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Risplendo non brucio - romanzo di Ilaria Tuti
Forse più nota per i polizieschi che hanno come protagonista il commissario Teresa Battaglia, Ilaria Tuti è però, almeno secondo il mio parere, una narratrice di razza con romanzi non propriamente di genere, ma che hanno fino ad adesso un comune denominatore, perché si svolgono tutti durante un conflitto. E’ così per Fiore di roccia, che ha come protagoniste le portatrici carniche che rifornivano nel nostre prime linee durante la Grande Guerra, ed è pure così per Come vento cucito alla terra, stesso conflitto, ma con personaggi principali donne inglesi che operano e curano militari del loro paese e della Francia. Con la sua ultima opera Risplendo non brucio si passa invece a un’epoca successiva, a quella della seconda guerra mondiale, con due protagonisti, padre e figlia, medici pure loro, impegnati a salvare le proprie vite in due vicende parallele che sono dei veri e propri gialli. Considerato che in entrambi i casi si va alla ricerca degli autori di omicidi non aggiungo altro sulla trama, se non che il padre, internato per motivi politici a Dachau, è portato in una roccaforte di Hitler per indagare su una morte misteriosa, mentre il caso della figlia è ambientato in una Trieste crepuscolare, con incombente minacciosa la famosa Risiera di San Sabba. Il fatto che si racconti di due indagini, contemporanee in luoghi diversi, lascerebbe supporre una certa difficoltà nel lettore di seguire il corso delle storie con l’indispensabile lucidità, ma è indubbio che la capacità di Ilaria Tuti di ben strutturare i suoi romanzi, messa ancora una volta alla prova, si mostra in tutto il suo valore.
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L' arma segreta del Duce - Mimmo Franzinelli
La seconda guerra mondiale è finita da pochi anni, l’Italia lentamente torna alla normalità, anche se il teatro della politica è caratterizzato dallo scontro ormai aperto fra democristiani e comunisti, tenzone in cui cercano di inserirsi per rivendicare un ruolo strategico gli ex fascisti, usciti indenni da una benevola epurazione. In questo contesto nasce una vicenda che ha quasi dell’incredibile e che ha per oggetto il presunto scambio epistolare fra Benito Mussolini e Winston Churchill. L’ipotesi non è tuttavia infondata, perché c’è la certezza di una lettera inviata il 15 maggio 1940 dal Primo ministro inglese al duce e che ha unicamente come scopo quello di scongiurare la guerra fra le due nazioni; Mussolini risponde tre giorni dopo con una missiva che respinge le possibilità di una intesa senza lasciare aperta la benché minima porta. Ci si domanda, razionalmente, se questo iniziale carteggio ha avuto un seguito e infatti c’è chi poi, in modo del tutto interessato, fornisce la risposta, palesando non tanto la possibilità, ma addirittura la certezza di altra corrispondenza di cui sarebbe in possesso. Per quanto ovvio, la notizia è una di quelle che può essere considerata una bomba e di tanto se ne parlerà, e addirittura ancora se ne parla a distanza di anni dopo che la vicenda si è sgonfiata. Sì, perché si tratta di un falso, di un grossolano falso, come dimostrato dallo storico Mimmo Franzinelli grazie a una molteplicità di documenti inediti, tratti dagli archivi della Rizzoli, della Mondadori e del Foreign Office. Insomma, dopo quelle due lettere del maggio del 1940 non ci fu altra corrispondenza fra i due capi di governo. Eppure, appena concluso il secondo conflitto mondiale, si cominciò a parlare di ben 62 missive che si sarebbero scambiate reciprocamente Churchill e Mussolini, a cui poi si aggiunsero, secondo il principio che nel più ci sta il meno, lettere di Hitler, di De Gasperi, di Badoglio, di Croce e di altri personaggi di primo piano.
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Il magico studio fotografico di Hirasaka - Sanaka Hiiragi
Ci sono dei libriccini, pochi in verità, capaci di affrontare i grandi temi della vita con una semplicità e una leggerezza che sono invidiabili e e che a lettura ultimata lasciano sazi di una serenità che è la consapevolezza o di aver trovato conferma delle proprie convinzioni, o di avere appreso qualcosa di importante per la propria esistenza. E’ questo il caso del giapponese Il magico studio fotografico di Hirasaka, dove Hirasaka è il titolare di un laboratorio fotografico del tutto particolare, perché lì, con un’accoglienza familiare, con una gentilezza particolare che si rivela anche con l’offerta di una tazza di tè si accolgono quelli che ormai hanno lasciato il nostro mondo e si apprestano ad entrare nell’altro; ed è lì che a tutti vengono consegnati degli scatoloni che contengono foto ricordo della loro vita, dando altresì l’opportunità di sceglierne una per ogni anno che è stato vissuto, al fine di comporre una lanterna magica che proietta ciò che è stata la propria esistenza. Non si esaurisce qui il servizio del signor Hirasaka, perché offre la possibilità di rivivere quello che considerano il ricordo più bello, più prezioso, scattando di quello nuovamente la foto. Così vedremo Hirasaka alle prese con una insegnante novantenne, con un appartenente alla yazuka, la mafia giapponese, e con una ragazzina. Ognuno dei tre ha qualcosa da raccontare di sé: la signora novantenne del suo amore per i bambini e per la dedizione profusa nella sua attività di educatrice, il malavitoso che si rende conto che nonostante tutto è riuscito a fare anche una buona azione e la ragazzina che ha avuto un trascorso non certo dei migliori.
