RENZO MONTAGNOLI

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Macaroni - Francesco Guccini, Loriano Macchiavelli

Che in poco tempo in un paesino dell´Appennino ci siano quattro morti sospette è già di per sé una serie di eventi insolita, ma che poi si tratti di omicidi ha addirittura dell´incredibile. Il maresciallo dei carabinieri Santovito, esiliato lì per uno sgarro che probabilmente aveva a che fare con il fascismo all´epoca al potere, brancola nel buio e l´unica ipotesi che gli sembra plausibile è che si tratti delitti collegati a opera di una sola persona. Peraltro trova non poche difficoltà nel corso delle indagini a causa di una certa omertà che vede gli abitanti del paese tacitamente uniti. C´è chi qualcosa sa, c´è chi certamente sa molto, come il parroco di un vicino paese, ma sta di fatto che nessuno vuole parlare. E´ questo silenzio, è questa diffidenza che soprattutto fanno andare in bestia il tutore della legge che si mette a fare la voce grossa, ma che soprattutto cerca di entrare nella psicologia degli abitanti, fra i quali ci sono una contessa che fa una vita ritirata, c´è una sua bella cameriera che fa girar la testa agli uomini e particolarmente all´appuntato dei carabinieri, c´è Bleblè il compagno del maresciallo al tavolo delle carte in osteria, insomma un campionario di varia umanità in cui troveremo due delle vittime, mentre le altre due, un parroco e il precedente maresciallo dei carabinieri, sono già cadaveri a inizio romanzo.
In realtà c´è qualcosa che sembra accomunare gli assassinati che per un motivo o per l´altro sono stati in Francia, dove i nostri emigranti (un tempo eravamo noi a cercare di scappare dalla miseria) erano chiamati dai locali Macaroni, anzi Macaronì, con l'accento sulla i.
Sarà un´indagine difficile, legata a un paio di fatti accaduti molti anni prima, tanto che per buona parte del libro ricorrono capitoli flashback, però molto ben inseriti, tanto che non danno fastidio e anzi si fanno apprezzare, però, come in ogni giallo che si rispetti, nella partita combattuta fra la legge e il colpevole questo finirà con il soccombere con una conclusione forse imprevedibile, ma perfettamente logica.
Con Macaronì abbiamo a che fare con un poliziesco che non scimmiotta le analoghe produzioni americane, ma che è strettamente legato al nostro paese, con ambientazione nostrana e protagonisti che sono schiettamente italiani. Non ci saranno scene di violenza, inseguimenti e sparatorie, ma l´atmosfera tesa di un paese che scopre dentro di sé un assassino e che pur tuttavia non vuole ammetterlo è resa in modo splendido.
E´ proprio per questo che la lettura, assai piacevole, è senz´altro consigliata.

Delitto impunito - Georges Simenon

Elie è uno studente lituano, molto povero, che studia matematica a Bruxelles e che vive in una pensione dove da tempo è instaurato un ordine chiuso e proprio per questo a maggior ragione gradito a lui che, brutto e goffo, non riesce ad accettare la sua condizione L´arrivo di un nuovo pensionato, Michel, rumeno ed ebreo come Elie, ma di eccellenti condizioni economiche, finisce con il turbare la realtà immobile, a spezzare l´apparente equilibrio di un individuo la cui povertà non è causa del suo malessere. E allora occorre ripristinare l´ordine precedente, ed Elie macchina, macchina finché arriva a una soluzione. Mi fermo qui, perché trattandosi di un noir andare avanti significherebbe privare il lettore del piacere della scoperta e di scoperte non ne mancano, con due clamorosi colpi di scena.

Simenon allestisce un romanzo in cui l´analisi psicologica dei personaggi è preponderante, tanto che che è solo grazie a essa che si possono comprendere le origini di certi comportamenti; in questo campo l´autore belga è indubbiamente assai bravo e così anche in Delitto impunito ci fornisce una visione approfondita di un personaggio complesso quale Elie che detesta quegli individui che hanno ciò che lui desidera possedere, ma che non ha, arrivando al punto di odiarli. Per il resto è un libro con una trama molto ben congegnata che si legge con grande piacere e che se non può definirsi un capolavoro, è pur tuttavia un´opera eccellente scritta nel periodo in cui il suo autore viveva negli Stati Uniti e infatti la seconda parte si svolge in quella nazione.

