica non gli arrise la vittoria come sui campi di battaglia, forse perché non era fatta per lui e anche perché ebbe in senato una costante forte avversione dei conservatori. Finì nell’ombra, ritirato nelle sue proprietà dove si spense all’età di 52 anni, volutamente isolato, ma anche abbandonato dagli altri, con una ingratitudine senza pari per l’uomo che più di tutti aveva reso grande Roma.
L’opera presenta numerose cartine relative alle battaglie ed è corredata da moltissime note, riportando altresì l’indicazione della cospicua bibliografia di supporto.
Da leggere senz’altro.
RENZO MONTAGNOLI - 24 giorni fa
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Peste e lanzi a Mantova (1629-1630) - Rodolfo Signorini
Chi non ricorda la peste del 1630 così ben descritta da Alessandro Manzoni nei suoi Promessi sposi, se non altro per quelle poche pagine di autentica commozione in cui una madre affida alle mani dei monatti il corpicino della figlioletta Cecilia che il morbo aveva ucciso. Ebbene, quella tragica epidemia non colpì solo Milano, ma si estese un po’ a tutta l’Italia e ne furono vittime anche Mantova e i suoi dintorni. Pare che a portarla nel nostro paese e a diffonderla siano stati i lanzichenecchi, le truppe imperiali intervenute nella guerra per la successione di Mantova e del Monferrato; questi mercenari misero a ferro e a fuoco il nostro paese e, posta sotto assedio Mantova, riuscirono a farla cadere, dilagando nelle vie cittadine, derubando, stuprando e uccidendo chi era sfuggito alla peste.
E’ soprattutto della vicenda del contagio che parla questo libretto scritto da Rodolfo Signorini, storico mantovano recentemente scomparso, e che nel caso specifico lo fa secondo un filo logico in cui il suo intervento è solo di raccordo dei vari documenti reperiti negli archivi cittadini.
Si può così rilevare che l’epidemia provocò le stesse difficoltà da noi incontrate nel recente periodo in cui l’Italia e molti altri paesi dovettero subire il Covid. Certo, un po’ più edotti dalle acquisite conoscenze mediche nel frattempo intervenute, non ripetemmo certi errori, come quelli che provocarono una maggior diffusione del morbo determinato dalla incosciente decisione di istituire delle processioni volte a ottenere l’intervento divino.
Il professor Signorini è studioso attento, capace di discernere fra le varie fonti, trovando sempre quella più idonea e più attendibile, e anche in questa circostanza è stato capace di dar vita a un librettino dove in poche pagine si racconta tutto, dalle cause della guerra per la successione di Mantova, alla nascita e alla diffusione della pestilenza, dall’impotenza nell’opporsi alla stessa fino alla fine di quel periodo tragico.
E’ una finestra aperta su un dramma che possiamo solo immaginare e che testimonia quanto siamo piccoli di fronte alla natura.
Come si conviene quando la pubblicazione è un saggio storico sono indicate tutte le numerose fonti ed è presente un non trascurabile corredo fotografico costituito per lo più dai ritratti dei Signori dell’epoca e dalla documentazione originale stilata in occasione della pestilenza.
Da leggere, lo merita.
RENZO MONTAGNOLI - 1 mese fa
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Cattolici e ribelli - Giovanni Telò
E’ indubbia la valenza della Resistenza, tanto che fra le mie letture sono numerose quelle di libri, soprattutto saggi storici, che affrontano questo tema così importante. Purtroppo sono pochi quelli che ne parlano relativamente al fenomeno nel mantovano, anche perché la piattezza della pianura rendeva molto difficile ed estremamente rischioso svolgere un’attività insurrezionale attiva, con i colpi di mano che sarebbero avvenuti solo allo scoperto e con la pressoché totale assenza di sicure basi in cui riparare. Questo è solo uno dei due motivi che mi ha spinto a leggere il saggio di Giovanni Telò, vale a dire per conoscere qualcosa di più di quanto accaduto nella mia provincia dall’8 settembre 1943 alla fine dell’aprile del 1945; l’altro è invece una naturale curiosità per sapere come, più che i cattolici laici, il clero mantovano ebbe a comportarsi. Tengo a precisare relativamente a questo ultimo scopo che ero già a conoscenza del comportamento di alcuni sacerdoti, come per esempio monsignor Egidio Mazzali, anche perché amico di famiglia, e comunque di pochi altri. Mi importava anche sapere il ruolo svolto dagli esponenti del clero che parteciparono alla Resistenza e leggendo questo saggio mi ha confortato la conferma che il loro impegno fu civile; non spararono di certo, ma, pur rischiando parecchio, si impegnarono nel soccorso ai combattenti, nella protezione degli ebrei, nel dar vita a cellule resistenziali.
Giovanni Telò ha effettuato una ricerca storica minuziosa e il risultato è un elaborato che così come è strutturato non è per niente greve, anzi è avvincente; emergono figure luminosissime, come don Costante Berselli e don Eugenio Leoni, che si contrappongono a un personaggio che di certo non si può dire un buon cristiano, come monsignor Domenico Menna, vescovo di Mantova dal 1928 al 1954, figura legata al fascismo che ebbe sempre a sostenere. Tuttavia, se giustamente questo elemento negativo della Chiesa viene evidenziato e Telò gli dedica parecchie pagine, rifulgono numerose le figure di modesti e umili preti, il che dimostra come il vescovo fascista sia stato, almeno nel clero mantovano, un’eccezione negativa.
