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Viva Caporetto! - Curzio Malaparte
La ritirata di Caporetto, che è stata oggetto di numerose disamine volte ad accertarne le cause e le responsabilità, è talmente radicata in noi italiani al punto che, quando ci troviamo in presenza di una disfatta o di un fallimento in qualsiasi campo, diciamo sempre che è una Caporetto.
Se per l’Italia dell’epoca è stata sinonimo di un evento di cui vergognarsi e di una grossa, anche se non irreparabile sconfitta militare, secondo Curzio Malaparte è invece da considerare come un atto di ribellione. Infatti, come scrive anche nel suo pamphlet Viva Caporetto!, il fatto fu il risultato non tanto della viltà dei soldati, bensì dell’incapacità marcata al punto da essere considerata inettitudine e della corruzione che regnavano nei vertici del nostro esercito e della nostra classe dirigente. Infatti Caporetto è vista come la “rivolta dei santi maledetti”, cioè come la ribellione dei poveri diavoli che penavano e morivano in trincea contro un potere assurdo, lontano, insensibile alle loro più elementari esigenze, che li aveva mandati a immolarsi per una causa che non riuscivano a condividere.
Il libro è così un vero e proprio atto d’accusa conto l’ottusità e i nascosti prevalenti interessi di chi deteneva le leve del potere.
Questa teoria della ribellione della classe più umile ai privilegiati non è tuttavia nuova, ma quello che invece appare di rilievo è la volontarietà di questi diseredati di punire con una clamorosa sconfitta chi li aveva tanto condannati a una guerra che non sentivano, condotta in totale spregio di qualsiasi umanità nei loro confronti.
La scrittura di Malaparte è tagliente, l’autore dimostra uno spirito anarchico e assolutamente non conformista che si troverà poi confermato in opere di maggiore spessore come La pelle e Kaputt.
Viva Caporetto! è certamente un’opera letteraria, ma presenta anche un rilevante aspetto storico, ponendo in evidenza un evento drammatico quale fu la famosa ritirata, che l’autore inserisce nell’ambito di un discorso più ampio relativo alla subordinazione totale di una classe maggioritaria che, oltre che sfruttata in tempo di pace, è stata crudelmente sacrificata all’interesse di pochi in tempo di guerra.
Da leggere.
RENZO MONTAGNOLI - 5 mesi fa
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Disertori - Mimmo Franzinelli
La diserzione fu un fenomeno particolarmente eclatante nel corso della Grande Guerra, tanto da far pensare che si sia trattato di un evento la cui enorme portata dovesse essere considerata del tutto eccezionale e che per il seguito potesse ricondursi a numeri ben più ridotti ritornando nelle caratteristiche fisiologiche di ogni conflitto. E invece caratterizzò in modo massiccio anche la seconda guerra mondiale, come ci svela Mimmo Franzinelli con questo interessante saggio che presenta le caratteristiche di impostazione strutturale organica propria di tutte le opere dello storico bresciano.
Non si può che tributare un plauso a chi porta alla luce un fenomeno nella sua reale dimensione e indubbiamente la diserzione caratterizzò non poco non solo gli anni di guerra, ma ebbe inizio alle prime avvisaglie del conflitto, quando ancora i cannoni non tuonavano; è quanto si viene ad apprendere nel leggere il primo capitolo, intitolato Diserzioni tra pace e guerra, con particolare riguardo al fenomeno nelle terre di confine. E’ però a conflitto già iniziato che il fenomeno si accentua in modo rilevante, con cause diverse, anche se la principale resta sempre il timore di perdere la vita. Nel secondo capitolo (Caleidoscopio balcanico) si evidenzia come nei Balcani le diserzioni abbiano finito per incrementare la resistenza locale, né si tralascia quanto accadde alle nostre truppe in terra di Russia, come ben riportato nel terzo capitolo (La campagna di Russia). In effetti nel Regio Esercito si diventava disertori o per un ritardo nel rientro al reparto dalla licenza, oppure in circostanze varie, soprattutto equivoche. Le conseguenze per i rei, una volta che erano riacciuffati, raramente erano irreparabili, nel senso che le condanne a morte erano sporadiche e il più delle volte commutate in anni di reclusione, in ogni caso da scontare a guerra finita. Non sarà così purtroppo con l’armistizio e la divisione del paese in due stati con la diserzione che accomuna il Regno del Sud e la Repubblica Sociale Italiana. Peraltro, prima di arrivare a parlare di questo fenomeno riscontrabile nelle parti opposte, Franzinelli molto opportunamente ci introduce alla durezza delle conseguenze della diserzione con i Capitoli intitolati Fucilazioni alla schiena e Badoglio fuoco sui disertori!
