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R: Pista nera - Antonio Manzini
Primo contatto con un libro scritto da Antonio Manzini, Pista nera, il primo romanzo con protagonista il vicequestore Rocco Schiavone, un personaggio del tutto particolare e seconde me veramente riuscito. Eppure si tratta di un poliziotto corrotto, che ama la bella vita, indubbiamente dalle grande capacità investigative, ma non di certo un esempio di correttezza e onestà; pur tuttavia finisce con il destare simpatia, con una sua ironia puntuale, che strappa più di un sorriso, e con una sua coerenza che lo rende degno di essere rispettato. Rocco Schiavone non è certo il commissario Maigret, e neppure l’investigatore Hercule Poirot, è semplicemente Rocco Schiavone, un uomo che cerca di ottenere il meglio della vita, ma nella sua disonestà colpisce solo dei criminali.
In questo Pista nera è alle prese con un delitto del tutto particolare; infatti su una pista sciistica di Champoluc viene rinvenuto un cadavere semisepolto nella neve, un corpo martoriato in quanto sullo stesso è passato un cingolato usato per battere i percorsi degli sciatori. Le tracce sono poche e il luogo del delitto è stato inquinato dal maldestro comportamento di alcuni poliziotti, così che Schiavone, da poco trasferito ad Aosta per aver pestato a Roma i piedi di qualcuno che conta, ha ben poche elementi per poter avviare le indagini: delle briciole di tabacco, resti organici e un fazzoletto nella trachea, il che esclude l’incidente e avvalora l’ipotesi dell’omicidio. C’è poco da essere contenti di fronte a cosi pochi e al momento apparentemente incomprensibili indizi, ma il nostro vicequestore non si dà per vinto e per quanto sia circondato da collaboratori non altezza, tranne uno su cui farà il massimo affidamento, piano piano riuscirà ad avere idee sempre più chiare fino a quando, in occasione dei funerali religiosi della vittima, proprio in chiesa provvederà ad assicurare i colpevoli alla giustizia.
Pista nera è un poliziesco veramente riuscito, con una trama ben congegnata e personaggi indovinati, per non parlare della conclusione del tutto logica. La suspense non viene mai meno, anzi si resta incollati alle pagine con il desiderio di leggere velocemente per arrivare a capire chi siano i colpevoli e solo verso la fine si comincerà a sospettare, più per una sensazione che per un ragionamento completo, logica che sarà ineccepibile quando il vicequestore metterà le mani sui colpevoli, verso uno dei quali poi mostrerà tutto il suo disprezzo.
E’ in romanzo ben scritto, con uno stile snello, un linguaggio semplice, ma non elementare, contraddistinto dall’immediatezza, una dote tanto più apprezzabile in presenza di un poliziesco.
Di conseguenza Pista nera è senz’altro meritevole di essere letto.
RENZO MONTAGNOLI - 4 anni fa
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R: Non è stagione - Antonio Manzini
Non c’è che dire, il vicequestore Rocco Schiavone è proprio bravo, visto che, sia pure a suo modo, riesce a venire a capo ai casi più complicati, come questo che vede il rapimento di una bella ragazza, figlia di un costruttore edile della zona. Aosta è una piccola città, così minuscola rispetto alla sua Roma, ma lì è stato trasferito per punizione e invece dei bearsi dei calori primaverili deve sorbirsi anche una nevicata a maggio. In tutta sincerità uno come lui in una piccola realtà, anche del crimine, è sciupato; c’è da dire però che da quando vi è stato trasferito i cittadini non è che possano dormire sonni tranquilli, visti i numerosi casi delittuosi che proliferano e si moltiplicano a vista d’occhio, ma ripeto, non c’è da aver paura, tanto c’è il vicequestore Rocco Schiavone. Anche questa volta riuscirà a venire a capo dell’indagine, magari procedendo a tentoni, sbagliando anche, ma, come si suol dire, quel che conta è il risultato e questo è senz’altro positivo. Peraltro questo poliziesco è particolarmente dinamico, con una corsa contro il tempo, un colpo di scena dietro l’altro, con indizi che sviano le ricerche e con intuizioni che rimettono in carreggiata. Quando tutto sembra finito e ci manca solo la scritta “e vissero felici e contenti” ecco un fatto imprevedibile: Rocco Schiavone sfugge fortunosamente a un assassino che lo vuole morto. Purtroppo ci sarà qualcuno, innocente, che morirà al suo posto e questo delitto si inserisce in una storia che è presente in altri episodi della serie e rappresenta un altro filone di indagini che probabilmente verrà sviluppato in libri successivi, perché Schiavone quando è toccato così nel vivo diventa una belva, tanto più che anche lui ha dovuto soffrire per la morte violenta della moglie, il cui ricordo mai viene meno, al punto che di tanto in tanto dialoga con la stessa.
