RENZO MONTAGNOLI

Vedi tutti i suoi post
Vedi tutti

Ultime recensioni inserite

Il mercante di libri maledetti - Marcello Simoni

Per me non c’è di peggio di leggere un libro che ho comprato, nonostante la sensazione che non mi avrebbe soddisfatto, e verificare che avrei avuto ragione a non acquistarlo. Ma anche in questo caso il battage pubblicitario, il Premio Bancarella (mi chiedo come abbiano potuto attribuirglielo) mi hanno purtroppo influenzato e puntuale alla sauspicata soddisfazione è seguita la delusione e, diciamolo francamente, anche un po’ di rabbia, perché scrivere un romanzo senza capo né coda, ottenerne la pubblicazione e anche un premio importante mi lascia alquanto perplesso. Certo è stato, come si suol dire, pompato molto, qualcuno addirittura è arrivato a paragonarlo a Il nome della rosa, un accostamento francamente blasfemo. La vicenda, che si svolge nell’anno 1205, di per sé potrebbe essere essere anche interessante, se non fosse infarcita di pseudo rituali magici, esoterici, di diavolerie del tutto campate in aria, con le pagine che si susseguono aggiungendo mistero a mistero, con colpi di scena, alcuni prevedibili, altri del tutto illogici. La ricerca ossessiva intrapresa dal mercante di reliquie Ignazio da Toledo del libro rarissimo Uter Ventorum, bramato anche da una setta religiosa, passa attraverso mille peripezie, violenze, omicidi, personaggi che si credevano amici e invece sono nemici, con pagine che spesso e volentieri portano a un vero e proprio torpore, salvo risvegliare improvvisamente, ma per poco, perchè si ricade presto nella noia. Insomma, dopo aver letto un centinaio di pagine, mi era venuta l’ispirazione di gettarlo nel cestino della carta straccia e solo la decisione di arrivare fino in fondo per averne un giudizio compiuto mi ha indotto a proseguire la lettura, che non è stata assolutamente appagante. Infatti, gli intrecci, gli intrighi, i misteri incalzanti mi sono apparsi fini a se stessi, cioè non inseriti in una struttura equilibrata, in assenza della concreta capacità di rendere le atmosfere e di sondare intimamente i vari personaggi. Direi che lo stile si è perso per strada e con esso anche la mia speranza che, nonostante la buona volontà che ho profuso per leggerlo, il romanzo potesse decollare, che l’autore riuscisse a conferirgli un’aria di mistero per gli inganni e non per situazioni paradossali.
E’ a malincuore pertanto che archivio questo pseudo romanzo storico, più che mai convinto che non ne leggerò altri di Marcello Simoni.

M - Antonio Scurati

La curiosità mi ha indotto ad acquistare e a leggere questo libro, per sapere come Antonio Scurati potesse riuscire a dare un volto letterario a un personaggio ampiamente sviscerato dagli storici, oggetto di numerosi e approfonditi studi, e di cui in pratica si sa pressochè tutto. Se qualcuno si aspettasse un romanzo storico penso che ne resterebbe francamente deluso; certo, ci sono alcune caratteristiche del genere, ma quella principale è la cura minuziosa dell’aspetto storico, elaborato e proposto con una serie di quadri in ordine temporale in cui di volta in volta risultano protagonisti Benito Mussolini, la sua amante e mecenate Margherita Sarfatti, un ancor giovane Italo Balbo, il fedelissimo Leandro Arpinati, Gabriele D’Annunzio dagli ultimi fuochi con l’impresa fiumana al suo ritiro nella villa sarcofago sul Garda, e altri personaggi ancora, realmente esistiti, di un’epoca cruciale nelle vicende italiane. La successione dei tempi va dagli albori del fascismo al clamoroso discorso del 3 gennaio 1925 alla Camera dei Deputati con il quale Mussolini assume su di sé le colpe delle violenze fasciste e in particolare dell’omicidio di Giacomo Matteotti. Credo che con questo discorso il futuro duce, oltre aver rinsaldato la sua posizione, abbia di fatto sancito la definitiva morte della democrazia in Italia, rappresentata da uno sparuto ed esile numero di inconcludenti socialisti di cui l’unico veramente capace, tecnicamente e soprattutto politicamente, era proprio Giacomo Matteotti. Ci si chiede anche ora se l’omicidio sia stato voluto da Mussolini, se lui stesso invece avesse cercato tramite i suoi scagnozzi di intimidirlo e che poi, per eccesso di violenza, fosse morto nelle mani dei suoi aguzzini. Sono domande a fronte delle quali non vi sarà mai risposta certa e l’unico dato di fatto sicuramente inoppugnabile è che Mussolini e il fascismo avevano trovato in Matteotti l’unico vero avversario, peraltro in procinto di abbattere, sulla base di prove certe di misfatti e di ruberie in camicia nera, un regime che stava avviandosi alla sua instaurazione.
Credo che però sia opportuno tornare indietro negli anni proprio per comprendere come il fascismo sia nato e come abbia potuto prendere piede e di certo non manco di rilevare l’abilità di Scurati nel parlare più delle manchevolezze delle sinistre, senza con ciò procedere a una difesa d’ufficio del nascente movimento reazionario. Nel nostro paese, dove ancora è presente una faziosità deleteria, occorre riconoscere all’autore il merito di non avere preconcetti e di essere un convinto democratico, il che gli consente un equilibrio non da poco, visto che non tace né le violenze fasciste, né quelle commesse dalle sinistre che hanno le loro colpe riscontrabili soprattutto in una emulazione della rivolta proletaria sovietica. Quindi vi è da dire che il fascismo fu una reazione, senza una precisa ideologia a sostegno, se non un programma politico vago che spaziò agli inizi da una indefinita forma socialista per radicalizzarsi sempre più in una patina altamente nazionalista, ancor più a destra dei conservatori stessi. Mi sembra che Scurati abbia posto giustamente in luce l’abilità di Mussolini contrapposta alle indecisioni e alla conflittualità interna delle sinistre e all’attesismo colpevole dei liberali e dei popolari, convinti di incorporare nei loro partiti quello fascista, un metodo che nell’assicurare, almeno nei loro intendimenti, una certa pacificazione sociale avrebbe permesso di mantenere inalterati i loro privilegi. Non fu così, come sappiamo dalla storia, ma a posteriori è sempre facile criticare. Per il resto, l’autore non disconosce le capacità politiche, e anche il trasformismo, di Mussolini, ma non lo esalta, anzi ne fornisce un quadro che conferma che l’individuo, il maestro elementare prima socialista e contro la guerra, poi interventista e infine nemico dei suoi vecchi compagni di partito, sia stato, in buona sostanza, un uomo con una capacità dialettica e di conoscenza della psiche umana di notevole livello, ma in cui allignava una ferocia oscura che lo portava a cattiverie insensate, a violenze incontrollate come quelle che aveva propugnato, sostenuto e poi pubblicamente giustificato, avvalendosi dell’opera delle sue camicie nere.
Questo dovrebbe essere il primo di tre volumi dedicati alla storia italiana nel ventennio, che è poi è come dire storia fascista e meglio ancora la vita di Benito Mussolini dal suo affacciarsi sulla scena politica alla sua tragica caduta. Non so se e quando usciranno gli altri, ma di una cosa sono certo, e cioè che li leggerò con la stessa passione con cui ho passato ore e ore sulle pagine di questo primo volume, alla fine del quale ho tratto due semplici conclusioni. La prima è che la storia si ripete perché l’Italia attuale, per certi aspetti, ricalca quella appena uscita dalla Grande Guerra; la seconda è che forse uno degli scopi del libro è di far conoscere ai giovani che hanno un’idea vaga del fascismo che cosa esso sia effettivamente stato. Questo intento è indubbiamente nobile, anche se dubito che i giovani in massa corrano a leggere questo libro se non altro perché spaventati dal notevole numero di pagine (ben 848).
Da parte mia ammetto di essre stato scettico all’inizio, ma poi di aver scoperto, pagina dopo pagina, come una storia raccontata in questo modo, una storia che potrei forse classificare come romanzata, mi abbia consentito di trascorrere piacevolmente le lunghe giornate di quarantena, portandomi anche inconsciamente a riflessioni senza preconcetti, al fine di cercare di comprendere le cause dei comportamenti delle parti in gioco e forse ci sono riuscito, almeno così spero.