Le motivazioni di chi fuggiva dal servizio militare erano però diverse nell’effimero regno meridionale (Nel Regno del Sud), un po’ perché l’esercito era talmente da rifare da mancare di tutto, anche delle scarpe, il che finiva per demoralizzare i soldati, sia per necessità familiari, legate spesso ai lavori agricoli.
Differenti erano i motivi della diserzione nella RSI (Disertare Salò) in cui tranne i pochi convinti del nuovo stato repubblicano, gli altri erano di fatto costretti a diventare renitenti, o ad arruolarsi, salvo poi spesso e volentieri passare armi e bagagli alla Resistenza. Tuttavia il fenomeno, inserito nel quadro della guerra civile, si cercò a lungo di ostacolare, soprattutto o rivalendosi sui familiari dei renitenti, oppure applicando sanzioni durissime, fra le quali la condanna a morte, con rare eccezioni di commutazione della stessa nel carcere. Mano a mano che la sconfitta si avvicinava la violenza dilagava e di questo furono vittime anche diversi disertori, passati per le armi senza prima essere giudicati da un tribunale militare. Dulcis in fundo, dato che la giustizia in Italia è inflessibile con i ladri di polli, chi era stato condannato per diserzione con pena da scontarsi a conflitto ultimato fu chiamato a scontare la sentenza, dopo che la guerra era già finita. C’è da dire che per chi aveva combattuto fra i partigiani venne applicata un’attenuante meritoria che impedì la reclusione, mentre in altri casi non fu facile sfuggire alle conseguenze della condanna, anche se si finì per applicare sia direttamente, che indirettamente, la clemenza.
Il libro è veramente interessante e come al solito supportato da ampia e attendibile documentazione.
Da leggere, senza dubbio.
RENZO MONTAGNOLI - 5 mesi fa
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L'assassinio di Roger Ackroyd - Agatha Christie
King’s Abbot è quello che può essere definito un tranquillo villaggio inglese, dove non accade mai nulla di rilevante e dove gli abitanti, soprattutto le donne, animano l’atmosfera con i classici pettegolezzi. Tuttavia accade l’imprevedibile e cioè che l’uomo più benestante, Roger Ackroyd, venga assassinato mentre si accinge a leggere una lettera che dovrebbe fare piena luce sul suicidio di un’amica, la signora Ferrars. Iniziano le indagini della polizia in cui viene coinvolto il noto investigatore Hercule Poirot, in quanto richiesto dalla nipote della vittima. La presenza del famoso detective viene giustificata dal suo ritiro in campagna a coltivare zucche, attività che mi sembra gli sia poco congeniale e attribuitagli dalla scrittrice forse per dargli una sua improbabile versione agreste. La vicenda, particolarmente complessa, ma altamente avvincente, viene narrata in prima persona dal dottor Sheppard, medico del paese, amico della vittima e vicino di casa del celebre detective, con cui parteciperà attivamente all’indagine.
L’assassinio di Roger Ackroyd è un romanzo giallo di straordinaria qualità ed è considerato da molti il migliore scritto da Agathe Christie. Anch’io sono convinto che si tratti di un autentico capolavoro, con una trama congegnata in modo perfetto, in cui tutti i personaggi sono ugualmente sospettabili, caratteristica che induce il lettore a partecipare all’indagine, grazie anche alla presenza di numerosi indizi, non pochi dei quali tuttavia si rivelano fallaci.
