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Cenere - Grazia Deledda
Cenere è di un verismo accentuato, senza sfumature che ne attenuino i toni, che anzi possono esprimersi come un lancinante urlo di dolore. Eppure, nella vicenda del piccolo Anania abbandonato dalla madre Oli, si inseriscono delle digressioni che non esito a definire poetiche, con descrizioni del panorama di una Sardegna selvaggia, quasi ai confini del mondo. Peraltro c’è da considerare che lo stile cristallino di Grazia Deledda, qui a volte enfatico, tiene conto degli stati d’animo dei protagonisti accompagnandoli con una visione della natura che li rifletta. Così, se si tratta della gioia dell’innamorato Anania, le montagne dell’isola si succedono in una visione di rara bellezza, accompagnata da colori che bene esprimono il trepidante amore del ragazzo, mentre se invece c’è l’incontro drammatico fra il ragazzo e la madre ritrovata tutto si incupisce tanto da lasciar presagire un’imminente burrasca non solo degli animi. Il personaggio femminile di maggior rilievo è Oli, bella ragazza che si innamora di un uomo sposato e rimane incinta, incarnando così la figura della peccatrice che in una società misogina come quella dell’epoca è un marchio infamante, al punto che la colpa della madre si trasmette al figlio. Questi, che ha trovato nella moglie del padre l’autentico affetto che gli è mancato e che è entrato nelle grazie di un padrino di cresima danaroso che si impegna a farlo studiare, ama, ricambiato, la figlia del suo benefattore, ma arde dal desiderio di ritrovare la genitrice naturale, combattuto fra la curiosità di sapere di che si tratti, sia dalla voglia di rinfacciarle quell’abbandono. Fra tanti sentimenti tesi al massimo piano piano la ricerca diventa un’ossessione, che stravolgerà completamente la sua esistenza.
L’abilità della narratrice è sconcertante e nel descriverci gli stati d’animo del protagonista finirà per coinvolgere il lettore, preda della stessa ossessione, tanto che finirà anche lui con il sentirsi segnato da una colpa non sua.
Se non fosse per una certa prolissità e alcuni eccessi anche Cenere sarebbe un capolavoro; non c’è da temere, però, perché il libro comunque risulta di notevole livello.
RENZO MONTAGNOLI - 3 mesi fa
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Gli artigli del condor - Marina Cardozo, Mimmo Franzinelli
In calce alla pagina che precede l’Introduzione figura un’opportuna precisazione che io doverosamente riporto: “Il libro è il risultato di un progetto comune, così come comune è stata la scrittura dell’Introduzione e della Nota sulle fonti; quanto alla stesura dei capitoli, a Marina Cardozo si debbono i primi quattro, a Mimmo Franzinelli quello <<italiano>>.”. E io aggiungo che quello italiano, per l’esattezza il quinto, è intitolato Condor-Italia, riportando le inquietanti connessioni tra le dittature latino-americane e il neofascismo italiano, un legame a cui non furono per nulla estranei la loggia massonica P2 (acronimo di Propaganda due) e il suo Maestro Venerabile Licio Gelli.
Data la diffusa e notoria turbolenza di tanti stati latino-americani, frutto soprattutto della longa manus degli Stati Uniti tesi a considerarli “amici” con qualsiasi mezzo, personalmente non ho mai seguito molto le vicende che hanno caratterizzato e che ancora in parte caratterizzano quel continente, ma ho ben presente il caso cileno con il sanguinoso golpe che rovesciò il legittimo governo di Salvador Allende, uno degli obiettivi del cosiddetto Piano Condor, la cui mente politica fu il generale Augusto Pinochet, con coordinatore il colonnello Manuel Contreras, capo della Direcion de Inteligencia Nacional (DINA). In che cosa consisteva il Piano Condor? Fu un’intesa operativa maturata a fine novembre 1975 a Santiago del Cile fra i Servizi Militari di spionaggio di Cile, Argentina, Uruguay, Paraguay e Bolivia e a cui in seguito aderirono Brasile, Ecuador e Perù, con lo scopo di osteggiare, soprattutto con la forza, i movimenti di sinistra e comunque anche tutte le personalità politiche progressiste latino-americane.