Quindi l’omicida, il killer, prima o poi cadrà nella rete che andrà a svolgere il vicequestore.
Per il resto nulla di nuovo, con personaggi ben delineati, una trama possibile con una soluzione logica, insomma alcune ore di lettura da trascorrere piacevolmente.
RENZO MONTAGNOLI - 3 anni fa
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R: L'angelo di Monaco - romanzo di Fabiano Massimi
La vicenda raccontata è accaduta veramente, i personaggi che appaiono vi erano coinvolti, ivi compresi i due investigatori, insomma tutto quanto raccontato è effettivamente avvenuto e l´abilità del narratore è di avere messo nero su bianco, non asetticamente come in un rapporto di polizia, ma dinamicamente e in modo appassionante un fatto che lascia un alone di mistero sulla natura della morte di una bella ragazza, Angelica Raubal. Si è trattato di suicidio, come si è cercato di far credere, o di omicidio? La nipote dell´astro nascente Adolf Hitler, suo tutore, è stata vittima della gelosia dello zio, oppure di una depressione?
In questi casi, ove figurano politici di alto livello, tutto è possibile, soprattutto quando questi uomini importanti sono membri autorevoli del partito nazionalsocialista e rispondono ai nomi di Adolf Hitler, Joseph Goebbels, Rudolf Hess, Hermann Goering, Heinrich Himmler, Reinhard Heydrich, Baldur von Schirach e Heinrich Hoffmann. Il commissario di polizia che indaga, Sigfried Sauer, con la collaborazione del collega Helmut Forster, sa di procedere su un campo minato, costretto peraltro a lavorare fra chi gli intima di chiudere l´istruttoria nel giro di poche ore e chi invece vuole che proceda fino in fondo per scoprire la verità. E che si tratti di un´indagine difficile e pericolosa è testimoniato dal numero delle improvvise morti dei possibili testimoni, pure loro suicidi, ma non con un colpo di pistola come Angelica Raubal, Geli per gli amici, bensì appesi per il collo a una corda. I colpi di scena non mancano, anzi si susseguono, e il povero Sauer, che assomiglia fisicamente in modo straordinario a Reinhard Heydrich, non sa più a che santo votarsi, tanto più che è intervenuto un suo improvviso innamoramento per una cameriera. I giorni sono troppo corti, 24 ore non sono sufficienti, corre di qua e di là, o con un aereo guidato personalmente da Goering, o con una bella auto messa a disposizione, con tanto di autista, da Adolf Hitler. Passano i giorni, da sabato 19 settembre 1931 al venerdì della settimana successiva in un turbinio di avvenimenti, senza che si possa arrivare a una certezza, cioè se si sia trattato di omicidio o di suicidio, ma questo dilemma perde d´importanza nel momento in cui Sauer deve lottare per non soccombere e per salvare la donna amata.
L´angelo di Monaco è un giallo storico confezionato da Fabiano Massimi in modo impeccabile, perché non c´è una nota stonata, non c´è un personaggio che non sia stato tratteggiato con rara abilità; l´ambientazione e le atmosfere sono rese benissimo e il ritmo è costante, non blando, ma sostenuto, con qualche accelerazione dove solo è indispensabile. Il commissario Sauer è un personaggio di tutto rilievo, descritto bene, con i suoi timori, le sue incertezze, più che mai giustificate dal fatto che nessuno dei coprotagonisti è esattamente come sembra.
Il romanzo è veramente bello e talmente ben strutturato da far pensare che possa essere stato scritto da qualche esperto narratore anglosassone, e invece Fabiano Massimi è italianissimo e di Modena.
Mi pare superfluo il mio invito a leggere un´opera che sicuramente risulterà di completa soddisfazione.