Imperatrix - Edgarda Ferri

Dopo aver letto questo libro occorre riconoscere a Edgarda Ferri un´ulteriore capacità e cioè quella di scrivere un´opera in presenza di notizie biografiche limitate. Sì, perché Flavia Giulia Elena, madre di Costantino, è un personaggio di cui non si sa molto, nel senso che le fonti sono poche e tutte legate alla figura del ben più noto figlio. Le origini, invece, sembrerebbero acclarate ed erano senz´altro umili, in quanto di professione stabularia, cioè locandiera dell´epoca, ma considerata, grazie anche ai buoni uffici della Chiesa cattolica, una buona donna, un´eccezione, vista la cattiva fama di chi svolgeva quel lavoro. Fu inoltre artefice del ritrovamento della Croce del Cristo durante un pellegrinaggio in Terra Santa e anche per questo venne santificata, fermo restando che il maggior pregio era l´aver messo al mondo colui che non solo agli inizi legittimò il diritto dei cristiani di professare liberamente la propria religione, ma che poi la consacrò religione ufficiale dello stato. Nell´impossibilità di scrivere un´accurata biografia, Edgarda Ferri ricorre, per introdurre l´argomento, a un artificio, alla scena di un pittore, Piero della Francesca intento a dipingere un affresco nella cappella del coro di San Francesco ad Arezzo mentre discute con un frate dell´oggetto dell´opera, il famoso polittico della leggenda della vera Croce, dove compaiono, fra altri, sia Costantino che Elena. Un po´ poco, si potrà dire, e non si sbaglierebbe, e allora Edgarda Ferri, nel mentre con le scarne notizie su Elena imbastisce un racconto, ricorre alle risultanze storiche per descrivere l´epoca, i protagonisti delle lotte intervenute dopo le dimissioni dell´imperatore Diocleziano nel contesto della tetrarchia in cui era stato diviso l´immenso impero romano, fra le quali non poteva mancare quella fra Costantino e Massenzio, da tutti ben conosciuta nella conclusione con la battaglia di Ponte Milvio e il famoso prodigio della Croce in cielo "in hoc signo vinces".
In questa coesistenza, che spesso si intreccia, fra romanzo storico e saggio storico si snoda il lavoro di Edgarda Ferri e riesce a interessare il lettore che se arrivato all´ultima pagina forse non ha appreso molto sulla figura di Elena, però di certo ha le idee un po´ più chiare del periodo confuso della tetrarchia.
Si potrà obiettare che Edgarda Ferri ha scritto di meglio, ed è vero, però con lo scarno materiale a disposizione ha fatto molto e questo è senz´altro il pregio che dobbiamo riconoscerle per questo libro.

Malastagione - Francesco Guccini, Loriano Macchiavelli

Un bracconiere sta in attesa della preda, un cinghiale commissionatogli dalla trattoria locale, ma quando questa arriva ed è a portata di un colpo sicuro, non riesce a premere il grilletto perché la bestiaccia ha in bocca qualcosa che si rivela essere un piede umano. Inizia così Malastagione, un romanzo giallo scritto da una coppia affiatata, e cioè il cantautore Francesco Guccini e Loriano Macchiavelli. E´ ambientato sull´Appennino emiliano, a Casedisopra, tutto attaccato, mentre esiste un Case di Sopra presso Castelnovo de´ Monti e nulla vieta che si tratti della stessa località. L´ambiente naturale e le stesse genti che lo abitano fanno da palcoscenico e attori di questa rappresentazione, in cui la fantasia non manca, ma senza eccessi, nel senso che la trama, ben congegnata, scorre sotto gli occhi lettore come un fiume tranquillo. Peraltro i due narratori sono capaci di avvincere senza angosciare il lettore, privilegiando a scene di violenza o truculente una cronaca nera che sembra smorzare le tensioni in un paesaggio montano rassicurante e perfino idilliaco. Il personaggio principale è il detective di turno, vale a dire l´ispettore della forestale Marco Gherardini, detto Poiana, capace di indagare con rigorosa logica; intorno a lui si affannano tanti altri attori, ognuno con caratteristiche ben definite, anche se la descrizione psicologica resta in superficie. Così si va dalla ragazza di città ribelle, Francesca Bordini, che instaura anche una storia amorosa con l´ispettore, al vecchio bracconiere Adumass, e non sto a elencarli tutti, per ovvi motivi di spazio. Come ogni giallo che si rispetti ci sono dei morti ammazzati e ovviamente chi ha commesso questi omicidi e che alla fine sarà assicurato alla giustizia. I due narratori sono bravi a confondere le acque, a far balenare una motivazione dei delitti che si rivelerà poi sbagliata, sostituita da un´altra di ineccepibile logica. Il piccolo mondo di paese, una comunità montana, l´Appennino con le sue basse cime, ma popolato da tanti animali sono tutti elementi che rientrano nel mio apprezzamento; anche la trama nel complesso mi ha soddisfatto, così come una certa ironia che affiora qua e là, una vera e propria chicca. Di certo non mi aspettavo qualcosa di particolarmente profondo, e così è stato; comunque per per trascorrere piacevolmente un po´ di tempo Malastagione è senz´altro adatto.