Le assaggiatrici - Rosella Postorino

Romanzo vincitore del Premio Campiello 2018, del Premio Wondy 2019 e finalista alla 32^ edizione del Premio Chianti, un palmarès che impone- ed esige – che le aspettative siano tante, e invece era da tanto tempo che non mi capitava di imbattermi in un romanzetto, alla cui notorietà ha di certo contribuito un battage pubblicitario questo sì riuscito. Eppure lo spunto della storia di questa donna che, insieme ad altre, diventa l’assaggiatrice dei pasti destinati ad Adolf Hitler sarebbe interessante soprattutto se si fosse curata l’atmosfera particolare che regnava nell’ultimo periodo di vita di un folle e sanguinario dittatore. Purtroppo invece non è stato così per una scrittrice che non va oltre la narrazione, compita ed educata, di una storiella, quasi lo svolgimento, in modo scolastico, di un tema.
Mi dispiace dover esprimere un giudizio sostanzialmente non positivo su un’opera che ha vinto un premio prestigioso quale il Campiello, ma è proprio per questo motivo che si pretendono qualità e che non si sorvola su difetti come invece potrebbe accadere per romanzi che non sono stati gratificati da riconoscimenti di particolare livello. C’è anche da dire che la vicenda narrata non ha una trama particolarmente attraente, ma in questo aspetto gioca un ulteriore elemento negativo, vale a dire la monotonia della marrazione che presenta pur tuttavia ogni tanto degli acuti che rendono però più stridente il quotidiano grigiore di parole, di frasi che denotano uno stile fin troppo elementare.
Tengo a precisare che il mio giudizio non è stato frettoloso, nel senso che ho preferito leggere due volte il romanzo, la cui carenza principale è probabilmente una struttura debole, tanto più rilevante quando si affronta un argomento non certo facile quale è quello di prendere (o non prendere) decisioni vitali in un momento storico in cui anche la dignità viene facilmente sepolta.
Se i giurati del Campiello hanno votato secondo coscienza l’opera che hanno ritenuto migliore, posso solo immaginare di che basso livello fossero gli altri libri in concorso; del resto è da un po’ di tempo che rilevo un peggioramento generale della qualità delle opere letterarie, in sintonia peraltro con un diminuito grado di cultura, e questo purtroppo mi spiace, perché è la sconfitta della letteratura, il crollo di ogni valore e l’incapacità di creare e di comprendere il bello.

Fiori di roccia - romanzo di Ilaria Tuti

Ci sono opere letterarie che hanno un particolare pregio, cioè quello di far conoscere o di porre in giusto risalto fatti e personaggi di grande significato, ma dimenticati, al punto da essere destinati altrimenti al perpetuo oblio. La vicenda delle portatrici carniche non mi era sconosciuta, ma avevo solo una conoscenza del fenomeno del tutto superficiale, per quanto nell’economia della Grande Guerra queste umili donne, per lo più contadine, siano state essenziali per mantenere una linea di fronte, che senza la loro giornaliera e pericolosa fatica sarebbe altrimenti crollata. Sì, perché i soldati, pur al riparo delle trincee, hanno bisogno costante di rifornimenti, di cibo e dimunizioni, e quando il fronte è attestato in alta montagna, in una zona impervia dove neanche i muli, se ci sono, riescono ad arrivare tutto deve essere portato dagli uomini che in questo caso hanno il volto sofferto, ma deciso delle donne di quei posti, che conoscono tutti i sentieri per risalire al Pal Piccolo e al Pal Grande. E non c’è tempo che tenga, perché anche con il gran caldo, come con il gran freddo e la neve occorre andare, è indispensabile rifornire chi combatte. Non è improbabile che agli inizi sia stata la fame e la paga con cui era possibile almeno in parte saziarsi a spingere a questo lavoro la cui fatica era pari al pericolo a cui si andava incontro, come per esempio capitare nel mezzo di un bombardamento o essere prese di mira dai cecchini; in seguito, visto il costante sacrificio dei nostri soldati e quell’inevitabile tenerezza che permane pure in donne quasi abbrutite dalla fatica, ma che non esitano a vedere in quei nostri giovani i loro figli o i loro fratelli, si è fatto strada un sentimento più forte, un’identificazione con i combattenti che si è tradotta in un amor di patria. Finita la guerra le portatrici furono dimenticate e solo più recentemente ci si è ricordate di loro, così che un romanzo che le vedesse protagoniste era da considerarsi quanto mai opportuno. Allo scopo ha provveduto Ilaria Tuti con Fiore di roccia dove c’è un io narrante, Agata Primus, certamente di fantasia ma che ha il compito, indubbiamente non facile, di mostrare attraverso la sua vicenda ciò che rappresentò il fenomeno delle portatrici. Se devo essere sincero la narrazione mi ha a lungo disorientato, anche perché - per quanto sia un rimprovero benevolo, lo devo fare - il romanzo ha un’accentuata verbosità, soprattutto quando il personaggio principale fa delle lunghe riflessioni, non lasciando però spazio al riguardo da parte di chi legge, perché un conto è indurre a riflettere, un conto è farlo anche per il lettore. Inoltre non riuscivo a capire i piani di lettura che si sono per fortuna svelati negli ultimi capitoli. Infatti lo scopo dell’opera non è solo di porre in giusto risalto il fenomeno delle portatrici, ma è anche uno studio accurato sull’emancipazione femminile, introdotta con la guerra, ma solo in parte realizzata. Infine più volte mi sono chiesto se l’opera abbia un intento patriottico o invece pacifista, tutte domande a cui non sono riuscito a dare risposte fin quasi al termine della lettura. Peraltro la Tuti è stata molto abile nel non scivolare nella retorica di basso livello, è sempre rimasta saggiamente in bilico e questo è un merito che le si deve riconoscere. Incerto nel farmi un giudizio, ma sempre più interessato ho proseguito metodicamente la lettura e alla fine non ho potuto che convenire sul messaggio di pace che viene portato avanti con la storia d’amore, che non nasce all’improvviso, fra la protagonista e un cecchino austriaco, vicenda nella vicenda in cui non era difficile cadere nel romanzetto rosa, ma l’autore è riuscito a mantenere la giusta tensione per la diffidenza reciproca in quanto nemici nonostante il sentimento che stava per sbocciare, così che il lavoro ha preso un marcato equilbrio che in precedenza era meno evidente.
Non aggiungo altro, leggetelo, perché se non è un capolavoro è comunque un buon romanzo.