RENZO MONTAGNOLI - 2 anni fa
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R: Se esiste un perdono - romanzo di Fabiano Massimi
A Massimi fa riconosciuto il merito di aver portato a conoscenza di molti italiani la figura di Nicholas Winton, che, unitamente a Doreen Warriner e Trevor Chadwick, portò in salvo in Gran Bretagna 669 bambini, in buona parte ebrei, con trasporti in treno dalla Cecoslovacchia dalla fine del 1938 agli inizi del 1940.
L´autore, per far questo, pur attenendosi ai fatti, ha imbastito un romanzo storico, ove ovviamente sono presenti i tre personaggi di cui ho appena fatto il nome, nonché altri, che presumo in buona parte di fantasia. Per non far mancare un ulteriore motivo di tensione ha poi inventato una protagonista che narra la vicenda, tale Petra Linhart, una donna giovane, ma intrepida, che collabora attivamente alla riuscita dei trasporti, ma che ha un difetto per nulla trascurabile, cioè fa il doppio gioco. Finge infatti di essere rimasta vedova e di aver perso il figlio che aveva in grembo per colpa dei nazionalisti boemi filo tedeschi, e invece è accaduto il contrario, perché sono stati i nazionalisti anti tedeschi a provocare la morte del marito e il conseguente trauma che le ha fatto perdere il nascituro; così lei lavora con dedizione, ma riferisce alla Gestapo. Questo frutto della creatività poteva essere il fiore all´occhiello del romanzo se Massimi fosse stato capace di andare in profondità nella personalità della doppiogiochista e invece è rimasto abbastanza in superficie, come ha fatto anche per gli altri protagonisti che sono tanti, direi troppi e che in una serie di eventi finiscono con l´intorbidire l´acqua, con il diluire troppo la necessaria tensione che presenta una vicenda come questa. Anche la figura della bambina del sale, enigmatica, quasi magica, non è ben delineata e da protagonista centrale diventa quasi una comprimaria. A voler essere sintetici direi che, mettendo troppa carne al fuoco, la cottura è diventata assai difficile e il risultato non è certo dei migliori. E´ un peccato, perché L´angelo di Monaco, precedente a questo, mi aveva colpito per la sua straordinaria bellezza, mentre Se esiste un perdono è sì leggibile, ma di sicuro non resterà fra i libri meritevoli del mio ricordo.
RENZO MONTAGNOLI - 2 anni fa
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R: Flisi fossi - Ernesto Flisi
Si tratta di un nuovo autore, nuovo per me, perché Ernesto Flisi non è al suo esordio con questa raccolta che sostanzialmente raggruppa tre sillogi tematiche (Il pentagramma della vita, Il succedersi del tempo, Caratterizzazioni umane). Se anche gli argomenti trattati sono diversi c’è un legame fra tutti ed è dato da una vena crepuscolare che accompagna le poesie. Non è tristezza, bensì qualcosa di meno gravoso, ma che evidentemente è innato, perché è più esatto parlare di malinconia. E questa nota mi sembra una caratteristica degli autori rivieraschi del Po che fino ad adesso ho esaminato, dai viadanesi Ernesto Flisi e Gabriele Oselini alla sermidese, ormai da tempo extra muros, Daniela Raimondi, e potrei inserirmi anch’io, visto che da più di una quarantina di anni risiedo a Borgo Virgilio. Questa comunanza non mi sembra un caso, perché evidentemente il fiume, il grande Po, anche se ora è ridotto quasi a un rigagnolo, esercita un influsso su chi è radicato sulle sue sponde, tanto è vero che ci unisce un comune amore per la natura e per i ricordi. Sono questi ultimi soprattutto a determinare una vena malinconica, forse per un inconscio rimpianto di ciò che è stato (ovviamente di bello) e che mai più ritornerà. In ordine a questo preambolo non intendo andare oltre perché mi pare giusto approfondire il discorso della poetica di Ernesto Flisi.
Mi sembra un autore dall’animo mite, visti i toni pacati, mai ridondanti e senza che sia incline a una perniciosa retorica. Quasi a voler confermare ciò che dianzi ho esposto il rimpianto è tangibile nei versi come nel caso di Passato (Non torneranno più / i fiori di questa estate. / / I sorrisi negati, / saranno, / irrimediabilmente, / perduti. / Forse resterà / un amaro rimpianto, o, / peggio, / un inconsapevole astio. /…). E’ vero, ci sono stagioni, quelle della vita di ognuno, che non torneranno più e si potrà arrivare a un punto che si rimpiangerà ciò che si avrebbe potuto fare, e non si è fatto, e ci si lamenterà di ciò che si è fatto e non si sarebbe dovuto fare.
