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Assassinio sul Nilo - Agatha Christie
Scritto nel 1937 questo romanzo giallo sembra non sentire il peso degli anni, tanto è capace di avvincere il lettore con una trama ricca di personaggi che nelle prime 130 pagine sembrano in attesa che accada qualcosa di funesto, un omicidio che turbi quella crociera sul Nilo che hanno intrapreso per motivi turistici, tutti meno qualcuno. La preparazione dell’evento, così lunga, è frutto di un’abile impostazione della narratrice, capace di tenere sulle spine il lettore nell’attesa sempre più spasmodica di un fatto di sangue. I personaggi sono stati scelti con cura, tutti perfettamente funzionali alla vicenda, descritti con un’abilità che non si limita all’aspetto esteriore, ma che va a fondo, indaga psicologicamente rivelando la loro natura. La trama può apparire complicata e si basa su due sentimenti dell’essere umano, l’amore e il - tradimento, già sufficienti di per sé per attrarre, per incuriosire il lettore affinché sia indotto a prestare la massima attenzione. Del resto se si legge con scrupolo e ogni tanto ci si ferma a riflettere si potrà arrivare alla soluzione, che è perfettamente logica, per quanto frutto di incastri. Davanti a Poirot si presenta una nebbia fitta che poco a poco lui riesce a diradare e se anche ha intuito la soluzione dell’indagine questa non verrà fino a quando non avrà raccolto tutte le prove, coprendo con la caligine tutto quanto osta al raggiungimento del risultato e finendo così per mettere in piena luce, come illuminata dai riflettori, la verità.
Il caso è notevolmente complesso, c’è una premeditazione accurata che non ha lasciato nulla al caso ed è per questo che il nostro investigatore dovrà sudare le proverbiali sette camicie per venirne a capo. Tuttavia, in chi legge c’è il desiderio di mettersi in competizione con Poirot e, sempre che si sia fatta lavorare la propria materia grigia, è possibile arrivare alla soluzione congiuntamente con l’investigatore; magari si tratta solo d’intuito, cioè si ha la sensazione di sapere il nome del colpevole anche se non si è in grado di ricostruire esattamente come sono andate le cose, ma a questo provvede l’infaticabile Poirot, con un percorso logico del tutto convincente.
E’ anche vero però che arrivati alla conclusione dell’indagine ci saranno riservate delle sorprese, che in fondo costituiscono la classica ciliegina sulla torta e che non contrastano gli esiti, ma mettono la parola fine su uno dei più riusciti gialli che siano mai stati scritti.
Data la bellezza del romanzo e la sua idonea trama Assassinio sul Nilo ha visto anche due versioni cinematografiche di uguale successo: quella del 1978 diretta da John Guillermin e interpretata da David Niven (colonnello Johnny Race) e Peter Ustinov (Hercule Poirot) e quella ben più recente del 2022, diretta da Kenneth Branagh, che interpreta anche Hercule Poirot.
Il libro è veramente bello, uno fra i migliori della narratrice inglese, ed è meritevole di lettura.
RENZO MONTAGNOLI - 7 mesi fa
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L'anniversario - Andrea Bajani
Sembra che per me il Premio Strega rappresenti da alcuni anni una maledizione, nel senso che per quanto mi sforzi di leggere l’opera vincitrice con la miglior predisposizione finisco con l’innervosirmi, al punto che il più delle volte non arrivo nemmeno all’ultima pagina. A memoria l’ultimo che mi ha trovato d’accordo è stato Le otto montagne, di Paolo Cognetti. Correva la LXXI edizione in quell’anno 2017 e per quanto abbia avuto la certezza di non trovarmi di fronte a un capolavoro, tuttavia avevo gradito certe qualità letterarie che denotano uno scritto ndi buon valore. A onor del vero ci sarebbe anche il premio dell’edizione LXXIII, quella dell’anno 2019, ma senza togliere nulla al mio giudizio sullo scrittore Antonio Scurati M. Il figlio del secolo più che un romanzo mi è sembrato un saggio storico, anche se stilato in modo del tutto personale.