Il libro si propone di ricostruire le strategie e le tattiche adottate in questa vera e propria offensiva, illuminando sulla storia degli apparati repressivi, facendoci conoscere come si svolsero le principali operazioni e ponendo in evidenza quelle che furono le indispensabili complicità, nonché le difficoltà incontrate.
In questo contesto di rilievo soprattutto per noi italiani è il quinto capitolo con il quale Massimo Franzinelli parla dell’apporto fornito al piano Condor dai neofascisti italiani, che operarono illegalmente in un contesto di sostanziale immunità, in pratica con la complicità dei nostri Servizi Segreti. I nomi ricorrenti non sono di sconosciuti, perché Pierluigi Concutelli, Stefano Delle Chiaie e Pierluigi Pagliai sono alti esponenti della cosiddetta eversione nera.
E’ possibile così conoscere come sia esistito uno stretto collegamento fra un’operazione repressiva di ogni idea progressista nata nell’America Meridionale e il fenomeno del terrorismo nero che caratterizzò per non pochi anni il nostro paese.
Il libro è indubbiamente interessante, ben strutturato e fornisce anche risposte ad alcune domande che alcuni di noi si devono essere posti negli anni ‘70 quando l’Italia sembrava diventata un campo di battaglia.
RENZO MONTAGNOLI - 3 mesi fa
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Il segreto di Vittoria - Giulia Alberico
“Vittoria Colonna (Marino, 1490 – Roma, 25 febbraio 1547) è stata una nobile e poetessa italiana.” E’ così in sintesi ciò che dice l’Enciclopedia Treccani, abbastanza per inquadrarla in un’epoca, troppo poco per sapere chi essa sia stata veramente. Io stesso, pur appassionato di storia, ne sapevo poco di più fino a quando non ho letto questo stupendo romanzo storico di Giulia Alberico, 192 pagine veramente intense in cui la narratrice abruzzese si cimenta con un personaggio indubbiamente noto, ma in realtà ben poco conosciuto, visto che si è sempre preferito privilegiare solo ciò che ha scritto. Nata a Marino, feudo della potente famiglia Colonna, fin dalla prima infanzia ha, come compagna fedele per tutta la vita, Sosò, un personaggio di fantasia, ma di primaria importanza nella stesura del romanzo. E’ infatti a lei che la narratrice affida il compito di parlarci di Vittoria, una sorta di diario che si alterna con quello della stessa Vittoria, un lavoro per niente facile, che avrebbe potuto facilmente stancare il lettore, ma che grazie all’abilità dell’autrice finisce con il diventare notevolmente avvincente. Dopo la morte del marito Ferrante d’Avalos, marchese di Pescara, Vittoria ha come un trauma tanto è il dolore che prova e che le fa abbandonare la vita dinamica di corte per rinchiudersi, da laica, in un convento. Su di lei pesa anche una maledizione dalla nascita, di cui ben pochi sanno, ma che non ignora Sosò, e cioè una malformazione genitale che non solo le impedisce la procreazione, ma che le rende anche impossibile la congiunzione carnale. E’ questo il suo segreto, questa impossibilità di essere femmina nella sua totalità.
Persona istruita, dotata di notevole intelligenza e che ama farsi delle opinioni, è anche molto religiosa e nel periodo storico che vede l’avvento di Lutero, pur non abbracciano il protestantesimo, da autentica cristiana ritiene che la Chiesa di Roma debba ritornare alle origini per ritrovare lo spirito illuminato del Cristo. Non è l’unica in Italia, ci sono altri che pensano come lei, come per esempio la bella Giulia Gonzaga e il grande Michelangelo Buonarroti. Con quest’ultimo allaccia una relazione platonica fatta di silenzi insieme che dicono molto più delle voci, come se l’essere vicini, magari a contemplare un semplice albero d’arance, creasse un unione molto più forte di un abbraccio. In questo modo si spezza la solitudine sentimentale di Vittoria e l’anziano scultore, sempre tormentato dalla passione per la sua arte, recupera un po’ di quella serenità che gli è indispensabile per vedere oltre le apparenze.