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I Bizantini in Italia - Giorgio Ravegnani
La presenza dei Bizantini sul suolo italico non fu un fenomeno passeggero, ma si concretizzò dapprima in una guerra iniziata del 535 con il loro sbarco in Sicilia e poi proseguita fino all’intera conquista della penisola. Non si trattò, come noto, di una guerra fra romani (i Bizantini erano i romani d’oriente), ma fra romani e gli ostrogoti che dominavano l’Italia. Fu una guerra che vinsero, ma non certo facilmente, perché gli avversari erano tutt’altro che arrendevoli e combatterono con coraggio e determinazione per difendere il loro regno. Una volta che i Bizantini si trovarono padroni dell’intera penisola non ebbero abbastanza tempo per tirare il cosiddetto fiato, perché l’Italia si rivelava molto appetibile e non facilmente difendibile. E così pertanto all’incirca nel 569 si affacciarono sulle nostre terre i Longobardi, impadronendosi di gran parte dell’Italia settentrionale, ma ecco che da lì a poco valicarono le Alpi anche i Franchi, in qualità di alleati dell’impero di Bisanzio. Non c’era pace per le popolazioni italiche, anzi ci fu una continua serie di scontri che esasperarono i civili, vessati anche dalle scorrerie nelle campagne con predazioni per il sostentamento degli eserciti. Non vado oltre, perché non intendo di certo sostituirmi a Giorgio Ravegnani per parlare di un periodo storico di presenza bizantina che va appunto dal 535 fino al 15 aprile 1071, data in cui Bari, arrendendosi al normanno Roberto il Guiscardo, segna la scomparsa definitiva in Italia del dominio dei Romani d’oriente .
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Pioggia nera - Georges Simenon
Scritto nel 1939 e pubblicato nel 1941, Pioggia nera, il cui titolo originale Il pleut, bergère… allude a una nota filastrocca infantile, è un romanzo breve che, tuttavia, riesce a condensare nelle sue 127 pagine, con una trama avvincente, una vicenda di fantasia, ma che, per com'è narrata, potrebbe essere benissimo accaduta veramente. Se il filo conduttore dell'opera è la ricerca da parte della polizia di un pericoloso anarchico, un'indagine non priva di tensione e particolarmente coinvolgente, essa si fa tuttavia notare ed apprezzare per la straordinaria capacità dell'autore di far vedere il mondo, i fatti, le persone, l'ambiente attraverso gli occhi di un bambino.
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La spada e il calice - di Bernard Cornwell
Prosegue la ricerca del Sacro Graal da parte dell’intrepido arciere Thomas di Hookton, in un’avventura dietro l’altra, fra guerre combattute sul suolo di Francia e inganni e imboscate di altri intenzionati a mettere le mani sulla magica coppa. E così in questo terzo romanzo, intitolato La spada e il calice, ne accadono di tutti i colori perché Thomas, al servizio del Conte di Northampton, con l’aiuto di un manipolo scelto di arcieri va alla conquista della fortezza di Castillon d’Arbizon, impresa che gli riesce grazie all’astuzia. Tuttavia non è che l’inizio di una molteplicità di eventi che non penso sia giusto citare, onde non privare i lettori del piacere della scoperta; al riguardo mi limiterò a dire che dopo tanti patemi d’animo si avrà un lieto fine. E il Graal? Verrà trovato? Non dico niente, invito solo a leggere il libro per avere la risposta.