Lo scialo - Vasco Pratolini

Si deve riconoscere a Vasco Pratolini il grande merito di aver narrato la storia d’Italia della prima metà dello scorso secolo, creando trame e personaggi che ben riescono a rappresentare ciò che sono stati quegli anni. Non è un osservatore degli accadimenti di un’epoca che possa essere definito imparziale, perché l’idea politica comunista che lo anima finisce con il dare corso alle sue storie, ma se il punto di vista è marxista c’è anche una grande correttezza e sensibilità nel non esacerbare le vicende, nel descrivere i personaggi con quella punta d’affetto propria di ogni grande autore, indipendentemente dalla loro positività o negatività. Lo scialo è il secondo romanzo di una trilogia intitolata Una storia italiana e viene dopo lo stupendo Metello (il terzo è Allegoria e derisione); narra di Firenze fra le due grandi guerre e potrebbe essere definito come la parabola della piccola e media borghesia di quella città, estensibile però senza particolari problemi a quella di tutta l’Italia. E’ nata così un’opera che forse non era per corposità nelle intenzioni dell’autore, ma che lui ha sentito come necessaria, per non dire indispensabile, per descrivere, attraverso i tanti personaggi, protagonisti di vita quotidiana, dei rapporti fra il fascismo e appunto la borghesia. Ho detto che si tratta di un lavoro di consistente mole e forse sarebbe meno faticosa la lettura se l’autore avesse provveduto, in sede di stesura definitiva, a qualche opportuna sforbiciata, ma ciò non toglie che, superato lo sgomento iniziale quando ci si accorge delle tante pagine da leggere, il risultato alla fine risulta appagante.
Per quanto, a mio avviso, non si possa parlare di un capolavoro, ma di un romanzo che presenta un livello di eccellenza, occorre riconoscere che l’indagine storico sociologica di Pratolini ha consentito di ben delineare i rapporti fra una borghesia cristallizzata, ma con più ampie aspirazioni, e l’arrembante regime fascista. E non si tratta di una relazione conflittuale, bensì vede questa classe intermedia cercare di cogliere l’occasione per assurgere a più alti livelli. Si tratta di gente che non esita a sporcarsi le mani, a rinnegare le sue origini, in passato proletarie, per lasciarsi trascinare in un folle arrivismo che non scuote le loro coscienze, perché lo scopo è solo uno: emergere, anche a scapito degli altri. Potrei dire che questa classe sociale non ha idee politiche e non è nemmeno fascista, eppure con una leggerezza imperdonabile salta in groppa al cavallo del fascismo, senza pudore e anche senza nessuna convinzione. Mussolini e i suoi fedeli sono soltanto l’occasione e nulla di più, ma se questo può essere la naturale conclusione di un un erudito saggio sociologico, così non si può dire per l’opera letteraria che di certo ha impegnato moltissimo Pratolini, che riesce a generare una trama, densa di personaggi che ruotano incontro a quattro protagonisti principali, e riconoscendo a tutti, nessuno escluso, una dignità che si estrinseca nella loro credibilità, perché mai, e ripeto mai, si ingenera nel lettore il dubbio che gli stessi siano frutto d’invenzione, come in effetti sono.
Certo che Lo scialo finisce con l’apparire un’opera ambiziosa e che talora si perde per strada, complice l’inusitata lunghezza, ma poi alla fine quel fil rouge che appariva incredibilmente aggrovigliato si scioglie e si dipana, recuperando quella logica continuità che, se pur temporaneamente, pareva essersi persa.
Da leggere, senza il benchè minimo dubbio.