Sono presenti numerosi punti di forza, fra i quali la splendida descrizione dell’atmosfera, gli sviluppi dell’indagine, caratterizzata da non pochi depistaggi, e la grande capacità della narratrice di indirizzare chi legge verso soluzioni che ben presto si rivelano sbagliate e di cui comunque occorre tenere conto, presentando una punta di verità che se ben valutata può portare, unitamente agli altri elementi di rilievo, alla soluzione del caso. In proposito, l’identificazione del colpevole avviene come sempre alla fine, ma questa volta rappresenta un’autentica sorpresa, pur non sfuggendo ai rigori della logica.
Agatha Christie si dimostra con quest’opera un’abile manipolatrice dei punti di vista, dimostrando che a seconda di come la si osservi una trama possa mutare in modo radicale; insomma, per non dilungarmi ulteriormente, raccomando una lettura attenta e partecipe, perché così questo libro potrà dare grandi soddisfazioni.
RENZO MONTAGNOLI - 5 mesi fa
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La signora delle Fiandre - Giulia Alberico
Sono arrivato all’ultima pagina, costituita da una indispensabile nota storica, e ho chiuso libro in preda a un’autentica emozione che non mi succedeva da tante letture. Infatti, quel senso di serenità che mi ha accompagnato riga dopo riga, ha preso decisamente il sopravvento e ho avuto la certezza di trovarmi di fronte a uno scritto di rara bellezza e profondità. A parte la valenza storica che ben descrive il XVI secolo, un periodo di grandi scontri apparentemente per motivi religiosi, la vita di Margherita d’Austria (Oudenaarde, 5 luglio 1522 – Ortona, 18 gennaio 1586), figlia naturale dell’imperatore Carlo V, duchessa di Firenze, di Parma e Piacenza e anche governatrice delle Fiandre ricorda molto, come esposta da Giulia Alberico, un polittico che conserva con le immagini l’atmosfera di un’epoca.
Margherita è stata una protagonista di quei tempi, piegata sempre agli obblighi imposti prima dal padre Carlo V, poi dal fratellastro Filippo, un essere umano che non ha mai conosciuto l’autentico amore e la libertà di essere se stessa, imprigionata in una gabbia dorata, asservita al volere di altri. Questa donna, per un’ironia della sorte, recupererà con la vecchiaia il piacere di non essere guidata da altri, cercando anche di calcare meno le scene grazie al ritiro nei suoi possedimenti d’Abruzzo, ed è a Ortona che comincia a raccontare a se stessa la storia della sua vita. Ormai anziana, malata gravemente, nel narrare del passato, nel tirare un bilancio, avrà il conforto di essere riuscita a un certo punto a non essere più comandata e se anche non ha conosciuto l’amore, quello vero non fatto solo di attrazione carnale, avrà però la certezza di essere riuscita a stabilire con qualcuno un flusso di affetto profondo, un sentimento che riemerge nell’ora del tramonto.
Margherita è sì un personaggio del suo tempo, schiava del volere del padre, ma è indubbiamente un essere dotato di forte personalità, capace di comprendere le ragioni degli altri, anche se poi dovrà per forza di cose assoggettarsi alle direttive impartite dall’imperatore. Lei considera questo comportamento una sua incapacità, ma quando c’è un potere assoluto non si può far altro che obbedire.
Le sue ultime ore di vita ci mostrano un essere umano, pauroso del trapasso, ma sereno per quel che è stato il risultato della sua esistenza; sono poche riuscitissime pagine che accomiatano il lettore certo di essersi trovato di fronte a un capolavoro.
La scrittura raffinata, in punta di penna, il ritmo blando, ma non lento, la capacità di ricreare atmosfere e la tenerezza con cui Giulia Alberico parla di Margherita sono eccelse qualità, prove artistiche che portano alla commozione, ma non alle lacrime, quella commozione intima che si prova quando ci si trova di fronte a qualcosa di rara inestimabile bellezza.
Si può dire, senza timore di esagerare, che Margherita d’Austria rivive e che pur nella sua esemplare figura di governante è persona in carne e ossa, un essere umano che è riuscito a emergere in un secolo di largo predominio degli uomini, sempre alla ricerca di una libertà che riuscirà ad avere solo in età avanzata, quando non sarà più necessaria per gli scopi di chi comanda.