Peraltro Flisi scrive dei punti fermi della vita di ogni individuo, come la casa e l’amore, nonché del succedersi del tempo con cui prendiamo coscienza del nostro esistere, grazie a precisi punti di riferimento, che possono essere, per esempio, il Capodanno (All’alba / si ricompone / la gelida notte, / dopo l’amara festa, a celebrar la vita che fugge. /…)., ma soprattutto ai Ricordi (Ricordo un’aia / in un assolato meriggio ( di abbacinante luce / e festosi bimbi / a rimescolar, disteso, / il granturco a seccare. /…). Come si può notare, sono ricordi tipicamente padani e rurali, come l’aia con sopra il mais raccolto e sgranato, di continuo rimescolato affinché si secchi uniformemente. Per quanto ovvio poi ce ne sono altri, ma motivi di tempo e spazio mi impediscono di parlarne, tanto più che mi corre l’obbligo di un’ultima annotazione sulle caratterizzazioni umane, fra le quali mi ha colpito Soffio, con quell’accenno misurato e pacato, ma che costituisce un’inesorabile premessa (Ci passa accanto / come soffio di brezza / la vita / imperscrutabile, / inarrestabile, impalpabile. /…), una poesia che è il paradigma della malinconia, con la consapevolezza della nostra temporaneità che ci costringe a vivere su un palcoscenico in cui siamo precari attori che cercano di comprendere il senso della commedia prima che cali il sipario.
La raccolta mi sembra riuscita, sia per la struttura che rende piacevole la lettura, sia per i contenuti che di certo non mancano, e graziose sono anche le illustrazioni che di tanto in tanto si accompagnano ai versi. Per un’opinione abbastanza esauriente sull’autore invece occorrono altri testi da esaminare, ma ho la sensazione che possano essere dell’ottimo livello di questo.
RENZO MONTAGNOLI - 2 mesi fa
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1912+1 - Leonardo Sciascia
Negli ultimi anni della sua vita, quasi pago dei successi ottenuti dai suoi romanzi, ma più probabilmente perché la vena creativa si era un po' esaurita, Leonardo Sciascia prese spunto da fatti realmente accaduti per una loro rivisitazione, chiamando gli scritti infatti Cronachette. E tale è anche 1912 + 1, titolo alquanto strano, ma che, come vedremo in seguito, ha una sua precisa ragion d'essere. E' del 1913 il fatto della cronachetta, sicché è logico pensare che lui fosse un po' superstizioso, ma così non è, perché quella votata agli scongiuri è ben altra persona, un altro scrittore allora in grande spolvero; questi, benché meridionale – e di conseguenza per lui il 13 doveva essere considerato un numero fortunato – per una repentina infatuazione per il Nord dell'Italia, ove soggiornerà a lungo fino alla morte, iniziò a vedere il 13 come sinonimo di jella, di sfortuna nera e allora prese a non citarlo, tanto che in uno dei 50 esemplari dell'edizione su papier de Hollande del Martyre del Saint Sebastien, scritto direttamente in francese da Gabriele D'Annunzio durante il suo non breve soggiorno ad Arcachon, ove si era rifugiato incalzato dai creditori, figura una dedica autografa <<à Fernand Charles Ecot “Chaque flèche est pour le salut.” Gabriele d'Annunzio, 7 jiun 1912 + 1>>. Questo libro entrò nella biblioteca di Sciascia che non poté fare a meno di notare la stranezza della data e alla luce della sua scarsa stima dell'autore abruzzese mise bene il rilievo la circostanza agli inizi della cronachetta. A parte questo inciso, il fatto non riguarda direttamente il vate nazionale, se non per quella atmosfera di fulgide apparenze e di squallide realtà che sembravano caratterizzare l'inizio del XX secolo, con la conquista della Libia e la feroce repressione dei ribelli, con le classi sociali ben delineate e talmente chiuse da risultare impenetrabili. Ed è appunto da un incontro fra un ceto superiore e uno inferiore che nasce il fatto, con la contessa Maria Tiepolo, moglie del capitano di Stato Maggiore Carlo Ferruccio Oggioni, che l'8 novembre 1913 uccide con un colpo di pistola sparato quasi a bruciapelo l'attendente del marito, il bersagliere Quintilio Polimanti, nella vita civile falegname, ma ribattezzato dai giornali ebanista per cercare di rendere meno evidente la differenza di classe. Il processo che ne seguì è l'occasione per Leonardo Sciascia di mettere in risalto vizi privati e pubbliche virtù, spesso con un'ironia dirompente, da cui esce un quadro per nulla lusinghiero degli uomini in genere e di quel particolare contesto sociale.