TransAtlantic - Colum McCann

Transatlantic è un romanzo che abbraccia un periodo di tempo che va all’incirca dalla metà del XIX secolo fino a quasi i giorni nostri, un’opera di narrativa in cui si raccontano vicende solo apparentemente non collegate. Infatti, presenta ben otto protagonisti, le cui storie iniziano nel lontano 1845 e terminano nel ben più vicino 2012. Storicamente si basa su personaggi esistiti veramente, come lo scrittore nero abolizionista Frederick Douglass, gli aviatori Alcook e Brown, il senatore statunitense Mitchell. Come possono essere collegati, trattandosi di figure vissute in epoche assai diverse? A legarli sono quattro donne, quattro generazioni di donne per la precisione, figure che con tenacia e coraggio affrontano tutte le avversità della vita. E queste quattro donne sono le autentiche protagoniste, senza togliere nulla alle qualità degli uomini che, grazie a questo particolare elemento femminile, illuminano e rendono interessante un romanzo che francamente altrimenti sarebbe risultato un po’ scialbo. I nomi delle protagoniste sono Lily Duggan, Emily Ehrlich, Lottie Ehrlich e Hannah Tuttle, collegate, oltre che da un vincolo di sangue, da una lettera, scritta da Emily per conto della madre Lily e consegnata all’aviatore Brown affinché provvedesse a recapitarla in Irlanda. La missiva non giungerà mai a destinazione, ma verrà tramandata da madre in figlia, fino a quando il destino consentirà al suo ultimo possessore e ai lettori di conoscerne il contenuto. Preciso che non è che ci sia da attendersi chissà quali rivelazioni, perché in fondo la lettera è l’espediente per creare un po’ di tensione in un romanzo altrimenti grigio, che tuttavia presenta anche dei pregi, come la particolare struttura adottata, la capacità di ricreare ambienti e atmosfere, una scrittura garbata e senza enfasi. Il romanzo si legge con interesse, anche se nell’ultima parte si avverte un po’ di stanchezza nell’autore, come se avesse voglia di concludere alla svelta, ma senza idee in proposito, e in effetti arrivati all’ultima riga si è presi da una sensazione di incompiutezza. E’ un peccato, anche perché questo finale strascicato è frutto dalla troppa carne al fuoco riscontrabile nell’opera, oltre tutto non distribuita bene, così che vi sono parti ridondanti e altre più normali, alcune addirittura mosce, come appunto quella con cui si conclude il lavoro.
Non ci saremmo trovati di fronte in ogni caso a un capolavoro, ma solo e comunque a un libro di eccellente fattura, e invece questo squilibrio narrativo toglie parecchio non solo al valore del romanzo, ma anche all’interesse del lettore che, giunto all’ultima pagina, si accorgerà di aver trascorso piacevolmente un po’ di tempo, ma che le aspettative sono state purtroppo in parte disattese.

LTI - Victor Klemperer

I libri che parlano della Shoah sono, per fortuna, moltissimi e raccontano di esperienze dirette, sono frutto di approfonditi studi storici e in genere esaminano questo tragico fenomeno con un approccio globale, pur cercando di evidenziare motivi che ancor oggi, oltre che apparire demenziali, non riusciamo del tutto a chiarire. Il nazismo non è stato solo un caso politico, ma ha voluto fortemente rappresentare una nuova idea di società basata sulla violenza non solo fisica, ma anche verbale. Al riguardo, Victor Klemperer, insegnante al’Università di Dresda, da cui fu costretto a dimettersi per le leggi razziali, ha scritto fra il 1933 e il 1945 dei diari, frutto di un’osservazione attenta, non disgiunta da una riflessione approfondita, in cui da catedrattico di Filologia spiega come sia possibile che la lingua di un regime totalitario, se sapientemente diffusa, a piccole, ma ripetute dosi, diventi un veleno devastante in grado di trasformare perfino la coscienza di un popolo, fosse anche il più evoluto, il più colto, il meno recettivo. E’ allora che la lingua non diventa solo uno strumento per comunicare, ma un’arma che consente da un lato di omologare tutti al pensiero del capo e dall’altro un’arma altrettanto feroce che rimuove lo spirito critico, ricaccia nel più profondo il senso individuale di umanità. E queste parole sono quelle che Klemperer sente mentre lavora, oppure che pronuncia Goebbels nei suoi istrionici discorsi alla radio, che si leggono sui giornali nazisti oppure sul Mein Kampf. Per quanto possa sembrare incredibile, le mutazioni nell’uso del linguaggio, le parole mutuate da idiomi di altri, perfino la punteggiatura concorrono a questo sconvolgente risultato. Addirittura esemplare è il caso delle iniziali, della loro grafica come nel caso delle SS, dove ci sono due saette che danno l’idea da un lato della rapidità di azione di chi fa parte di quel corpo e dall’altro dell’inevitabilità della punizione di chi cerca di opporsi. Nel teatro di ogni dittatura - un teatrino grottesco quello dell’epoca mussoliniana, un teatro tragico wagneriano quello del nazismo - tutto poggia su riti che richiamano antiche e improbabili virtù e su parole che colgano nel segno, che dimostrino quell’onnipotenza che in realtà non c’è. Se questo libro vuole essere una particolare testimonianza, finisce anche però con il diventare un monito, una raccomandazione di stare ben attenti a come il linguaggio cambia, come vengano coniate nuove parole (al riguardo facebook è una miniera inesauribile) perché dietro c’è sempre un disegno, il tentativo di classificare la gente in amica e nemica, il disprezzo del pensiero individuale per arrivare a imporre quello collettivo conforme ai voleri di chi comanda.

Nell'angolo di quiete - Eduard von Keyserling

Eduard von Keyserling è l’autore di opere definite “le novelle del castello”, romanzi di notevole eleganza in cui si descrive la vita della nobiltà baltica, di cui lui era parte, nelle loro tenute, ambienti elitari, chiusi e protettivi, in cui l’esistenza era di una monotonia stucchevole e tutto si svolgeva nella inconsapevole attesa di un evento che potesse cambiar tutto, il che ricorda non poco l’atmosfera e i personaggi di quel capolavoro di Dino Buzzati che è Il deserto dei tartari. Da un romanziere che si potrebbe definire senza infamia e senza lode mai ci sarebbe potuto attendere un lavoro come Nell’angolo di quiete, che pur presentando le caratteristiche classiche delle sue opere riesce a rappresentare, attraverso gli occhi di un bimbo, la fine di un mondo, il cui inizio è dato proprio dall’avvio della prima guerra mondiale e non a caso l’epoca della vicenda è quello. Nella residenza estiva, nelle Alpi bavaresi, della famiglia von der Ost si consuma una tragedia greca attraverso la quale si spegne un mondo di apparente normalità, in cui i rapporti, e anche le passioni, sono regolati da convenienze. Agli occhi di un bambino malaticcio, Paul von delr Ost, si squarcia poco a poco il sipario sull’esistenza, tramite atteggiamenti a lui al momento incomprensibili, ma che lo colpiscono. Così è per la corte alla madre del signor Hugo von Wirden, dipendente della banca di cui il signor Bruno von der Ost è direttore, come pure per l’attrazione che prova per una bimbetta figlia di agricoltori che si accompagna sempre con il rampollo del maggiore Welker, che guida un rapporto con lei quasi sadomaso. C’è ancora la pace, ma è di attese per l’imminente guerra, che poi inevitabilmente scoppia con il signor von der Ost che si arruola e che poi cadrà sui campi di Francia lasciando una consolabile vedova che rinuncia alle profferte amorose di von Wirden solo perché le regole di casata le impongono ora una vita nel ricordo del marito defunto. Tutto procederebbe secondo i crismi che caratterizzano una nobiltà avulsa dal scorrere del tempo con i suoi progressi, se il bimbo, volendo dimostrare ai suoi due amichetti di non essere un pusillanime, non volesse dimostrare il suo coraggio partendo con lo scopo di arruolarsi, ma data l’età per lui il fronte non può essere che dopo la montagna che sovrasta il paese e verso cui si incammina. Il romanzo è breve e non aggiungo altro perché le ultime pagine sono un dono prezioso, qualcosa che si scolpisce in modo indelebile nell’animo del lettore e che lo induce a pensare, non a torto, di essere in presenza di un autentico gioiello, al cui giudizio contribuiscono, oltre alla trama, l’eleganza dello stile, la rara sensibilità dell’autore nello sfumare situazioni che in altre mani potrebbero definirsi scabrose, la descrizione poetica dei paesaggi e della natura, la fine analisi psicologica, grazie alla quale si è in grado di immergersi in un’atmosfera perfettamente ideata.