RENZO MONTAGNOLI - 6 mesi fa
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Un delitto avrà luogo - Agatha Christie
A Chipping Cleghorn, un quieto villaggio inglese, sul locale giornale “Gazette”, dedito tradizionalmente alla pubblicazione degli annunci, un giorno fra i messaggi personali ne appare uno del tutto particolare:<< Un delitto avrà luogo venerdì 29 ottobre alle 18.30 a Little Paddocks. Si pregano gli amici di voler prendere nota di questo avvertimento che non sarà più ripetuto.>>.
Inizia così questo romanzo giallo di Agatha Christie, lasciando ben sperare in una trama intricata e coinvolgente. Ebbene, che la vicenda sia complicata con indagini assai difficili trova puntuale conferma, tanto che il lettore finisce con l’appassionarsi pagina dopo pagina, tutto teso a scoprire il colpevole non di uno, ma di ben tre omicidi. L’ispettore Craddock, coadiuvato dal sergente Fletcher, non è di certo uno sprovveduto, ma per risolvere il caso deve ricorrere all’eccezionale intuito di Miss Jane Marple, che si dimostra ancora una volta una investigatrice di notevoli capacità.
Il romanzo mi è piaciuto fin quasi alla fine, perché con la scoperta dell’omicida e delle motivazioni sono nate in me parecchie perplessità, insomma mi sono reso conto di una certa illogicità nel criterio che ha portato la narratrice alla soluzione del giallo.
Francamente personaggi che non sono quello che dicono di essere lì se ne trovano tanti, troppi, al punto di ingenerare confusione, o addirittura stizza nel lettore. Comprendo benissimo che esistono anche i colpi di scena, ma quando sono campati in aria finiscono per rovinare il piacere di una lettura che risultava fin quasi alla fine altamente soddisfacente.
Non tutte le ciambelle riescono con il buco, anche alla grande Agatha Christie, e questa, per il troppo calore, ha finito col bruciare.
RENZO MONTAGNOLI - 6 mesi fa
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Tecnica del colpo di Stato - Curzio Malaparte
Se c’è un autore controverso, uno di quelli che o lo ami o lo odi, questo è Curzio Malaparte, un personaggio prima ancora che un narratore, capace di stupire nella vita come nelle sue opere. In effetti non si può restare indifferenti di fronte a libri come La pelle, o Kaputt, impietosamente posti all’attenzione del lettore, estremi nelle situazioni, ma indubbiamente efficaci nel parlare degli argomenti trattati. Del resto Malaparte è uno di quegli scrittori che di certo non si propone al lettore, perché invece gli si impone, nel senso che lo accetti oppure no. In questo senso Tecnica del colpo di Stato ne è l’emblema, un’opera che poteva nascere solo nella testa di un personaggio non soltanto letterario, ma anche storico, fascista durante il fascismo, però dissidente, comunista nel dopoguerra, ma anche in questo caso dissidente. Coerente con il suo personaggio, in grado di riassumere perfettamente pregi e difetti italici, Tecnica del colpo di Stato finirà per crearne il mito; uscito in Francia nel 1931 ebbe subito un’ampia risonanza internazionale, ma si accompagnò anche a conseguenze non del tutto piacevoli per il suo autore, con fermi di polizia, periodi di confino e anche una vita errabonda in giro per l’Europa. Stranamente piacque a Mussolini, che tuttavia ne impedì la pubblicazione nel nostro paese onde non inimicarsi Hitler.
Di cosa però stiamo parlando? Che cosa è in effetti Tecnica del colpo di Stato? E’ un saggio in cui si teorizza il rovesciamento di qualsiasi tipologia di regime, dividendo il mondo in catilinari e in ciceroniani, con una duplice valenza, cioè per i primi di apprendere come è possibile realizzare un golpe, per i secondi, essendo a conoscenza dei metodi, come impedirlo. Di conseguenza si potrebbe dire che questo libro ha assai probabilmente il recondito scopo di proporsi come un manuale, rigorosamente studiato e calcolato, di aspirazione rivoluzionaria e presenta parecchi personaggi storici, da Trotzkij a Lenin, ricomprendendovi anche Benito Mussolini e Adolfo Hitler. Tuttavia chi si aspetta un’opera di carattere politico rimarrà deluso, perché pur essendo questo aspetto presente, è soprattutto una realizzazione di carattere letterario (al riguardo basti pensare alla descrizione di Pietrogrado che si prepara alla rivoluzione, con pagine di grande efficacia e senz’altro suggestive).