Pertanto è con queste premesse che mi sono accostato a L’anniversario, di Andrea Bajani, vincitore della LXXIX edizione, nonché del Premio Strega Giovani 2025, insomma quello che si può definire un trionfo. L’opera consta di 128 pagine, per fortuna, ed è un monologo, logorroico, ripetitivo, sull’emancipazione dalla famiglia d’origine, una famiglia patriarcale che chissà dove ha scovato, perché di nuclei patriarcali credo che non ne esistano più, e questo fornisce un senso di artificiosità all’opera che dimostra così di essere fuori dal nostro tempo; se l’avesse ambientata nella prima metà del secolo scorso sarebbe stata più credibile, ma oggi sembra un pesce fuor d’acqua.
Già nell’affrontare le prime pagine, anziché rilassarmi e gustarmi la lettura, ho cominciato a innervosirmi, perché ripeto che ciò che Bajani scrive non ha corrispondenza con i tempi attuali; continuando a leggere ho riscontrato che di romanzo non si poteva parlare e che invece si sarebbe sviluppato solo come un monologo, il che non avrebbe certamente giovato al mio benessere dato anche il caldo di questi giorni. Più volte ho smesso e più volte ho ricominciato, ma arrivato a pagina 40 o 41, non ricordo bene (la questione è trascurabile), non ho più resistito, l’ho trasferito dal tavolo del mio studio allo scaffale dove ripongo i libri già letti, oppure che ho ritenuto di non continuare a leggere.
Non metto in dubbio che Bajani abbia scritto qualcosa di importante, come è opinione di più di un critico, ma è pur vero che a molti L’anniversario non è piaciuto, e fra questi ci sono io, anche perché il genere non rientra francamente nei miei gusti; se poi aggiungiamo la grevità della narrazione proprio non sono riuscito ad andare avanti.
Non ho conoscenza delle altre opere finaliste, ma se questa era la migliore posso solo immaginare la qualità delle stesse.
Spero che il prossimo premio Strega interrompa questa serie per me negativa.
RENZO MONTAGNOLI - 7 mesi fa
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La porta - Georges Simenon
La gelosia è un’ emozione che può assumere diverse sfumature, da un inconscio timore a una vera e propria ossessione, ed è quest’ultima il tema di La porta, un romanzo abbastanza breve scritto da Georges Simenon forse in uno dei rari periodi insoddisfacenti. L’idea è indubbiamente buona,perché ha per oggetto le paure di un uomo che si sente a metà dopo che in guerra ha subito l’amputazione di entrambe le mani e che soprattutto per questa sua menomazione diffida della moglie che è sempre stata ambita da altri uomini; la realizzazione, però, con il passaggio da uno stato di incertezza a una certezza del tradimento frutto di una paranoia ossessiva non è reso al meglio. In particolare il narratore belga trascina la vicenda eccessivamente, nel senso che si dilunga, a mio parere, senza necessità. Del resto immagino lo scrittore seduto al suo tavolo di lavoro, con la pipa eternamente in bocca, che gigioneggia, butta giù una riga, rilegge, gli sembra poco, ne aggiunge altre due, compiacendosi oltre misura di quanto sta realizzando.
Eppure, di tanto in tanto, riaffiora la grande classe di Simenon, come quando scrive del respiro della sera o mette a nudo, non solo idealmente, i due protagonisti, uno di fronte all’altro, in una reciproca confessione che anziché attenuare l’ossessione di lui finisce per accentuarla, trasformandola in una accettazione colma di riserve. E’ indubbio che le notorie capacità di sondare psicologicamente gli animi qui trovino il terreno ideale, però resta il fatto che in certi momenti l’atmosfera che da inerte diventa cupa finisce piano piano per soffocare l’attenzione del lettore, fatto di cui si doveva esser reso conto Simenon al punto di ideare una soluzione finale del tutto sorprendente in un romanzo che non è certamente di genere, cioè né noir, né poliziesco, ma che forse almeno nelle intenzioni avrebbe dovuto avere quella tensione che caratterizza un’azione delittuosa.
Quindi La porta è sicuramente leggibile, ma non può essere considerata una delle prose più riuscite del grande narratore belga.