Perchè il Sud è rimasto indietro - Emanuele Felice

Da un po’ di tempo è in atto un revisionismo storico del nostro Risorgimento relativamente all’annessione del Meridione al Regno d’Italia, con il quale si vuole dimostrare come il Mezzogiorno, prima prospero e florido, sia stato sistematicamente spogliato delle sue risorse, tutto a beneficio del Nord, determinando quell’arretratezza economica che tuttora, purtroppo, lo caratterizza. I dati su cui si basano queste asserzioni sono del tutto inattendibili e per così dire campati in aria, tanto che è possibile affermare che coloro che portano avanti questa storiella, chiamati anche neo-borbonici, nulla fanno per determinare gli autentici motivi della debolezza del nostro Sud, impedendo così di fatto la ricerca delle indispensabili soluzioni. La materia deve essere ovviamente oggetto di studi seri che solo gli storici economici possono fare; al riguardo, proprio un meridionale, Emanuele Felice ha scritto un saggio di estremo interesse, intitolato Perchè il Sud è rimasto indietro. Nelle sue ricerche, ampiamente documentate, è dovuto a ricorrere a sperimentazioni, anche statistiche, di cui ha riportato il metodo; ciò è stato tanto più necessario ove si consideri che certi dati economici oggi di uso corrente all’epoca erano ignorati, ma soprattutto si è basato sulle correlazioni per verificarne o meno l’attendibilità. Così in epoca preunitaria, con riferimento all’anno 1861, possiamo vedere come il prodotto interno lordo del Sud differisse di poco (in meno) rispetto a quello del Nord (c’è da dire peraltro che entrambi gli indicatori sono piuttosto bassi rispetto a quelli di altri paesi europei, perché lo sviluppo industriale in Italia non era ancora arrivato, anche se il Nord aveva tutto il substrato necessario per parteciparvi a pieno titolo, a differenza di un meridione intrinsecamente debole). Se si vanno a vedere gli altri indicatori, però, è possibile determinare senza ombra di dubbio come il divario Nord-Sud sia sicuramente anteriore all’Unità d’Italia; infatti, strutturalmente si tratta di due entità agli antipodi, con il Nord che può contare su un regime più moderno, cioè una monarchia costituzionale, e il Regno delle Due Sicilie invece ingloriosamente racchiuso in una struttura istituzionale del tipo antecedente la rivoluzione francese; non sono nemmeno paragonabili le indispensabili infrastrutture, con le ferrovie che al Sud arrivavano a malapena a 99 Km., mentre Liguri e Piemontesi ne avevano per 850 Km.e il Lombardo-Veneto per 522 Km.; inoltre il supporto finanziario si basava nel Mezzogiorno su solo due banche, contro le decine che vi erano in Settentrione, e la circolazione monetaria era al Sud basata sulle antiquate monete, peraltro nelle mani di pochi; per quanto concerne l’analfabetismo in Piemonte era il 49% e in Lombardia il 51%, in Meridione l’86%; anche il grado di povertà era ampiamente diverso, tanto che al Centro-Nord chi viveva al di sotto della soglia di povertà era il 37%, mentre al Sud ben il 52%. Quindi, altro che paese felice come certe teste vanno predicando, anzi era un regno prossimo al disfacimento, su cui avevano messo gli occhi, per il dominio nel Mediterraneo, Francesi e Inglesi, con questi ultimi che ritennero che il male minore fosse che subentrassero gli italiani.
Ci sarebbero da scrivere pagine e pagine di questo libro di piacevole lettura, ma che esige delle indispensabili nozioni di Scienze Economiche e pertanto mi limiterò alle conclusioni, secondo le quali chi ha soffocato il Mezzogiorno sono state state le sue stesse classi dirigenti, peraltro poche in una società che vedeva un ristretto numero di detentori di ricchezza e una massa proletaria, con una sparuta percentuale borghese, per lo più di carattere burocratico; insomma non c’era il tanto indispensabile ceto medio e così chi era ricco, anziché rischiare capitali in nuove attività, preferiva una rendita di posizione.
Di conseguenza ecco il risultato che emerge nel saggio:
Questa interpretazione della differenza di sviluppo del Sud rispetto al Nord-Ovest e al Nord-Est-Centro consente di intravedere gli elementi portanti di una strategia di superamento della differenza di sviluppo. Una strategia che non si basa più sulla richiesta di nuove leggi speciali o di nuovi trasferimenti aggiuntivi di risorse come risarcimento di un’inferiorità che si presume procurata dall’esterno o a saldo di nuovi strumenti di perequazione, ma una strategia che «dovrebbe puntare invece a modificare radicalmente la società meridionale, spezzando le catene socio-istituzionali che condannano la maggioranza dei suoi abitanti a una vita peggiore di quella dei loro concittadini del Nord: annientare la criminalità organizzata, eliminare il clientelismo, rompere il giogo dei privilegi e delle rendite. Riconvertire cioè le istituzioni del Mezzogiorno da estrattive a inclusive, passando per la trasformazione delle strutture sottostanti». Al riguardo ritengo opportuno chiarire il significato di due termini: poichè le istituzioni politiche ed economiche sono aspetti prioritari per lo sviluppo di un paese, queste possono essere inclusive se favoriscono il coinvolgimento dei cittadini e quindi, grazie anche alla crescita economica, lo sviluppo civile e umano, mentre sono estrattive qualora finalizzate ad estrarre rendite destinate a una minoranza di privilegiati.
Il libro di Felice è senz’altro di notevole interesse.