Sono continue annotazioni, riflessioni che accompagnano gli atti del procedimento che, come non poteva che essere prevedibile, si concluderà con l'assoluzione dell'assassina. Il sostegno indispensabile alle forze armate, appena uscite vittoriose dalla campagna di Libia, e il patto Gentiloni che chiamava alle urne i cattolici, prima diffidati dal pontefice, a patto che il parlamento si attenesse rigorosamente ai principi cristiani, non cedesse alla tentazione di fare una legge sul divorzio e considerasse pertanto la famiglia una e indivisibile influenzarono i giurati e così accadde che un colpevole, peraltro reo confesso, anche se a suo dire per difendere la propria onorabilità, diventasse di colpo innocente, in un iter che di verità univoche non ne ebbe, ma tante, tantissime, in un contesto fatalmente pirandelliano, in cui apparenza e realtà si confondono, confondendo anche chi è chiamato a giudicare.
Non è certo un capolavoro di Sciascia, che tanti peraltro ne ha scritti, ma 1912 + 1 è uno di quei libri, di gradevolissima lettura, a cui ci si affida con fatalismo constatando che il nuovo secolo, il nostro, porta troppi segni del precedente, tanto che le somiglianze son più delle differenze, e credo che se fossero ancora in vita Pirandello e Sciascia si limiterebbero a sorridere, come per dire “che novità! Ve l'avevamo già detto, no?”.
RENZO MONTAGNOLI - 5 anni fa
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1915 - Gastone Breccia
Questo libro di Gastone Breccia è tipicamente di storia militare, benché l’autore abbia ritenuto giustamente opportuno parlare anche di altro, per quanto attinente alla Grande Guerra e in particolare a ciò che ha portato il nostro paese a recedere dalla Triplice Alleanza con Germania e Austria per entrare a far parte, con Francia, Inghilterra e Russia, della Triplice Intesa. Breccia rileva in modo particolare la nostra inazione nei primi giorni di guerra, caratterizzati infatti da una prudenza fin troppo eccessiva, benché a fronte avessimo solo un velo di truppe nemiche, atteggiamento che ebbe notevoli e sanguinose ripercussioni nello svolgimento successivo del conflitto.
Effettivamente non si intese approfittare della momentanea debolezza della difesa austro-ungarica, commettendo un errore madornale, perché se si fosse osato un po’ di più assai probabilmente non avremmo avuto le carneficine delle dodici battaglie dell’Isonzo. Si potrà dire che questo ragionamento è frutto del senno di poi, però, come evidenzia l’autore, il nostro comportamento è stato frutto unicamente dell’eccessiva e non giustificabile prudenza di Cadorna. Fra l’altro già in quelle prime battute Breccia pone in risalto l’anelasticità del comandante in capo, legato strettamente alla sua strategia che impone ai subordinati anche quando fatti e circostanze dovrebbero consigliare un ripensamento e un modus operandi diverso. Non è che Cadorna fosse un incapace, le cui qualità stranamente emersero come conseguenza di suoi errori che portarono alla ritirata di Caporetto. Fu appunto l’aver saputo organizzare il ripiegamento senza che si trasformasse in una rotta, tranne che nelle prime battute, l’autentico merito del Comandante in capo, che così portò oltre il Piave e quindi in salvo e pronte di nuovo a combattere una parte consistente delle nostre truppe.
Quello che mi piaciuto è che Breccia non ha voluto appiattirsi sulle occasioni mancate, pur giustamente ponendole in luce, ma ha anche voluto raccontare di due successi in quei primi mesi, frutto soprattutto di una improvvisata autonomia decisionale dei subordinati.