E’ epoca di riforma e di controriforma e la Chiesa cattolica non ci sta a ritornare alle origini, troppo abituata al lusso e alla materialità. Impera con l’Inquisizione il cardinale Carafa, pronto a trovare eretici ovunque e a mandarli al rogo, quel Carafa che poi siederà sul trono di Pietro con il nome di Paolo IV, diventando ancor più intransigente e sanguinario.
Vittoria, Michelangelo e gli altri e le altre che tanto hanno propugnato una chiesa originaria sono sorvegliati stretti, ma lei ha alle spalle una famiglia potente, indispensabile al Pontefice, lo scultore è invece un genio di cui non si può fare meno, e così riusciranno a sfuggire all’inquisizione.
Nel 1547, da tempo allettata, Vittoria muore e le pagine che descrivono la sua dipartita raccontata da Sosò sono particolarmente struggenti, con la fedele amica che l’assiste fino all’ultimo e che la porta al sonno eterno cantando la ninna nanna a cui ricorreva da bambina “Nonna nonna nunnarella…”.
Il segreto di Vittoria è un romanzo troppo bello per poter essere apprezzato da tutti, ma per chi ama la libertà di esprimersi, per chi cerca un mondo diverso, più giusto, senza storture, senza violenze, non può che essere una fonte a cui dissetarsi, con cui placare l’animo inquieto, e tutto ciò grazie a una trama molto ben articolata e a una scrittura di incredibile raffinatezza.
RENZO MONTAGNOLI - 4 mesi fa
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Il principe della nebbia - Carlos Ruiz Zafon
Sicuramente è da leggere subito la nota dell’autore all’inizio del libro, nota con la quale avverte il lettore che Il principe della nebbia è stato il suo primo romanzo che ha trovato un editore, ma, soprattutto, che in origine è stato pubblicato nella narrativa per ragazzi. Questo avvertimento lascerebbe pensare a un lavoro destinato esclusivamente a un pubblico non adulto, ma per i contenuti, la tensione esistente, il carattere gotico con punte estreme di horror, a cui va aggiunto un non lieto fine, lascerebbe supporre tutto il contrario. Oserei definire che ci troviamo di fronte a un ibrido, con caratteristiche tipiche del romanzo per adulti a cui se ne accompagnano altre che invece parrebbero più idonee per un pubblico di lettori meno maturi, sia per la semplicità dell’esposizione, sia per i caratteri dei protagonisti, per niente sfumati, ma o decisamente buoni, oppure decisamente cattivi.
Ciò premesso, tenendo anche conto di queste caratteristiche, Il principe della nebbia mi è piaciuto, anche perché si trovano, sia pure allo stato grezzo, le ampiamente positive caratteristiche di Zafon proprie delle opere successive, in primis L’ombra del vento.
Lo stile dell’autore è snello, ben si presta a storie che presentano alternativamente ritmi lenti e ritmi veloci, e proprio per questo è piacevole e di sicura presa per chi legge. Il mistero, che caratterizza le opere di questo narratore, è pregnante nella storia senza essere ossessivo, in grado di avvincere in progressione rendendo quasi partecipe chi legge. In questo romanzo il male è l’autentico protagonista, una presenza costante anche quando non si manifesta apertamente; infatti, prima ancora di materializzarsi nella figura del pagliaccio, avvisa del suo arrivo con fenomeni atmosferici violenti, con il mare che sembra inghiottire la terra, con la chiave che gira nella porta dell’armadio, con un gatto che accoglie alla stazione i protagonisti.