La canzone del cavaliere - Ben Pastor

La canzone del cavaliere, benchè nella cronologia degli eventi con protagonista Martin von Bora sia il primo romanzo, ambientato come è nel corso della guerra di Spagna, figura come il quarto scritto da Ben Pastor, dopo gli ottimi Lumen e Luna bugiarda, ma soprattutto dopo l’eccellente Kaputt Mundi. Non ci è dato sapere il perché di questa scelta dell’autore ma sta di fatto che questo libro, pubblicato nel 2003, è di notevole qualità, e non solo per la trama, intricata, se pur comprensibile, o per l’atmosfera, che ci restituisce splendidamente un’epoca tragica per la Spagna, bensì soprattutto per la presenza di un rapporto amoroso, che per quanto primitivo, si ammanta comunque di una sensualità che si potrebbe definire magica. Qui si parla dell’amore di von Bora con la famosa Remedios, famosa perché il suo nome ricorrerà talvolta nelle opere successive. Il romanzo comunque è tutto imperniato sul tagico destino del grande poeta Garcia Lorca che nella trama non risulta ammazzato dai falangisti nel 1936, ma un anno dopo e in tutto un altro luogo, guarda caso vicino a un avamposto comandato dal giovane tenente Martin Von Bora. Chi l’avrà ucciso? Interessati ad avere una chiara risposta sono sia von Bora che il maggiore Philip Felipe Walton, un americano che era amico del grande poeta spagnolo, internazionalista e nemico posto con il suo distaccamento proprio di fronte a quello dell’ufficiale dell’Abwehr. Non aggiungo altro, per non svelare i contenuti e i risvolti di una trama costruita in modo impeccabile, limitandomi pertanto a evidenziare ancora una volta i meriti dell’autore. In questa zona assetata dell’Aragona il fronte ha un periodo di calma, nel senso che gli scontri sono spordici, ma proprio per questo, grazie alla maestria di Ben Pastor, si respira quell’aria che è un misto di tensione per la consapevolezza che, nonostante la calma, una fucilata ti puo togliere di mezzo, e di rassegnazione, perché in una guerra crudele quale può essere quella civile non si potrà mai assaporare in pieno il gusto della vittoria. Martin von Bora è un giovane ufficiale dell’Abwehr alle prime armi, che dimostra talento, ma anche i difetti dell’inesperienza; Walton è uno che ha già combattuto nella Grande Guerra e che ha partecipato anche alla battaglia di Guadalajara; in entrami i fronti l’americano si è scoperto come pavido, addirittura vigliacco, eppure a tutti sembra un duro, uno che non teme la morte, che però forse inconsciamente cerca per porre rimedio alla sua dirompente paura. I due personaggi sono resi splendidamente e questo è un ulteriore motivo di interesse di un romanzo che è ampiamente meritevole di lettura.

Alla corte del duce - Antonio Spinosa

Un uomo che detiene un potere assoluto è sempre solo, se pur circondato da una corte di uomini e donne, ossequianti, perennemente in contrasto fra loro, e comunque sempre pronti a scalare una posizione nella gerarchia, cercando perfino di subentrare al vertice. Anche nel caso di Benito Mussolini c’era un seguito di variegati personaggi, dal cretino, ma utile Achille Starace, al tentennante e vanitoso Galeazzo Ciano, tanto per nominarne un paio, ma erano molti, molti di più; non mancavano le donne, quasi esclisivamente quelle ben disposte ad appagare l’appetito sessuale del duce, raramente opportuniste, per lo più infatuate. Tutta questa gente, che viveva all’ombra del potente, tesa continuamente a mettersi in luce, agiva sul palcoscenico come burattini i cui fili erano tenuti da Mussolini, sempre occupato a impedire che qualcuno cercasse di fargli le scarpe. Ne temeva soprattutto due: Italo Balbo, fascista della prima ora, aviatore dalle imprese titaniche, che nei primi giorni di guerra perse la vita per fuoco amico, e Dino Grandi, altro elemento di spicco, peraltro untuoso, a capo delle prime squadre di camicie nere, doppio giochista abile e che infatti lo tradì in modo perfetto in occasione della famosa riunione del Gran Consiglio del Fascismo del 25 luglio del 1943. E poi, per il riposo del guerriero, c’erano le donne, che riceveva quasi sempre nel suo ufficio e che possedeva frettolosamente in piedi contro il tavolo; è impossibile nominarle tutte, perché in materia l’appetito di Mussolini era veramente esagerato, ma non si può tacere la sua lunga relazione con Margherita Sarfatti nata Grassini, un’ebrea scrittrice e critica d’arte, e che tanto l’aiutò disinteressatamente, come del resto suo marito Cesare Sarfatti, ex socialista, grande penalista e amico del Duce. E sempre in tema di donne mi corre l’obbligo solo di accennare alla signora che morì con lui, Claretta Petacci. Il saggio Alla corte del Duce di Antonio Spinosa parla di questa corte, ma va anche oltre poiché torna indietro nel tempo e scrive dell’infanzia di Mussolini e degli amici dell’epoca, di cui alcuni poi lo seguiranno nella sua avventura. Puntuale, preciso e snello nella narrazione questa volta Spinosa mi ha lasciato perplesso per alcune notizie che riporta e mette in evidenza, come il fatto che Mussolini non tenesse molto alla pulizia personale o che da piccolo manifestasse un carattere violento, strappando addirittura gli occhi a un gatto che gli aveva rubato un boccone; penso però che ci sia da dar credito a queste notizie perché l’impressione che ho ricavato è che Mussolini fosse un pazzo, come testimoniato dagli occhi sbarrati dell’ultimo periodo, quello della Repubblica Sociale, espressione che gli doveva essere tuttavia abituale perchè la troviamo addirittura nella foto di copertina, scattata nel 1937 a Roma all’ippodromo di Tor di Quinto. Del resto, se si eccettuano le sue capacità giornalistiche e oratorie, resta ben poco, rimane l’immagine di un uomo in possesso di una incredibile sete di potenza, ma anche pavido, pronto a tirare il sasso e a nascondere la mano. E’ un personaggio che comunque non è facile da descrivere, così come non appare facilmente comprensibile il perché di non pochi comportamenti; eppure, Spinosa riesce bene in questo scopo, con una grande capacità di sintesi, che si può riscontrare nelle prime pagine del libro, in tre righe che riporto integralmente: “Il Duce, oltre se stesso, era una maschera che seppe tenere testa a un balletto di ombre, fino a quando non cadde il sipario, perché egli non era più in grado di reggere il ritmo incalzante della recita. Queste pagine sono come un palcoscenico sul quale lui e la sua corte recitano la parte che si sono ritagliati nella storia. Un palcoscenico in cui un ragazzotto di Predappio apparve ben presto irretito da un delirio di onnipotenza, all’inizio inconsapevole e istintivo ma che, col trascorrere degli anni, si fece sempre più assoluto come il suo regime”.
Da leggere, senza dubbio.