Indubbiamente il merito dell’autore, nel parlare della nostra guerra relativamente al 1915 è anche stato quello di porre in evidenza un cronico problema italico, che si sarebbe riscontrato anche nel successivo conflitto mondiale, e cioè la nostra impreparazione, sia come armamenti, sia come non aver fatto tesoro di quanto accaduto sui campi di battaglia dal 1914; ciò rende ancora più grave l’incapacità del comandante supremo di comprendere che non c’erano più battaglie napoleoniche, ma che i mezzi di distruzione, quali i cannoni e le mitragliatrici, davano un’impronta diversa ai combattimenti, senza dimenticare che la guerra di movimento si era trasformata ben presto in una di posizione, dove tutto si svolgeva con gli uomini rintanati nelle trincee, mandati all’assalto per conquistare altre trincee, il più delle volte prendendo possesso solo di pochi metri con perdite spaventose.
Da leggere senz’altro.
RENZO MONTAGNOLI - 2 giorni fa
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9 agosto 378 - Alessandro Barbero
Il mio approccio con questo storico è avvenuto con 9 Agosto 378 Il giorno dei barbari. Non è un caso se ho optato per questo titolo, ma, così a memoria, ricordo che nei miei studi scolastici la fine dell'impero romano e con esso dell'antichità, con avvio al medioevo, era liquidata in poche pagine, tanto che quasi all'improvviso lo studente apprendeva della divisione dell'impero romano in due entità: quello d'occidente e quello d'oriente; nulla i libri riportavano sul perché di questa divisione e i miei insegnanti nulla aggiungevano, poi cominciavano le invasioni dei barbari, degli Unni, dei Goti, degli Ostrogoti, un susseguirsi di guerre deleterie esposte in un paio di paginette. Era quindi logico il mio desiderio di approfondire, di colmare quelle incolpevoli lacune scolastiche che creavano nella mia mente una situazione confusa, un succedersi di eventi di cui non riuscivo a trovare il filo, come se si fosse trattato di fatti con correlati, ma del tutto autonomi. Devo dire che questo bel saggio di Barbero è pienamente venuto incontro alle mie esigenze, e ciò seguendo un discorso razionale, lasciando ben poco spazio alla fantasia, in modo semplice e accattivante, così che la lettura, oltre che particolarmente istruttiva, mi è risultata facile, per nulla greve, anzi di una particolare e appagante gradevolezza. Insomma si può dire che il professor Barbero scrive come parla in televisione e mi auguro che sia altrettanto chiaro, completo e piacevole quando insegna.
C'è da chiedersi perché è importante questa data, che cosa è accaduto il 9 agosto 378, un giorno tale da restare memorabile. Ebbene si svolse la battaglia di Adrianopoli, città sita nella provincia romana della Tracia, che corrispondeva all'attuale Turchia europea. Lo scontro vide contrapposti da un lato l'imperatore dell'Impero romano d'oriente Valente con il suo ben addestrato esercito e dall'altro Fritigerno con i suoi Goti. L'esito fu fatale ai romani, che vennero pressoché annientati e fra essi anche Valente. Barbero, nel prologo al suo libro, tiene a precisare come questa battaglia comunque non sia famosa come quelle di Waterloo e di Stalingrado, anche se il suo esito finì con il segnare, come opinione anche di altri storici, la fine dell'Antichità e l'inizio del Medioevo. L'autore è molto bravo nel delineare gli antefatti, ponendo in luce le trasformazioni intervenute nell'impero romano, le diversità esistenti fra la parte occidentale e quella orientale dello stesso, la diffusione della religione cristiana fra i barbari, quella religione che era già quella ufficiale nell'impero, ed è altrettanto capace di tratteggiare le conseguenze di questa sconfitta, cioè quella caduta inarrestabile di Roma, al cui tonfo si evidenziò quel periodo da non pochi considerato oscuro, ma che pure aveva anche dei valori non indifferenti, e che viene chiamato Medioevo. Credo di poter dire di essere sostanzialmente in accordo con il pensiero di Barbero, tranne in un elemento non certo da poco: la decadenza. Secondo l'autore l'impero non era certamente in condizioni salde e floride, ma non poteva essere considerato in condizioni di collassare gradualmente. Al riguardo, tuttavia, Barbero