Non è indubbiamente all’altezza di L’ombra del vento e di Marina, opere successive e più complete in tutto, ma comunque resta sempre un libro di piacevole lettura, sia per ragazzi, sia, soprattutto, per adulti.
RENZO MONTAGNOLI - 4 mesi fa
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La strega del re - Tracy Borman
La vicenda narrata si svolge in Inghilterra agli inizi del XVII secolo ed è limitata a un breve periodo che va dal 1603 al 1606; il tutto inizia con la morte di Elisabetta I, l’ultima regina della dinastia dei Tudor, e con l’ascesa al trono di Giacomo Stuart, nobile scozzese che si farà chiamare Giacomo I, protestante fin sopra la cima dei capelli e deciso a sradicare dal regno i fedeli della Chiesa Cattolica, azione che si concretizzerà in aspre e sanguinose persecuzioni. In questo scenario s’innesta la storia di Lady Frances, la giovane figlia del tesoriere del re, appassionata erborista che si avvale delle proprietà di determinate erbe per curare, spesso con successo, diversi malanni. Proprio per questa caratteristica lei, che a corte riveste la posizione privilegiata di dama da camera di Elisabetta, la figlia del re che è poco più che un infante, finisce nei giochi di potere di Lord Cecil, consigliere principale del monarca, e viene ingiustamente accusata di stregoneria in un periodo in cui la caccia alle streghe sembra il passatempo preferito in Inghilterra. Rinchiusa in un carcere, viene perfino torturata, ma ritornerà libera e al suo precedente incarico , grazie alla sua abilità di erborista, perché riesce a guarire la piccola Elisabetta dopo che i medici ufficiali avevano gettato la spugna. Ma le lotte fra protestanti e cattolici si inaspriscono e così si arriva alla famosa congiura delle polveri, con cui i papisti si propongono di eliminare il re e il parlamento facendo saltare in aria l’edificio in cui questi si riuniscono. Come noto l’attentato fallisce e tutti i congiurati vengono catturati, processati e infine condannati a morte. Fra questi c’è anche un giovane di belle speranze, Tom Wintour, con il quale Frances intrattiene una relazione ed è attraverso la narrazione di fantasia di questo amore che Tracy Borman nel fornire la storia di questa famosa congiura avvince il lettore e pagina dopo pagina lo porta all’esito infausto del tentativo di colpo di stato.
La narratrice non forza mai la mano, non c’è mai esasperazione, eppure si finisce con l’avere gli stessi patemi d’animo di Frances, partecipi della sua struggente storia d’amore, triste e disperata, ma che alla fine riserva una sorpresa, una speranza, di cui non voglio anticipare nulla.
La strega del re è un romanzo scritto molto bene, capace di fondere mirabilmente fatti realmente accaduti e ingegno creativo, una di quelle opere che cominciano in sordina e finiscono in crescendo.
La lettura è senz’altro consigliata.
RENZO MONTAGNOLI - 4 mesi fa
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Marianna Sirca - Grazie Deledda
Marianna Sirca è indubbiamente un romanzo che rientra nella corrente del verismo ed è percorso da un accentuato pessimismo che fa sì che si consideri che un’emancipazione reale non sia possibile, quando tutto sembra complottare contro il tentativo di ribellarsi alla propria condizione. La vicenda è del tutto particolare: Marianna Sirca dopo la morte di un suo ricco zio prete, che lei aveva assistito a lungo, andata nella casa di campagna per riprendere le forze, ritrova casualmente un suo servo di gioventù, Simone Sole, che si è ribellato alla sua condizione diventando un bandito. In una donna ormai fatta e che non è più una bambina l’incontro con chi si è voluto scrollare di dosso una atavica condizione provoca la nascita di un moto di simpatia, sentendosi lei stessa una serva e pertanto desiderosa di ribellarsi. Poco a poco nasce un amore, lui anche perché vede profilarsi la possibilità di una vita migliore, lei perché vede Simone come un eroe romantico. Arriveranno perfino a pensare di sposarsi, ma tutto sembra complottare contro l’unione di due anime a loro modo ribelli, tanto che finirà con lei che si unisce in matrimonio con un giovane di una famiglia ricca, i cui occhi le ricordano tanto Simone, che invece ha fatto una brutta fine.