La congiura - Franco Cardini, Barbara Frale

La repubblica di Firenze era tutto fuorchè democratica, in quanto aveva tutte le caratteristiche dell’oligarchia, con famiglie per lo più di banchieri a reggerne le sorti, in perenne conflitto fra di loro al fine di pervenire, nelle decisioni, alla supremazia. Cosimo de Medici e suo figlio Piero riuscirono nel difficile intento di non apparire, ma in effetti di comandare dietro le quinte; certo non era vita facile, in un continuo rimescolamento di alleanze, perpetuamente nel timore di qualche colpo di stato, che in effetti vi fu più di una volta. I successori di Piero, il primogenito Lorenzo e l’altro Giuliano proseguirono all’inizio l’accorta condotta del padre e del nonno, ma poi subentrò quel desiderio di affermazione e di raggiungimento del pieno potere che era tutto il contrario della politica degli avi. Desideroso di fare sua Firenze quasi fosse una bella donna, ma ancora timoroso di prenderne possesso ufficialmente, accontentandosi dell’ufficiosità, fu Lorenzo, giacché il fratello Giuliano, più giovane, gli era un po’ succube. L’aver intrapreso una politica meno accorta, tesa a gettare le basi anche di un potere ecclesiastico, comportò tuttavia una serie di errori che resero inviso, molto più di quanto lo fossero stati Cosimo e Piero, proprio Lorenzo, errori che comportarono una totale revisione della politica, pur restando punti fermi gli appoggi, o comunque le segrete alleanze, con il re di Francia e il duca di Milano. Non sto a raccontare tutte le trame, gli intrighi, i voltafaccia perché sarebbe come fare un ampio riassunto di questo eccellente saggio scritto da Franco Cardini e Barbara Frale, e mi limiterò quindi a evidenziarne l’impostazione, notevolmente razionale. Grosso modo l’opera può essere divisa in tre tempi: il prima, cioè gli anni che precedono la famosa Congiura dei Pazzi, la congiura stessa e i giorni di sangue che ne seguirono, il dopo che non arriva alla morte di Lorenzo, ma che delinea ciò che furono i suoi ultimi anni. Del prima ho già scritto, della congiura non intendo aggiungere altro a quello che già si sa e per il dopo mi limito solo a evidenziare come il raggiungimento, sia pur non ufficiale, del pieno potere segnò in modo negativo, triste, malinconico, angosciante l’ultimo percorso dell’esistenza di questo principe senza investitura. La Congiura è un’opera di rilevante interesse e credo si possa definire come uno dei migliori saggi storici che siano stati scritti; la completezza, quasi maniacale, delle informazioni, il ritmo che sembra assecondare lo svolgimento dei fatti, uno stile che non è mai assolutamente greve e che avvince il lettore, insomma tutti elementi che normalmente sono presenti nel romanzo storico di un grande autore. Qui, tuttavia, è lasciato ben poco spazio alla creatività e preminenti e quasi assoluti restano i fatti, le supposizioni e le interpretazioni dei due storici, inserite in un contesto che fa sì che sembrino più ipotesi formulate all’epoca degli eventi e non a posteriori. Viene da chiedersi se questo sia un saggio storico e indubbiamente lo è, perché i richiami alle abbondanti fonti, elencate in calce, sono continui, ma comunque resta una costruzione snella, ma non per questo incompleta o superficiale, che attira irresistibilmente perché francamente viene spontaneo di continuo chiedersi come si rimedierà a quell’errore, quali mosse saranno intraprese per giungere allo scopo, insomma ci si appassiona come fossero eventi contemporanei e non di più di cinquecento anni fa. Forse - è però una mia ipotesi - a quest’opera calzerebbe meglio la definizione di storia romanzata e meglio ancora di storia narrata.
Se tutto sommato la figura di Lorenzo ne esce un po’ ridimensionata, cioè sì un grande politico, ma anche uno la cui spregiudicatezza lo condusse a non pochi errori, resta inalterata la stima per il poeta, e non a caso il saggio, dopo aver rimarcato gli ultimi anni di un’esistenza che vide il politico solo, angustiato, e in preda a quella malinconia che coglie chi sa che non potrà più cambiare ciò che è stato e che la vita vista da vecchi è più rimpianti che gioie, si chiude con i celebri versi, in apparenza lieti, ma che riassumono lo stato d’animo del Magnifico: “Quant’è bella giovinezza / che si fugge tuttavia / chi vuol esser lieto, sia, / di doman non c’è certezza. “.

La peste - Albert Camus

Devo premettere che in tutta sincerità la decisione di acquistare il libro e di leggerlo è stata influenzata non poco dall’attuale pandemia per Covid 19; probabilmente prima o poi sarebbe dovuto rientrare fra le mie letture, ma certo è che l’evento contingente ha anticipato i tempi.
Come dice il titolo si narra di una epidemia che colpisce la città di Orano in Algeria, un luogo abbastanza anonimo e anche deludente nella sua assenza di attrattive, eppure densamente popolato da duecentomila uomini e donne ignari della tragedia che sta per colpirli e che è preannunciata – ma nessuno riesce a cogliere il segno – dalla comparsa di migliaia di topi che escono dalle loro tane e vengono a morire sulle strade. Finita l’ecatombe dei ratti, inizia la pestilenza, dapprima in sordina e poi sempre più virulenta, uccidendo gli abitanti senza distinzione di sesso e di censo.
Come accade sempre in questi casi, quando si verica un comune dramma, emergono chiari, per quanto antitetici, sintomi di evidente disgregazione e di umana solidarietà. Il vero scopo del romanzo di Camus non è tanto quello di parlarci della pandemia come potrebbe fare qualsiasi giornalista, ma di cogliere gli aspetti sociali e psicologici di chi ogni giorno non solo deve misurarsi con la morte, ma che è costretto a vivere in un regime di semi libertà, che avvilisce e provoca a tratti improvvise e inconsulte reazioni. In questo contesto la fede religiosa, l’incapacità di restare soli, magari perché la persona amata si trova al di fuori della cerchia cittadina che non può essere oltrepassata, la convinzione che si deve fare, nonostante tutto, il proprio dovere finiscono con il diventare gli autentici protagonisti della trama, in contrapposizione al panico, all’indifferenza e peggio ancora all’egoismo stolto e gretto che caratterizza non pochi individui.
Il personaggio principale è il dottor Bernard Rieux, medico di Orano, che annota su taccuini gli eventi di quei giorni di terrore in cui il morbo infuria, ricomprendendovi la descrizione di altri personaggi che presentano le caratteristiche, anche quelle in contrapposizione, che ho descritto sopra. La pestilenza, come è venuta, se ne andrà, provocando tanti morti, fra i quali anche alcuni protagonisti, come Jean Tarrou, un benestante che vive in albergo e che ha un approccio filosofico con la morte del tutto personale, o come Padre Paneloux, un religioso che va cercando un motivo per esserlo. Fra quelli che sii conosceranno nel corso della lettura si salveranno solo il giovane giornalista Rambert che combatte per poter rivedere la proria innamorata lontana e che non può raggiungere, l’umile impiegato Joseph Grand, che ancora ama la moglie che l’ha lasciato e che è alle prese con la stesura di un romazo che molto probabilmente non finirà mai, ma che è tutta la sua vita, e il Dottor Rieux, diviso dalla moglie gravemente ammalata che si trova in cura in un ospedale esterno e che poi morirà, un uomo tenacemente legato al suo lavoro; il medico si prodiga oltre ogni limite per un accentuato senso del dovere, anche se sa che chi può salvare ora con le sue cure un giorno, come tutti, dovrà morire.
La peste è una di quelle opere senza tempo, o meglio sempre attuale, perché in effetti la natura umana, chiamata a esprimersi da un fatto drammatico, si manifesta nelle forme di cui ho accennato, ed è qui la grandezza dell’opera, valida oggi, come fra cento, duecento anni e oltre, anche perché, se si riflette un po’, è una grande metafora di come la violenza e la morte siano una peste in politica, nei regimi totalitari come il nazismo e il comunismo, rappresentando quell’illogicità che ci allontana dalla supremazia del bene sul male.