RENZO MONTAGNOLI - 7 mesi fa
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Arsenico e tazze di tè - Agatha Christie
Chi si aspetta di leggere un giallo resterà deluso. Qui si parla solo di Miss Marple come se si trattasse di una persona reale; al più, cioè nella migliore delle ipotesi, vengono riportate alcune frasi tratte dai romanzi che vede per protagonista la detective.
L’ho cestinato dopo le prime pagine.
RENZO MONTAGNOLI - 7 mesi fa
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Il giardino delle nebbie notturne - Tan Twan Eng
Non nascondo che mi incuriosisce il mondo orientale, non quello delle grandi metropoli, caotico e anonimo, bensì quello dei piccoli centri, dove ancora vivono, ma sarebbe meglio dire sopravvivono le tradizioni, così lontane dal nostro modo di essere e tali da costituire un modo di esistere. In questo senso mi ha incuriosito la trama di questo romanzo in cui già il titolo, Il giardino delle nebbie notturne, richiama un modo particolare di vedere la natura, con un occhio più etico che edonistico. Del resto la vicenda della giudice Teoh Yun Ling, che giunta al pensionamento si ritira in un luogo che anni prima ha chiamato casa, Yugiri, il giardino delle nebbie notturne, preannuncia una storia di ricordi, a volte piacevoli, ma più spesso dolorosi (la donna, insieme alla sorella maggiore, è stata imprigionata dai giapponesi e al termine della guerra di tutti i reclusi è risultata l’unica sopravvissuta, benché mutilata nell’anima e nel corpo)
Potrebbe sembrare un buon retiro, ma il motivo per cui si reca là è che soffre di una malattia neuro degenerativa che le fa perdere la memoria e proprio lì dove ha trascorso il meglio della sua vita è dolce e struggente rievocare il passato.
La prigionia l’ha segnata pesantemente nell’anima e nel corpo, quasi senza speranza di un ritorno alla normalità dopo l’uscita dal campo di concentramento. Ma Teoh ritroverà la sua strada cercando di realizzare quanto sognato dalla sorella maggiore, morta in prigionia, e cioè creare in quella terra un giardino giapponese, missione a cui darà un contributo sostanzioso Aritomo, il giardiniere giapponese dell’imperatore. Il suo odio per chi ha distrutto quanto di più caro avesse al mondo poco a poco si trasforma in rispetto e ammirazione per quest’uomo di poche parole, ma dai grandi e profondi silenzi, la cui filosofia di vita verrà trasmessa alla donna.
E chi scrive, che narra dei ricordi, della sua trasformazione è proprio Teoh, con uno stile che leviga e che incide, che è frutto di riflessione e di impeto, che pone la memoria come il mondo che per lei è stato, realizzando a un romanzo nel romanzo di cui non si potrà non apprezzare la finalità, con il peso immenso della storia e la fragile realtà del perdono, una scuola di vita che forse ha più senso in quei lontani posti, o che più probabilmente ci incanta perché così diversa dalla nostra, ma senza però che facciamo qualcosa perché possa somigliarle.
La narrazione, alla cui base c’è una vena poetica riscontrabile nelle descrizioni della natura, a volte appare un po’ pesante, con un ritmo che per noi occidentali è senz’altro blando, ma d’altra parte se si è chiamati a riflettere occorre il tempo giusto e in fretta non si può andare.
Per chi ama assaporare il profumo d’oriente il libro è più che consigliato.
RENZO MONTAGNOLI - 7 mesi fa
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Il genocidio degli armeni - Marcello Flores
Il XX secolo è stato caratterizzato da due grandi genocidi, di cui il più noto è stato senz’altro quello degli ebrei, peraltro più recente; eppure non fu da meno quello di una comunità cristiana radicata nell’Anatolia, gli armeni, perpetrato in due fasi, di cui la prima fra il 1894 e il 1896 avviata dal sultano Abdul-Hamid e la seconda nel corso della prima guerra mondiale nel biennio 1915-1916 scatenato dal regime dei Giovani Turchi e che fu il più tragico, con circa 1.200.000 vittime.
Che lo sterminio degli armeni sia avvenuto, che abbia provocato così tanti morti è un fatto certo, eppure ancor oggi la Turchia lo nega, impedendo in tal modo una presa di coscienza che possa portare a una normalizzazione dei rapporti con i superstiti di quello sfortunato popolo.