Come si può comprendere tutto rientra nei binari della normalità, le convenzioni vengono rispettate, la ricca Marianna si sposa con un ricco, insomma pare che Grazia Deledda intenda dire che non ci si può ribellare alla propria condizione, a quella che ci accompagna dalla nascita. Ci sono troppi fattori esterni e anche interni, cioè nell’ambito familiare, che ci impongono comportamenti a cui invano cerchiamo di sfuggire.
La figura di Marianna Sirca è indubbiamente caratterizzata da un lirismo accentuato, che non si riscontra invece in Simone Sole, bandito sì, ma fondamentalmente buono, e si sa che il mondo non ha posto per i buoni.
Come al solito l’ambientazione è veramente splendida, la descrizione dei paesaggi, le atmosfere precise, tutto contribuisce a fare da sfondo a una autentica tragedia.
Personalmente avrei sperato che Marianna, anche senza Simone, continuasse a rivendicare la sua libertà, ma devo convenire che la soluzione finale rientra pienamente negli scopi del romanzo, in quella accettazione di una realtà a cui cerchiamo inutilmente di ribellarci.
Marianna Sirca non è all’altezza dello stupendo La madre, caratterizzato questo da un’analisi psicologica di grande spessore; resta tuttavia un’opera scritta da una narratrice di notevole valenza, capace, pur ambientando le sue storie nel ristretto mondo isolano, di svolgere dei temi che sono propri di tutta l’umanità.
RENZO MONTAGNOLI - 4 mesi fa
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Il mistero del treno azzurro - Agatha Christie
Il Treno Azzurro, conosciuto anche come Il Treno dei miliardari, unisce di notte Londra alla Costa Azzurra ed è su questo convoglio che viene assassinata una giovane e bella donna, Ruth Kettering, figlia del magnate americano Van Aldin, sposata con l’infedele e indebitato lord Kettering. A prima vista potrebbe sembrare un omicidio passionale, ma dallo scompartimento riservato alla donna sono scomparsi dei preziosi gioielli, fra i quali il famoso rubino “Cuore di fuoco”. La polizia francese sembra brancolare nel buio, ma per fortuna a bordo di quel treno c’è il famoso detective Hercules Poirot, che è incaricato di far luce sul delitto dal padre della vittima.
Il mistero del Treno Azzurro, scritto dalla Christie nel 1928, è un giallo indubbiamente ben costruito, con un’ambientazione ricreata perfettamente e con dei protagonisti scelti con cura e ben delineati. Al fine di interessare ulteriormente i lettori la narratrice piano piano riesce a coinvolgerli così che viene naturale partecipare alla soluzione dell’enigma, soluzione tuttavia tutt’altro facile da raggiungere, tanto più che il caso è disseminato di trappole, di falsi indizi, da moventi che si contrappongono e si sovrappongono. In questo percorso a ostacoli, che più ne nascono, più diventa appassionante la lettura, l’unico che sembrerebbe sapere il fatto suo è Hercules Poirot che tuttavia, a un certo punto, perde la sua proverbiale sicurezza e va in difficoltà. E’ in ogni caso un attimo di scoramento, perché poi la logica inflessibile del detective riprende il sopravvento e lo porta alla soluzione del caso in cui il colpevole, come è buona regola, è sempre il meno sospettabile. A scoprire l’assassino ci sono arrivato anch’io, più per intuito che per logica, mentre l’investigatore belga sciorina una serie di indizi e di prove inconfutabili che mettono al muro il reo.
Il romanzo è senz’altro piacevole, non sarà forse un capolavoro, ma è comunque uno dei migliori scritti dalla giallista inglese.