A questo punto viene da chiedersi se l’autore sia stato in grado di fare ragionevoli previsioni per il futuro relativamente ai nostri tempi, ma fermo restando che lascia trapelare la fragilità delle democrazie, da cui nascono come notorio i regimi autoritari, la sua dissertazione è influenzata dal clima e dalla particolare situazione politica esistente alla fine degli anni ‘20 dello scorso secolo, e del resto non credo che le intenzioni di Malaparte fossero queste; credo invece che in altra veste e in altre forme abbia voluto esprimere il suo scetticismo sui sistemi che presiedono alla vita dei vari stati, sulle loro debolezze, sulla vocazione di non pochi uomini di comandare senza opposizione e sulla perniciosa attitudine dei più di obbedire a chi fa la voce grossa, accollandogli le scelte e le responsabilità per il comune futuro.
Da leggere, ovviamente.
RENZO MONTAGNOLI - 6 mesi fa
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La ballata della città eterna - Luca Di Fulvio
Avevo sperato tanto in un bel romanzo storico e invece mi sono trovato per le mani un feuilleton prolisso, dove i personaggi sono ben poco credibili. Peccato, ma in giro c’è di molto meglio.
RENZO MONTAGNOLI - 6 mesi fa
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Il brigante e il generale - Carmine Pinto
Di Carmine Pinto, docente di storia contemporanea all’Università di Salerno, avevo già letto La guerra per il Mezzogiorno, un saggio storico di notevole interesse e valore per completezza ed esposizione di quel che è stata l’epopea del brigantaggio conseguente all’Unità d’Italia, un fenomeno storico che interessò il meridione incentivato da un tentativo di restaurazione dell’ex Regno delle Due Sicilie. Nel corso di quella lettura avevo apprezzato lo stile snello e sobrio dell’autore, capace di dare una visione chiara di un fenomeno complesso, una vera e propria guerra civile, per quanto limitata territorialmente. Devo riconoscere che il tema affrontato è per me appassionante, anche perché costituisce il cavallo di battaglia dei neo borbonici che danno una visione romantica e distorta dei briganti, personaggi che si possono tranquillamente etichettare come criminali, senza timore di sbagliare. Fra questi delinquenti emergeva Carmine Crocco, individuo dotato di una certa intelligenza che finì per portarlo a essere considerato il capo di questa confraternita di malviventi.
Pertanto, visto che Carmine Pinto ha scritto anche un saggio specifico, intitolato Il brigante e il generale, dove racconta della vita e dei misfatti di questo capo dei capi e del suo implacabile nemico, il generale Emilio Pallavicini Di Priola, ho ritenuto opportuno leggere anche questo lavoro.
Ebbene, devo riconoscere all’autore di aver scritto un testo appassionante come un romanzo storico, un’opera che descrive in capitoli alternati la vita di questi due contendenti, per poi giungere a parlare di entrambi nelle stesse pagine quando lo scontro diventa inevitabile. Il brigante si era formato alla scuola della malavita, ma ideò delle tattiche di guerriglia che verranno applicate dai rivoluzionari del secolo successivo; il generale, formato all’Accademia militare, ma con esperienze di guerra maturate nel corso del conflitto del 1856 fra la Russia e la Turchia e i suoi alleati, fra i quali il regno di Piemonte, nonché nella seconda guerra di indipendenza del 1859, riuscì a dimostrare una straordinaria elasticità di vedute, tale da fargli adottare innovative tattiche di contro guerriglia; in pratica, se il briganti potevano contare sulla loro mobilità e sull’aiuto della popolazione, spesso imposto con la forza e con il terrore, il fare terra bruciata intorno a loro, con gli arresti preventivi di familiari e amici, e il ricorso al pentitismo, furono i motivi del successo del generale, grazie anche al concorso organico e non improvvisato delle truppe regolari, della Guardia Nazionale e dei volontari. Aggiungo che Pallavicini da un lato attuò una politica volta a rassicurare i cittadini, con episodi anche eclatanti, come pubbliche fucilazioni di briganti, e dall’altro fece in modo che la popolazione avesse analogo timore di quello provato nei confronti dei malviventi.