cita, dando prova di molta obiettività, in quanto di opinione contraria alla sua, il Gibbon, storico inglese che ha scritto un'opera di grande valore (Declino e caduta dell'impero romano) in base alla quale l'impero, alla vigilia delle famose invasioni barbariche, era un'entità in profonda decadenza. Personalmente sto con Gibbon, perché già da diverso tempo Roma era minata profondamente nella sua struttura da tutta una serie di problemi, alcuni dei quali peraltro evidenziati anche da Barbero, e che la facevano apparire sì come un colosso, ma dai piedi d'argilla. Queste erano le cause: secoli di conquiste e poi la decisione di fermarsi, perché i confini, troppo ampliati, erano difficili da difendere; la penuria nell'esercito di autentici romani che faceva sì che annoverasse nei suoi ranghi soprattutto truppe barbare; un flusso migratorio dalle zone poco civilizzate, agevolato sia per rimpolpare i corpi militari, sia per disporre di mano d'opera a basso costo; l'incertezza del potere, con imperatori che si succedevano con troppa rapidità, imposti dai loro stessi soldati; la diffusione del cristianesimo, che sminuiva la figura dell'imperatore, non più divino, e che cercava di allentare la schiavitù; la corruzione sempre presente a ogni livello; il vizio di mettere nei posti di responsabilità persone solo fedeli, ma spesso incapaci; la crisi economica, con un'inflazione crescente. Messe tutte insieme collaborarono alla disgregazione dell'impero e la battaglia di Adrianopoli è solo il fatto che di colpo mette alla luce una fragilità a lungo nascosta. Ed è strano come la storia si ripeta: spostiamoci di circa 1.600 anni e possiamo rilevare come parte di queste cause sia presente anche oggi, nel nostro Stato, augurandoci che non vi sia un'altra Adrianopoli e che quell'atmosfera da basso impero che si respira venga alla fine fugata. Questo riscontro è un'ulteriore prova di come la conoscenza del passato possa spiegare il presente.
Corredato da un ampio elenco bibliografico, il saggio di Barbero è ampiamente meritevole di essere letto e, sempre per restare in epoca romana, è una lettura talmente piacevole che mi sento di dire che anche per questo, come per pochi altri, vale la locuzione latina jucunde docet.
RENZO MONTAGNOLI - 1 anno fa
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A ciascuno il suo - Leonardo Sciascia
Un giallo di raffinata costruzione che tuttavia non è un giallo o almeno, come tale, è del tutto atipico: questo è il bellissimo romanzo di Sciascia A ciascuno il suo.
Del resto Italo Calvino, in una lettera a Sciascia del novembre del 1965, scriveva: “ Ho letto il tuo giallo che non è un giallo, con la passione con cui si leggono i gialli, e in più il divertimento di vedere come il giallo viene smontato, anzi come viene dimostrata l'impossibilità del romanzo giallo nell'ambiente siciliano”.
La vicenda è di quelle che appassionano il lettore per arrivare alla soluzione, ma le descrizioni dei personaggi, delle atmosfere, degli ambienti è prioritaria, quasi che Sciascia volesse far sapere che in un simile contesto tutto ciò che avviene non è per caso e rientra in una normalità dettata dalla sempre presente associazione mafiosa.
La trama, con l'investigatore improvvisato, questo professor Laurana che ha un vizio mortale per il luogo dove vive, cioè la curiosità, è peraltro avvincente, ma ripeto che quel che conta è lo sfondo, con la vita di piccola provincia, il circolo dei notabili, la connivenza, magari obbligata, con le attività di malaffare.
Ne esce un quadro di una Sicilia racchiusa in uno schema di ordinaria struttura malavitosa tale da considerarla normale, in una rarefatta atmosfera di consapevole impossibilità di cambiare le cose.
L'abilità narrativa di Sciascia si conferma anche in questo romanzo, con una realtà che ci viene rappresentata nella sua autentica e ambigua consistenza, ricorrendo ad allusioni, a parole dette e non dette, a personaggi descritti magistralmente.
Lo sfondo è costituito appunto dalla precisa analisi dell'animo siciliano, dalla naturale presenza della vita e della morte, dal radicato concetto dell'indissolubilità della proprietà e dalle pulsioni erotiche, che prorompono diventando piacevoli sensi di colpa.