RENZO MONTAGNOLI - 5 mesi fa
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Madrigale - Giulia Alberico
Dopo aver letto e particolarmente apprezzato La signora delle Fiandre ho voluto procedere con altre opere di Giulia Alberico, cominciando da questa, edita nel 1999, e quindi antecedente al precitato romanzo storico.
In questo caso nulla è lasciato al teatro della storia, ma la narratrice ha voluto procedere alla disamina dei rapporti familiari e degli attriti che spesso li contraddistinguono, non accontentandosi di restare in superficie, ma scendendo in profondità, tanto da rivoltare come uno calzino l’animo umano.
Madrigale è la raccolta di tre racconti, di cui il primo La casa del 1908 è quello che mi è piaciuto di più, con la sua particolarità di avere un “io narrante” costituito appunto da una casa che racconta la vita dei suoi abitanti, dei loro piccoli e grandi contrasti, delle nascite e delle morti, in poche parole della vita in tutte le sue sfaccettature. E’ una lettura molto piacevole grazie a una scrittura fluente e raffinata che, quando necessario, invita a soffermarsi, a riflettere su problemi di particolare e rilevante interesse. Su tutto predomina il passato, un trascorso fatto non solo di gioie, ma anche di dolori che tuttavia, nello scorrere degli anni, si attenuano, come se la memoria finisse con il considerare certi fatti drammatici come sfumati, se non addirittura addolciti. Il ricordo è presente anche nel secondo racconto, Donna Ortensia, la storia di una solitudine cercata, e anche lì c’è una casa, ma chi narra è una donna, la vittima incolpevole di un padre padrone, una figura che è difficile dimenticare nel suo progressivo rinchiudersi in un bozzolo, nel graduale rifiuto della vita. Il terzo e ultimo, Regina, penso che avrebbe dovuto essere nelle intenzioni della scrittrice quello che, concludendo il libro, avrebbe coronato il suo desiderio di realizzare qualcosa di memorabile, tanto evidente risulta l’impegno profuso. Nel difficile e conflittuale rapporto fra una madre malata di protagonismo e una figlia stanca di esserne vittima l’analisi psicologica, che si avvale di un duplice diario, appare meno convinta, più incerta, tanto che ne risente anche la scrittura, con alcune forzature che le altre due prose non presentano. Con ciò non intendo dire che non sia bello, ma semplicemente che è un racconto meno riuscito degli altri.
In ogni caso le capacità di Giulia Alberico di intrattenere il lettore con uno stile non consueto per la sua particolare raffinatezza, il ricorso a un italiano semplice, ma di grande efficacia, e infine le trame ben congegnate con protagonisti delineati in modo preciso e senza sbavature rendono anche questo libro meritevole di attenzione.
RENZO MONTAGNOLI - 5 mesi fa
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La memoria dimezzata - Marta Verginella, Oto Luthar, Urška Strle
Può sconvolgere pensare che durante l’occupazione dei Balcani il nostro comportamento non differì da quello dei nazisti, ma fu proprio così. Forse è proprio per evitare perniciose ed errate contestazioni che gli autori di La memoria dimezzata, che narra dei campi fascisti nelle testimonianze slovene, si preoccupano soprattutto di specificare il metodo adottato al fine che i fatti riportati corrispondano senza ombra di dubbio a verità. Di conseguenza il lavoro è strutturato in modo strano, nel senso che le prime 35 pagine del capitolo iniziale chiamato Il progetto si preoccupa di mostrare il metodo scientifico che ha consentito ai tre autori di stilare il libro. Peraltro, anche nelle parti successive (Occupazione, Resistenza e internamento; La vita nei campi fascisti attraverso fonti e testimonianze; Ritorno a casa; Ricordare; I ricordi delle vittime e la politica della memoria) è sempre presente, rendendosi impellente, la necessità di mostrare la veridicità degli eventi raccontati, nel timore evidente di non essere creduti, vista, soprattutto in Italia, la radicata convinzione del soldato italiano buono e misericordioso. Del resto non è da molto che anche da noi si scoprono gli altarini e che emergono gravi responsabilità a tutti i livelli degli occupanti in quei territori slavi.