Come è potuto accadere tutto questo? Che motivazioni, beninteso non giustificazioni, ci sono alle radici di un fatto così tragico? Ne parla in modo ampio ed esauriente lo storico Marcello Flores nel suo saggio Il genocidio degli armeni, un testo di estremo interesse non solo per conoscere il passato, ma anche per comprendere il presente.
Alla base indubbiamente ci fu l’azione svolta dalla Russia, da secoli in guerra con la Turchia, per creare uno stato autonomo armeno, ma è anche vero che contribuì non poco durante la Grande Guerra il timore dei turchi di perdere la loro sovranità per l’andamento decisamente sfavorevole del conflitto. C’è però anche da precisare che gli armeni non avviarono una guerriglia e che la maggior parte di loro non avversava i turchi, e allora si può anche far rientrare nelle cause una violenza insita nell’islam contro chi è di un altra religione.
Non una, quindi, ma tante sono le cause che portarono a un’autentica strage, a violenze su donne, al tentativo di sopprimere una nazionalità.
Flores si esprime con prudenza, anche perché molta documentazione di parte turca è secretata. Tuttavia, con quanto si ha, è stato possibile scrivere un saggio abbastanza snello in grado di dare una visione imparziale della tragedia e lo storico l’ha fatto in modo organico. Infatti ha suddiviso l’opera in nove capitoli, con il primo che illustra le origini della questione armena, dando risalto nel secondo alla rivoluzione dei Giovani turchi; nel terzo e nel quarto traccia invece le problematiche connesse alle guerre balcaniche con il successivo passaggio alla Grande guerra; nel quinto e nel sesto mette a fuoco il genocidio vero e proprio, con la sua dinamica e le responsabilità. Nel settimo capitolo il genocidio termina e finisce anche la guerra, l’ottavo ha un titolo “ Giustizia e vendetta” che si commenta da sé e infine il IX, intitolato La memoria e la storia, affronta il silenzio che si sarebbe voluto imporre in ordine al genocidio.
Come d’abitudine per uno storico ampio è l’elenco delle fonti, così come non mancano le note ed è ricompresa un’appendice di documentazione fotografica.
Da leggere, ovviamente.
RENZO MONTAGNOLI - 7 mesi fa
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Piero fa la Merica - Paolo Malaguti
C’è miseria e miseria e infatti quella dei Gevori è propria di chi non ha assolutamente niente, al punto che vengono chiamati “bisnenti”. Quando non si ha la possibilità di mangiare due volte al giorno e al massimo si può sperare in una fetta di polenta appena condita con dei piccoli merli, raccolti nel nido e a cui è stata schiacciata la testina stringendola fra due dita, non resta che la disperazione, disperazione che li travolge quando viene venduta la terra su cui insiste, addossata alla recinzione di una villa, la baracca in cui trovano riparo, la loro miserrima dimora. Dove potranno andare? L’unica possibilità è di fuggire la miseria andando in una terra promessa, nel lontano e inesplorato Brasile. Ma anche là, pur saziando la loro fame di terra, pur riuscendo ogni giorno a mangiare, saranno un po’ meno miseri, diventeranno poveri. Soprattutto impareranno che la terra che ora è loro, sottratta alla foresta, è stata rubata anche ai legittimi proprietari, gli indios, sterminati con la ferocia di chi vuole difendere e magari accrescere il proprio piccolo patrimonio.
L’ultimo romanzo di Paolo Malaguti non è solo un omaggio a chi è fuggito dall’Italia in cerca di una vita migliore, ai nostri migranti partiti alla ventura come quelli che approdano alle nostre coste, è la storia della crescita di Piero, un ragazzo abbastanza grande da capire il dolore dell’umanità, ma anche abbastanza piccolo per portarselo dentro, per piangere senza lacrime, in una lacerazione dell’animo che lo porterà a maturare, a conoscere esattamente cosa è l’amore, cosa sono il bene e il male, a vedere con occhi non più innocenti, ma disincantati che senza la miseria non ci può essere la ricchezza.