Le due pipe di Maigret - Georges Simenon

Cosa era andato a fare in quel vicolo cieco in una piovosa giornata di ottobre Louis Thouret, trovato ammazzato con un coltello piantato nel cuore? L’arma e le modalità del delitto avrebbero potuto far pensare a un regolamento di conti negli ambienti della malavita, ma la vittima era un personaggio insignificante, vestito in modo sobrio, fatta eccezione per un paio di vistose scarpe gialle che avevano destato subito l’interesse della moglie, talmente immersa in un grigiore quotidiano da scanzalizzarsi per quel capo di abbigliamento così eccentrico. E poi Thoret era un modesto magazziniere, alle dipendenze di una ditta che, come si scoprirà nel decorso delle indagini, risultava cessata da tempo, circostanza di cui l’uomo non aveva edotto la famiglia, continuando a uscire alla mattina per recarsi al lavoro e a ritornare alla sera. Forse si era trovata un’altra occupazione, migliore della precedente visto che continuava a portare a casa lo stipendio, peraltro leggermente aumentato. Doveva essere un lavoro ben strano il suo, considerato che era stato visto diverse volte, nel corso dei normali orari, seduto su una panchina dei giardini. Insomma, la seconda vita di Louis Thoret, con le scoperte che fanno Maigret e i suoi ispettori, finisce con il diventare l’autentico giallo, e non tanto per a ricerca del colpevole, a cui infine si arriverà con una conclusione non certo illogica, ma che presenta più di un punto oscuro. Pazienza, poco importa, perché in questo romanzo ciò che conta e attrae il lettore è il cercare di sapere chi fosse in realtà la vittima, anche perché una volta rivoltata la sua esistenza come un calzino il movente e il colpevole servono solo a chiudere un’opera che è senz’altro una delle migliori di Georges Simenon con protagonista il celebre commissario Jules Maigret.

La costanza della ragione - Vasco Pratolini

Siamo a Firenze, nell’immediato dopo guerra, e Bruno, a cui è venuto meno il padre nel corso del conflitto, cresce fra le angosce della madre Ivana, timorosa di perderlo, come le è accaduto per il marito, e la figura, di rigorosa moralità, di Miloschi, vecchio amico del padre e che poi è diventato tutore del ragazzo. Si raccontano, nel romanzo, i primi venti anni di vita di questo giovane, con tutti i passaggi tipici del periodo, con i primi ideali e ovviamente anche i primi amori. E se ci si basasse solo su questo si potrebbe parlare solo di un tipico romanzo di formazione, ma non è da Pratolini scrivere senza proporre qualcosa di diverso e peraltro non campato in aria, perché, accanto a un atteggiamento dei suoi vecchi che si lasciano travolgere dalla vita, con una atavica rassegnazione, incapaci di reagire, lui, Bruno, cerca di continuo una risposta logica alle sue inquietudini giovanili, anche per non affondare nel grigiore quotidiano di chi è più avanti negli anni e che, senza sentirsi uno sconfitto, non ha però più voglia di combattere.
In questo lavoro di Pratolini siamo un po’ al di fuori delle sue classiche tematiche, nel senso che non si tratta più di un romanzo corale, e del resto anche l’ambiente è diverso, perché pur restando la città Firenze non si svolge in un antico rione popolare, ma in una nascente periferia.
Peraltro stupisce in quest’opera una ricerca intimistica, anziché una rappresentazione sociale, come se l’autore per una volta avesse voluto tralasciare la sua passione politica, che però non è assente nel romanzo, pur non risultando dominante. Pratolini, comunque, non sarebbe Pratolini se non avesse nei suoi intenti uno scopo, un fine; che si tratti di un desiderio di riscatto delle classi più deboli, o della trepidazione propria di chi cerca di dare risposte ai perchè della vita, è ben presente nell’autore la necessità di non creare soio un lavoro di semplice svago, ma di riflettere l’essenza di sé, di proporsi alternativamente a un mondo esterno che quasi mai è di suo completo gradimento.
Se Bruno, ricorrendo allo stretto pragmatismo, è convinto di avere le risposte che gli premono, ne uscirà sconfitto, perché il mondo può presentare aspetti spiegabili con la ragione e altri no, perché i sentimenti non sono formule matematiche, ma passione. Dovrà anche lui patire la sconfitta, ma ha maturato la sua esperienza, ha costruito quella struttura fatta di gioie e dolori, di ansie e sereni momenti, di logicità e illogicità grazie alla quale potrà meglio affrontare la vita.
La costanza della ragione non è probabilmente un capolavoro, ma è comunque un’opera di notevole valore.

Vedi tutti

Ultimi post inseriti nel Forum

Nessun post ancora inserito nel Forum

I miei scaffali

Le mie ricerche salvate

Non vi sono ricerche pubbliche salvate