Questa caratteristica rende non agevole la lettura e fa correre il rischio di non consentire di raggiungere lo scopo per cui il libro è stato scritto, per quanto, riuscendo a discriminare quanto non direttamente pertinente, il lettore possa ottenere una visione drammatica di quello che dovette subire il popolo sloveno la cui colpa era solo quella di non essere italiano. Fucilazioni, deportazioni, carcerazioni basate quasi sempre su semplici e non provati sospetti erano all’ordine del giorno e non c’è quindi da meravigliarsi, senza che per questo siano giustificate, le reazioni di quelle genti che portarono a infoibare degli italiani.
Il lavoro dei tre autori è indubbiamente utile, ma la possibilità che possa essere compreso dal grande pubblico, che in genere è quello che crede nell’italiano brava gente, è però remota, risultando un’opera più fruibile dagli addetti ai lavori, cioè da storici o comunque appassionati di storia.
RENZO MONTAGNOLI - 5 mesi fa
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I banditi della liberta - Marco Patricelli
Appassionato di storia mi interesso a fatti salienti dello scorso secolo e fra questi la Resistenza italiana rappresenta per me motivo di necessari approfondimenti. Nel corso della lettura di diversi saggi mi è capitato più volte di sentir nominare la Brigata Maiella, una famosa formazione partigiana fra le pochissime aggregate alle forze alleate dopo la liberazione del territorio d’origine. Apartitica, repubblicana, costituita da militari senza stellette, ha risalito la penisola, combattendo, fino ad arrivare all’Altopiano d’Asiago, insomma è un qualcosa di unicum nel fenomeno resistenziale e saperne di più non solo è utile, ma è anche doveroso. E’ così pertanto che ho deciso di leggere I banditi della libertà, ampio, esauriente e ben impostato saggio con il quale lo storico Marco Praticelli parla di questa straordinaria formazione militare.
Molto opportunamente dapprima narra diffusamente degli avvenimenti politici che hanno preceduto la sua nascita, dal quel famoso 25 luglio del 1943 giorno in cui il Gran consiglio del fascismo di fatto destituì Mussolini a tutti gli eventi più determinanti collegati alla dichiarazione di armistizio dell’8 settembre dello stesso anno, con l’occupazione tedesca, opprimente, sanguinaria che lasciò una scia di lutti, spesso collettivi, anche nel Meridione.
La capacità dell’autore è quella di porre in risalto la brigata nel suo insieme, un’organizzazione senza precedenti nella storia italiana, non tralasciando di parlare del suo comandante Ettore Troilo e del suo vice Domenico Troilo, cognomi uguali, ma nemmeno imparentati.
Viene ben posta in evidenza la capacità dimostrata già dagli inizi di rendersi utile agli alleati, che alla fine li accoglierà, fornendo i suoi componenti del necessario, ma lasciando tuttavia una certa autonomia.
La narrazione procede spedita con tanti eventi mano a mano che si risale lo stivale facendo arretrare i tedeschi e così si arriva al 25 aprile 1945, alla Liberazione, con tante località del Nord in cui la Maiella entra per prima, precedendo gli alleati.
Terminato il conflitto, sciolta la formazione, non poteva mancare, come da italica tradizione, il silenzio di non poche autorità, disposte a negare l’unico riconoscimento promesso alla brigata, e cioè la medaglia d’oro al valor militare.
Arriverà, non in tempi brevi, ma arriverà, e ben dopo i pubblici ringraziamenti dei comandanti alleati. Il problema è il solito: il veleno della politica è corrosivo anche di una formazione apolitica.
Da leggere, senza ombra di dubbio.
RENZO MONTAGNOLI - 5 mesi fa
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