Il professor Laurana ha il torto di essere vittima di un sistema che non può perdonargli la difformità a uno schema precostituito e immutabile nel tempo, sebbene lui non abbia l'intenzione di scardinarlo.
Del resto l'affermazione che chiude il romanzo, per bocca del parroco di Sant'Anna, un prete con poca vocazione, dimostra inequivocabilmente che il pragmatismo può arrivare in un simile ambiente all'assurdo di considerare del tutto normale, perché ormai consolidato, il castello di connivenze, anche solo omertose, con il potere mafioso.
Infatti, alla confidenza che si appresta a fare con tutte le dovute cautele il commendator Zerillo e relativa alla figura del professor Laurana, il sacerdote risponde secco, a troncare la discussione: ”Era un cretino.”
A ciascuno il suo è un romanzo di tale qualità che ne ritengo indispensabile la lettura.
RENZO MONTAGNOLI - 5 anni fa
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A futura memoria - Leonardo Sciascia
“Questo libro raccoglie quel che negli ultimi dieci anni io ho scritto su certi delitti, certa amministrazione della giustizia e sulla mafia. Spero venga letto con serenità.”
Leonardo Sciascia
Questo libro è costituito da una raccolta di articoli che sono stati pubblicati in un periodo che va dal 1979 al 1988 su diversi settimanali e quotidiani nazionali.
Letti acriticamente possono sembrare autonomi, non legati da un filo conduttore, ma se si presta la massima attenzione, soprattutto ove si consideri che Sciascia in tutta la sua attività letteraria si è sempre attenuto a un atteggiamento di aperto contrasto con l'ufficialità dei fatti, troppo incline a celare verità spesso in antitesi con l'evento, è possibile comprendere la rilevante importanza che hanno per conoscere la storia italiana, cosi travagliata, degli anni '80.
Lo scrittore parte da fatti di cronaca, spesso eclatanti, per una riflessione sul ruolo dello Stato e su una certa incontrovertibile specularità della sua struttura e dei suoi sistemi con quelli del fenomeno mafioso, due entità contrapposte che vivono in osmosi.
Se in origine per primo aveva evidenziato che una certa delinquenza non era un fenomeno comune, a se stante, ma bensì era una struttura radicata nel territorio siciliano e pronta a espandersi a macchia d'olio ovunque, passando poi a rilevare connivenze con lo stato, negli ultimi anni di vita aveva saputo cogliere la confusione esistente fra l'ordine costituito e quello mafioso.
Sono articoli anche con affermazioni brucianti, come quello con cui afferma che il generale Dalla Chiesa fu ucciso perché non aveva capito la mafia nella sua trasformazione in multinazionale del crimine, il che aveva provocato nel figlio dello scomparso una querelle, sostenuta su giornali con toni aspri e piuttosto accesi, con Sciascia che ribadiva il suo concetto, pur nel rispetto del caduto, e con l'altro che ne faceva una questione personale, anzi familiare, ma senza riuscire a contestare in modo logico il pensiero dell'autore siciliano.
L'analisi stringente di Sciascia si rivela poi profetica nel caso del presentatore Enzo Tortora, accusato da un pentito e ingiustamente costretto in carcere. Nell'occasione fu uno dei pochi a prendere le sue difese con argomentazioni incontrovertibili e non per un semplice moto di simpatia e alla fine si è potuto vedere che aveva ragione.
Così come illuminanti sono i suoi giudizi sulla morte di Calvi, su personaggi mafiosi come Buscetta, Sindona e Michele Greco.
Non aveva peli sulla lingua e analizzava, sviscerava arrivando poi a conclusioni che provocavano risentimenti vari, dando luogo a polemiche, a scontri giornalistici.
Con questi articoli è probabile che si sia fatta, almeno all'epoca, una vasta rete di nemici, in una battaglia da Don Chisciotte contro non tanto dei mulini a vento, ma dei poteri immensamente grandi.
Forse qualche volta non ci ha azzeccato, ma quasi sempre è riuscito a vedere oltre l'apparenza, al di là dell'ufficialità, comportamenti che poi, sovente diversi anni dopo, sono venuti alla luce del sole.
A futura memoria è quindi un libro sempre attuale ed è quindi ovvio che la sua lettura è più che raccomandabile.
RENZO MONTAGNOLI - 5 anni fa
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