Malaguti disegna la trama per gradi, con delicatezza e anche pietà dove occorre, con l’autentica compassione verso i protagonisti di un’umile tragedia, dalla partenza per il viaggio verso lo sconosciuto Brasile, ammassati nella stiva di un bastimento, alla scoperta della loro meta finale. I personaggi sono perfettamente delineati, gente dai cuori induriti di chi non ha proprio niente, nemmeno il piacere di vivere, componenti di famiglie che non hanno nulla da perdere, perché nulla posseiedono, e anche gli amori, che possono sbocciare come un piccolo fiore in una pietraia, durano poco, vinti dalla necessità di sopravvivere.
Paolo Malaguti, dopo alcuni romanzi di qualità altalenante, sembra aver trovato la sua strada, quella in cui si racconta la storia di gente che altrimenti non avrebbe storia, dal rasserenante Il Moro della cima, all’emancipazione femminile di Fumana, per arrivare prima alla maturazione del barcarolo Gambeto e ora alla dolente constatazione della miseria come un vestito che non riesci mai a toglierti di dosso, propria di quest’ultimo romanzo.
Piero fa la Merica è veramente bello, fa riflettere, resta indelebilmente dentro.
RENZO MONTAGNOLI - 8 mesi fa
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La guerra per il Mezzogiorno - Carmine Pinto
Il movimento neo borbonico favoleggia di un meridione che prima dell’Unità era prospero, definisce il brigantaggio dopo la sua annessione all’Italia come un forte movimento di resistenza all’oppressore sabaudo che impoverì quelle terre depredandole di continuo. C’è da dire peraltro che a supporto di queste tesi nulla viene portato che non sia la semplice chiacchiera, dimenticando che per scardinare una storia ormai acquisita non bastano di sicuro le parole, ma occorrono fatti e documenti.
Carmine Pinto con questo suo interessante saggio ha voluto vederci chiaro, ricorrendo, argomento per argomento, a un’ampia documentazione storica e archivistica, con cui sono contestate le teorie dei neo borbonici.
Se l’avanzata di Garibaldi, dopo il suo sbarco in Sicilia, proseguì trionfalmente con la partecipazione di migliaia di meridionali e se poi avvenne, dopo Teano con l’incontro dell’Eroe dei due mondi con Vittorio Emanuele II, l’annessione di quello che era il Regno delle Due Sicilie al nuovo Regno d’Italia, è indubitabile che in seguito ci fu un tentativo di restaurazione, promosso dall’ex re Francesco II e dallo Stato della Chiesa, tentativo che anziché essere affidato a un esercito regolare si estrinsecò in azioni di guerriglia al cui avvio diedero impulso i briganti già esistenti, ai quali poi se ne aggregarono altri.
Pinto sfata subito il mito del brigantaggio meridionale come emblema della libertà e della ribellione contro gli invasori piemontesi; lì non c’erano certamente dei Robin Hood o dei Che Guevara, lì c’erano fior di mascalzoni che si videro legittimati a rubare, devastare e opporsi all’esercito regolare piemontese, nonché alla Guardia Nazionale, composta esclusivamente da elementi locali.
Non esisteva un piano articolato, semplicemente si voleva rendere difficile e pericoloso il governo dello stato italiano, creare uno stato di tensione e confusione tale da provocare un’insurrezione popolare, che però non accadde.
I briganti vivevano sulla popolazione, la taglieggiavano, in genere erano estremamente violenti, insomma se viene data a dei delinquenti la licenza di uccidere sono sicuri i tragici risultati. Ma se agli inizi questi ribelli poterono contare su un certo appoggio delle genti del meridione (però più per paura che per convinzione), mano a mano che la sorte dei briganti appariva segnata, agli stessi venne meno quel sostegno popolare indispensabile per operare; il risultato fu che più o meno dal 1864 furono costretti a combattere per sopravvivere, pressati da ogni parte. Si dovrà però arrivare al 1870 con la cattura e l’uccisione degli ultimi capi importanti perché il fenomeno perdesse di rilevanza, limitandosi in seguito a poche bande che poco a poco si dispersero.
Fu una guerra sanguinosa e crudele, perché all’iniziale ferocia dei briganti, le truppe regolari e la Guardia Nazionale risposero colpo su colpo.