Si trattò di una guerra spietata, spesso senza prigionieri, in cui la ferocia di alcuni briganti fu estrema, come nel caso di Ninco Nanco, luogotenente di Carmine Crocco.
Vinse lo Stato, molti delinquenti furono giustiziati, altri finirono in galera, spesso a vita, come nel caso di Crocco, che anche dietro le sbarre mantenne quella sua aria di superiorità a cui teneva tanto. Emilio Pallavicini avanzò nella carriera, non forse come aveva sperato, ma la sua vita privata di donnaiolo e giocatore con una situazione debitoria incresciosa pesò abbastanza. Comunque il generale non ebbe di che lamentarsi e anche lui raggiunse una fama invidiabile; tuttavia, per le stranezze della vita, oggi, anche per merito o demerito dei neo borbonici, è più conosciuto Carmine Crocco.
Il libro è veramente bello e appassiona dalla prima all’ultima pagina ed è pertanto ovvio che sia più che meritevole di lettura.
RENZO MONTAGNOLI - 6 mesi fa
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La madre - Grazia Deledda
Fino ad adesso avevo ritenuto Il paese del vento il miglior romanzo di Grazia Deledda, poi ho preso in mano La madre, l’ho letto e arrivato alla fine è come se un cielo buio si fosse d’improvviso squarciato in una luce accecante. Raramente mi è capitata un’opera di questo livello, talmente elevato da rendere difficile trovare un termine per definirlo. Già l’incipit è uno di quelli che è impossibile dimenticare, con una tempesta in crescendo che procede di pari passo con la tempesta interiore di Maria Maddalena, madre di Paulo, parroco di Aar, un paesino dal nome di fantasia sito fra i monti della Sardegna. E la povera donna ha tutte le ragioni per essere così angosciata, visto che il figlio ha perso la testa per una donna del villaggio. Il tormento di Maria Maddalena è reso in modo esemplare e appassionante, tormento che deriva dall’apprendere che il figlio sta venendo meno al voto di castità, ma tuttavia la donna comprende le esigenze di uomo, e sta in questa discrasia la sua angoscia.
Ripeto, già l’incipit è qualcosa di straordinario, perché si riesce a vedere la bufera che si abbatte sul paese e si avverte lo stesso accentuato contrasto interiore della protagonista. Peraltro, La madre è uno di quei romanzi con pochissimi protagonisti, in questo caso rappresentati da Maria Maddalena, da Paulo, da Agnese, la donna di cui lui si è invaghito, e da Antioco, il giovane chierico che venera il suo parroco e che aspira a entrare in seminario per diventare sacerdote. Assenti, o comunque ridotte all’osso le descrizioni dei paesaggi, tutta l’opera è incentrata sul tormento intimo dei protagonisti, che danno vita a una tragedia di amore e di morte che può ricordare, ma solo in apparenza, analoghe opere del teatro greco.
Considerato tutto questo si potrebbe temere una certa pesantezza e invece non è così, perché la fine analisi psicologica dei personaggi è condotta in modo progressivo concatenandola all’evolversi della vicenda, una trama semplice per un dramma complesso, in cui l’abilità di Grazia Deledda emerge in piena luce e che giustifica ampiamente il riconoscimento del premio Nobel per la letteratura, unica donna italiana ad averlo ricevuto in campo letterario.