I cattolici, cioè coloro che cercarono di mettere in pratica il credo religioso e quindi fra questi non solo gli ecclesiastici ma anche i laici, furono certamente in numero minore fra i partigiani italiani, ma furono comunque importanti, dando un contributo militare, civile ed esistenziale di notevole portata, rischiando come gli altri, anche immolandosi per un mondo più giusto. Ebbero le loro formazioni combattenti, le Fiamme Verdi, e non pochi pagarono la loro ribellione con la prigionia nei lager tedeschi, come Don Berselli a Dachau, o addirittura con la morte, non sempre in battaglia, ma con la fucilazione dopo inenarrabili torture.
Secondo me Cattolici e ribelli è un lavoro di rilevante importanza, meticoloso, obiettivo, scritto in modo lieve, in cui, come dice anche Giovanni Telò, l’intenzione non era di narrare una storia, ma tante singole storie di persone che in quel momento così tragico seppero esprimere il loro deciso dissenso dalla ferocia e dalla violenza, conservando la fede e sempre dimostrando coraggio e umanità.
Da leggere, senza ombra di dubbio.
RENZO MONTAGNOLI - 1 mese fa
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Nelson - Terry Coleman
Horatio Nelson (Burnham Thorpe, 29 settembre 1758 – Capo Trafalgar, 21 ottobre 1805) è il famoso ammiraglio britannico che nella guerra fra gli inglesi e la Francia di Napoleone Bonaparte si impose sul mare, vittorioso prima ad Abukir, poi a Copenaghen e infine a Capo Trafalgar, battaglia questa che pose fine a qualsiasi contrasto da parte della flotta francese., ma che comportò anche la sua morte, colpito da un proiettile di fucile (da rilevare fra l’altro che in scontri precedenti aveva perso un braccio e poi l’occhio destro).
Per questi motivi e anche per la sua morte in battaglia è considerato dagli inglesi un eroe nazionale; non sembrerebbe però dello stesso parere Terry Coleman che con questo suo Nelson l’uomo che sconfisse Napoleone disegna un ritratto che si potrebbe definire a tinte fosche.
Nel suo saggio nulla si toglie alle capacità militari del personaggio, un vero e proprio genio, caratterizzato tuttavia da una innata ferocia e da contrasti di carattere, a tratti eroico e ad altri vanaglorioso.
Anche della vita privata c’è parecchio da rilevare, come per esempio la sua relazione scandalosa con Lady Hamilton, i suoi comportamenti irritanti o addirittura il venir meno agli accordi con il nemico. A tal riguardo destò scalpore, e lo desta tuttora, il non aver rispettato i patti di resa concordati con i capi della Repubblica Napoletana, che furono consegnati a re Ferdinando IV, con conseguenze nefaste (l’ammiraglio Francesco Caracciolo venne impiccato).
Insomma Nelson è quello che si può considerare un personaggio con luci, ma anche con tante ombre.
Proprio per tale motivo, l’autore del saggio ha preferito separare l’uomo dalla leggenda, facendo di Horatio Nelson sì un eroe, ma notevolmente imperfetto.
Il libro è indubbiamente interessante, ma spesso e volentieri è didascalico, gravando così sul piacere della lettura, di cui però è senz’altro meritevole.
RENZO MONTAGNOLI - 1 mese fa
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E' troppo facile - Agatha Christie
Ogni tanto è opportuno concedersi la lettura di qualche libro di pura evasione, magari del genere poliziesco e ancor meglio se l’autore è uno di quelli che tiene sulla corda fino all’ultimo, allorché si svela il nome del colpevole o dei colpevoli.
Il caro amico che mi ha voluto far dono di E’ troppo facile probabilmente intendeva farmi trascorrere piacevolmente qualche ora, senza però che la trama fosse di pura e semplice evasione, perché quando si tratta di opere di Agatha Christie si può essere certi che, pagina dopo pagina, ci si mette in concorrenza con l’investigatore di turno. Nel caso specifico questi è un ex poliziotto che ritorna in Inghilterra dopo un lungo periodo di servizio in India e in treno ha l’occasione di conoscere una signora anziana che si reca a Londra da un paesino dell’interno per esporre a Scotland Yard i suoi dubbi e i suoi sospetti su certe misteriose morti. Purtroppo la vecchietta non riuscirà a parlare con qualcuno del celebre centro di polizia, perché muore investita da un auto che si dilegua rapidamente. Luke Filtzwilliam, così si chiama l’ex poliziotto, appreso della tragica scomparsa della sua interlocutrice in treno, in considerazione di certi discorsi della stessa circa morti strane senza tuttavia svelare i suoi sospetti, da buon investigatore si sente in dovere di indagare e in tal senso si reca a Wychwood, questo è il nome del paesino, presentandosi come uno scrittore che fa una ricerca sulle credenze popolari. Non intendo andare oltre, nel timore di svelare troppo, ma voglio che si sappia che alla fine dell’indagine, accertate che le strane morti erano proprio omicidi, il colpevole sarà assicurato alla giustizia. Fra falsi indizi, tra sospetti che si rivelano infondati, procede Luke Filtzwilliam, che non ha certo le capacità di analisi e di sintesi di Poirot, qui assente, ma che si rileva un funzionario di polizia diligente e di normali qualità, ben coadiuvato da una ragazza del posto, che ha il dono di un notevole intuito, collaborazione che, oltre a svelare il mistero, porterà anche a una relazione amorosa fra i due.
Inutile che aggiunga che si conferma una volta di più la tradizionale abilità di Agatha Christie nel confezionare i suoi romanzi, sempre di piacevole lettura.
RENZO MONTAGNOLI - 1 mese fa
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