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Precipizio - Robert Harris
Nell’estate del 1914 l’intera Europa è sull’orlo del precipizio, perché a Sarajevo è stato ucciso l’arciduca Francesco Ferdinando d’Austria e per il gioco delle alleanze sussiste il rischio dello scoppio di una guerra che finirebbe con il coinvolgere quasi tutti i paesi europei. Inoltre il Regno Unito è minacciato dalla crisi irlandese che potrebbe incrinare irreparabilmente l’intera struttura dell’impero, rivelandosi un problema ben più grave e impellente dell’intervento in un conflitto. E’ questo lo sfondo dell’ultimo libro di Robert Harris, capace, come sempre, di mescolare storia e romanzo. Per far questo ricorre alle lettere inviate da Lord Herbert Asquith, primo ministro dell’epoca, all’amante Venetia Stanley, figlia di un ricco Lord e più giovane di oltre trent’anni. Come precisa l’autore in una nota agli inizi, le lettere succitate sono autentiche, come pure i telegrammi, gli articoli di giornale, i documenti ufficiali, la corrispondenza fra Venetia Stanley e Edwin Montagu. Invece le lettere inviate da Venetia Stanley a Lord Asquith sono frutto d’invenzione, come immaginario è anche l’agente speciale Paul Deemer. La corrispondenza fra il primo ministro e l’amante è giornaliera, e spesso si tratta di più lettere, missive in cui il capo dell’esecutivo il più delle volte cerca uno sfogo e un conforto ai suoi problemi di governo, svelando però eventi e decisioni segretissime, che per fortuna non finiscono nelle mani di una eventuale spia. Tuttavia, inevitabilmente, in tutto quel comunicare con Venetia può accadere un intoppo, come quello del ritrovamento da parte di alcuni cittadini di telegrammi riservati, mostrati all’amante durante i giri in auto del venerdì e poi gettati dal finestrino. E’ così che il nascente servizio segreto inglese si allarma e decide di controllare la posta di Lord Asquith, affidandone l’incarico all’agente Paul Deemer. Il romanzo, che è prevalentemente una storia d’amore, tende ad assumere anche la caratteristica della spy story e poco importa che le notizie riservate non finiscano nelle mani delle spie tedesche (la Gran Bretagna nel frattempo è entrata in guerra con la Germania), perché, a parte la grave irregolarità di comportamento del primo ministro, resta il rischio più che fondato che possano finire nelle mani nemiche. Quindi, benché non siamo in presenza del classico romanzo di spionaggio, la suspense non manca, e comunque l’opera si fa apprezzare soprattutto per questa tormentata vicenda amorosa, che Venetia a un certo punto decise opportunamente di troncare, scegliendo la compagnia di uno spasimante che da tempo era in speranzosa attesa.
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Precipizio - Robert Harris
Nell’estate del 1914 l’intera Europa è sull’orlo del precipizio, perché a Sarajevo è stato ucciso l’arciduca Francesco Ferdinando d’Austria e per il gioco delle alleanze sussiste il rischio dello scoppio di una guerra che finirebbe con il coinvolgere quasi tutti i paesi europei. Inoltre il Regno Unito è minacciato dalla crisi irlandese che potrebbe incrinare irreparabilmente l’intera struttura dell’impero, rivelandosi un problema ben più grave e impellente dell’intervento in un conflitto. E’ questo lo sfondo dell’ultimo libro di Robert Harris, capace, come sempre, di mescolare storia e romanzo. Per far questo ricorre alle lettere inviate da Lord Herbert Asquith, primo ministro dell’epoca, all’amante Venetia Stanley, figlia di un ricco Lord e più giovane di oltre trent’anni. Come precisa l’autore in una nota agli inizi, le lettere succitate sono autentiche, come pure i telegrammi, gli articoli di giornale, i documenti ufficiali, la corrispondenza fra Venetia Stanley e Edwin Montagu. Invece le lettere inviate da Venetia Stanley a Lord Asquith sono frutto d’invenzione, come immaginario è anche l’agente speciale Paul Deemer. La corrispondenza fra il primo ministro e l’amante è giornaliera, e spesso si tratta di più lettere, missive in cui il capo dell’esecutivo il più delle volte cerca uno sfogo e un conforto ai suoi problemi di governo, svelando però eventi e decisioni segretissime, che per fortuna non finiscono nelle mani di una eventuale spia. Tuttavia, inevitabilmente, in tutto quel comunicare con Venetia può accadere un intoppo, come quello del ritrovamento da parte di alcuni cittadini di telegrammi riservati, mostrati all’amante durante i giri in auto del venerdì e poi gettati dal finestrino. E’ così che il nascente servizio segreto inglese si allarma e decide di controllare la posta di Lord Asquith, affidandone l’incarico all’agente Paul Deemer. Il romanzo, che è prevalentemente una storia d’amore, tende ad assumere anche la caratteristica della spy story e poco importa che le notizie riservate non finiscano nelle mani delle spie tedesche (la Gran Bretagna nel frattempo è entrata in guerra con la Germania), perché, a parte la grave irregolarità di comportamento del primo ministro, resta il rischio più che fondato che possano finire nelle mani nemiche. Quindi, benché non siamo in presenza del classico romanzo di spionaggio, la suspense non manca, e comunque l’opera si fa apprezzare soprattutto per questa tormentata vicenda amorosa, che Venetia a un certo punto decise opportunamente di troncare, scegliendo la compagnia di uno spasimante che da tempo era in speranzosa attesa.
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Isabella d'Este, marchesa di Mantova - Giannetto Bongiovanni
Isabella d’Este (Ferrara, 17 maggio 1474 – Mantova, 13 febbraio 1539).
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Il cavaliere nero - Bernard Cornwell
La ricerca del Santo Graal, cioè la coppa utilizzata da Gesù Cristo nell’ultima cena, ha rappresentato in passato l’oggetto di tante leggende, visto che alla reliquia venivano attribuite grandiose proprietà taumaturgiche, fatto di per sé inspiegabile trattandosi di un oggetto, ma che affonda le radici in una religiosità medievale fatta prevalentemente di simboli. Ebbene, anche nel Cavaliere nero prosegue la ricerca del Graal da parte di Thomas di Hookton, la cui famiglia originaria, peraltro francese, i Vexille, aveva posseduto la tanto agognata reliquia, poi andata dispersa in occasione della diaspora che aveva colpito i suoi membri all’epoca della crociata contro i Catari.
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