La madre indubbiamente cerca di affrontare il delicato tema del celibato ecclesiastico, ma la sua vera essenza, la sua autentica natura è psicologica, terreno in cui la narratrice, pur non in possesso di specifici titoli accademici, è veramente a suo agio. Come conosce la sua gente, il mondo isolano dell’epoca, è peraltro consapevole delle passioni, degli istinti, delle emozioni che sono alla base di ogni essere umano. Il personaggio di questa umile donna, rimasta vedova con il figlio piccolo e che tanto ha fatto, lavorando anche come serva, affinché il suo Paulo diventasse un giorno sacerdote, è dipinto con un verismo assoluto e, come la narratrice riesce a leggere nel suo animo parlandocene, noi scorrendo le righe di una prosa semplice, ma di grande efficacia, riusciamo a comprendere il dramma, siamo naturalmente mossi a compassione.
Non credo che sia necessario aggiungere altro riguardo a un’opera che merita senz’altro anche più riletture.
RENZO MONTAGNOLI - 7 mesi fa
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Storia della Resistenza - Marcello Flores, Mimmo Franzinelli
E’ fuor di dubbio che la Resistenza sia stata un fenomeno non solo rilevante, ma fondante del nostro paese, e proprio per questa sua importanza è stata oggetto di numerosi studi che hanno portato a opere di saggistica storica che hanno affrontato per lo più alcuni dei fatti che si manifestarono all’epoca, mentre più rari sono i libri che affrontano l’argomento nella sua globalità (così a memoria mi sovviene Storia della Resistenza Italiana di Roberto Battaglia uscito nel lontano 1953 per i tipi della Einaudi). Se il lavoro pure egregio di Battaglia era volto soprattutto a raccontare gli aspetti militari, questo di Flores e Franzinelli si caratterizza per una completezza senza precedenti, quasi volesse diventare una pietra di paragone e una fonte di notizie per lavori successivi di altri storici. Infatti, pur strutturato secondo un ordine cronologico degli eventi, ha la caratteristica che affronta i diversi aspetti dell’epopea resistenziale, come per esempio illuminante è il ruolo delle donne con la loro partecipazione attiva, nonché, non meno rilevante, il modo in cui nemico vedeva la Resistenza, con un’analisi attenta che permette di comprendere molti atteggiamenti e decisioni dei nazifascisti. Poiché gli aspetti sono tanti non c’è da meravigliarsi se l’opera risulta piuttosto corposa, constando di 673 pagine articolate in 18 capitoli. Di conseguenza non intendo procedere a un sintetico riassunto, che finirebbe per non consentire di comprendere di che si tratta, svilendo un lavoro invece dagli apprezzabili risultati.
Data la mole della narrazione si può dire che quanto di più importante della Resistenza sia stato affrontato, con sistematicità e a volte, per eventi già molto noti e i cui approfondimenti sono stati effettuati da altri, con una valida sintesi che consente al lettore di avere non solo un’idea, ma un quadro preciso di questo fenomeno.
Se dico che c’è tutto, proprio tutto quello che è importante, non esagero e posso solo immaginare quanto tempo abbiano dedicato Flores e Franzinelli a questa loro creatura; apprezzabile, inoltre, è l’imparzialità degli autori, il che non vuol dire essere solo critici nei confronti del fenomeno resistenziale, ma saperne cogliere gli aspetti positivi e quelli negativi, e per questi ultimi c’è un intero capitolo intitolato Partigiani contro partigiani sulla conflittualità inter partigiana. Non poteva poi mancare un altro capitolo afferente le rappresaglie e le stragi, nonché quello dei rapporti con gli alleati. Qui mi fermo, perché se anche mi sono limitato a cenni brevissimi su parti dell’opera, sono ben consapevole dell’incompletezza della mia esposizione, dovuta esclusivamente alla brevità richiesta per letture su siti internet. Ci sarebbe infatti molto da scrivere su chi ha scritto tantissimo, e non tanto per criticare, ma per porre in evidenza, per aiutare a valutare chi legge.
Da ultimo mi permetto di evidenziare che l’opera in questione ha sì l’invidiabile pregio di fornire il complesso quadro d’insieme della Resistenza, ma non tralascia tuttavia il particolare, cioè storie per lo più meno conosciute di tanti fatti individuali, con quell’apprezzabile equilibrio che è comprovato anche dal non aver taciuto aspetti non positivi, per non dire altamente negativi, un valore aggiunto a un saggio di per sé di rilevante pregio.
RENZO MONTAGNOLI - 7 mesi fa
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