Pinto rileva anche che accanto all’aspetto militare ci fu quello politico, visto che il Parlamento italiano fu luogo di accesi dibattiti in ordine ai metodi per la soluzione del problema; in buona sostanza vinsero due azioni congiunte, e cioè l’integrazione del meridione nel nuovo stato e l’azione militare priva di incertezze, a sua volta condotta secondo metodi di guerriglia, con il ricorso anche di reparti speciali appositamente addestrati.
Per concludere, smontando tante teorie strampalate uscite dalla fantasia dei neo borbonici, secondo Pinto la guerra dei briganti è stata caratterizzata dalla quasi completa assenza di distinzione tra scopi criminali, scopi privati e motivazioni politiche, insomma il brigante visto come uomo senza paura che combatte per il suo popolo è una visione popolare del tutto irrealistica.
Da leggere senz’altro.
RENZO MONTAGNOLI - 8 mesi fa
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Ragazza orecchino - Tracy Chevalier
Il dipinto è indubbiamente bello, ma del resto tutta la produzione di Johannes Vermeer è di eccellenza; tuttavia quel viso di fanciulla con i grandi e profondi occhi non è di quelli che lasciano insensibili, mescolando sapientemente ingenuità e malizia, una malizia di chi si affaccia alla vita e desidera coglierne i frutti. Forse è questo il motivo per cui è tanto celebre, e comunque Tracy Chevalier ha voluto scriverne con un romanzo in cui ha saputo far convivere il detto e il non detto, la timidezza e la passione, l’incanto e il disincanto.
Griet, la protagonista, viene assunta come serva dalla famiglia del celebre pittore fiammingo, è giovane, ancora acerba, ma dacché suo padre per un incidente è diventato cieco e non può più lavorare e quindi mancano le entrate per vivere, si vede costretta all’ingrato lavoro, proprio per permettere ai suoi cari di vivere. La ragazza, sedicenne, matura nel nuovo ambiente, conosce l’invidia e la prepotenza, un mondo da cui sembra estraneo Vermeer, tutto preso dalla sua arte, e che finisce per creare un inevitabile ascendente su Griet, che ne è attratta. Non lo chiamerei amore, piuttosto mi sentirei di definirla la soggezione operosa dell’allievo nei confronti del maestro. Lui, anche per non scontentare il suo miglior cliente che desidera carnalmente la ragazza, riesce a convincerlo ad averla sempre con sé in un ritratto e quello accetta. Ecco da dove sarebbe nato il famoso quadro, grazie all’indubbia fantasia della narratrice.
Griet, l’umile Griet, già in preda a una sconfinata ammirazione per l’arte della pittura e per il suo artefice, avrà nel contempo gioia e timore per l’essere il soggetto di un quadro, nemmeno immaginando che la sua figura, altrimenti del tutto anonima e nell’ombra, sarebbe diventata la famosa Ragazza con l’orecchino di perla.
Lo stile semplice, ma non elementare di Tracy Chevalier, riesce a tenere in piedi una trama che di per sé non è esaltante; tuttavia, ove si tenga conto della capacità non indifferente di ricreare l’ambiente di una cittadina fiamminga del XVII secolo dove accanto alla popolazione protestante come Griet vive una piccola comunità cattolica, di cui fa parte Johannes Vermeer, c’è da essere più che soddisfatti, visto che le parole si trasformano in immagini che scorrono davanti agli occhi del lettore, con il sottofondo però di una figura ben nota, quella di una ragazza con un orecchino di perla, il cui sguardo rivolto verso l’artista sembra rapito dalla creatività dello stesso.
Considerato l’indubbio successo del romanzo, nel 2003 ne è stata tratta una fortunata versione cinematografica che ha come interpreti attori di chiara fama, quali Colin Firth nei panni di Johannes Vermeer e Scarlett Johansson nelle vesti di Griet.
Non credo che occorra aggiungere altro, se non l’invito a leggere La ragazza con l’orecchino di perla.
RENZO MONTAGNOLI - 8 mesi fa
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Il vento di giugno - Leonardo Gori
Pessimo. Comincia bene e tale rimane fino a tre quarti, poi la ragnatela di spie architettata da Gori imprigiona l’autore stesso e la conclusione è del tutto illogica.
RENZO MONTAGNOLI - 8 mesi fa
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