Il ghostwriter - Robert Harris

Ho già scritto in una precedente recensione che Robert Harris alterna romanzi veramente riusciti ad altri più modesti; è stato così per V2 e per Archangel, lavori indubbiamente di impegno, ma in cui l´autore non è riuscito a concretizzare in modo convincente la sua notevole creatività, complicando storie che, se fossero state più semplici, sarebbero riuscite senz´altro meglio.
E´ anche questo il caso di Il ghostwriter, nato da un´idea indubbiamente originale, con un ghostwriter che viene assunto con lo scopo di completare le memorie di Adam Lang, il premier inglese più longevo, ma anche più controverso dell´ultimo mezzo secolo. Purtroppo per scrivere deve sapere e per sapere deve fare domande, così che scopre parecchi segreti, molti di più di quelli che il politico vuole rivelare, segreti che devono rimanere tali per non alterare gli equilibri mondiali al punto che hanno il potere di uccidere.

E´ una vicenda che parte quasi in sordina, ma poi ha degli sviluppi imprevedibili che dovrebbero costituire l´attrazione di quello che a tutti gli effetti, fino all´ultima pagina, si rivela essere un thriller, con la partecipazione nell´ombra della CIA, impegnata a conservare l´egemonia mondiale degli Stati Uniti.
Il tema, quando la trama diventa più scottante ed enigmatica, assume caratteristiche di un qualcosa di non ben definito e lascia spazio a tante ipotesi in cui è facile perdersi; il romanzo presenta queste caratteristiche, che possono essere un pregio se condotte con mano sicura e invece un difetto se chi scrive non ha le idee ben chiare di quel che intende fare e soprattutto di come farlo. La stessa complessità la si trova anche nel film L´uomo nell´ombra tratto dal libro (regia di Roman Polanski e Orso d´Argento al Festival di Berlino), ma lì c´è la possibilità di vedere scene d´azione, magari ci si lascia attrarre da una suspense marcata che nell´opera cartacea non è ricreata con particolare abilità, proprio perché la vicenda è troppo complicata e, fra l´altro, ha dei passaggi che tendono un po´ a disorientare quando finalmente si è creduto di aver capito tutto. Insomma, per farla breve, pur considerando il romanzo meritevole di lettura come svago, posso concludere che Harris ha scritto di meglio. Quindi è inutile attendersi chissà che cosa, meglio accontentarsi di sapere che può far trascorrere un po´ di tempo alla ricerca di una soluzione del thriller che tuttavia non può essere considerata del tutto logica.

Dove vola la polvere - Nguyễn Phan Quễ Mai

Quanto mi aveva entusiasmato Le montagne che cantano, tanto mi ha deluso Dove vola la polvere. Intendiamoci, non è che questo libro sia scritto male, ma è che la trama e soprattutto il tocco di grazia del primo non sono riscontrabili nel secondo, con una storia più convenzionale e, soprattutto, con quel profumo d´oriente e di pulito che si è smarrito. Non è la prima volta che nella produzione letteraria di un autore a un´opera di rilevante livello ne segue una più modesta, per quanto ancora accettabile. Va dato atto alla narratrice che si è impegnata a parlare delle conseguenze di una guerra che non guardano in faccia nessuno, né il vincitore, né il vinto. Però se questo è un argomento particolarmente caro agli americani, il cui impegno in Vietnam è costato sangue e dolore, per non parlare delle nevrosi dei reduci, si è persa quell´atmosfera del primo libro; infatti lì la famiglia era al centro di tutto e non a caso esprimeva una filosofia con molta probabilità tipicamente orientale, in forza della quale una vita è possibile dopo la morte se si resta nel ricordo di qualcuno, il che fa apparire ciascun membro di una famiglia come un anello indissolubile di una lunga catena che è fatta di nascite e morti, ma che è anche una traccia evidente di quanto siamo stati, mai inutili e sempre necessari. Purtroppo, complice la trama, si è persa l´atmosfera, è venuto meno quel misticismo che è possibile raggiungere in unione con la natura e perfino lo stile, prima snello, ma non povero, ne ha risentito, con una scrittura più americana che asiatica.
Il libro si può senz´altro leggere, potrà anche piacere, ma l´inevitabile confronto con il precedente lo vede soccombente.

L'inferno di Treblinka - Vasilij Grossman

Vasilji Grossman durante la seconda guerra mondiale fu un corrispondente di grande popolarità, i cui reportage erano pubblicati sull´organo ufficiale dell´Armata Rossa Krasnaja zvezda (Stella rossa). Nell´ambito di questo incarico scrisse nell´autunno del 1944 L´inferno di Treblinka, subito dopo la liberazione del campo, grazie alle testimonianze dei pochissimi superstiti, degli abitanti del circondario e addirittura delle stesse guardie.
Treblinka era il vero e proprio campo della morte, in cui gli ignari ebrei entravano per essere pressoché immediatamente eliminati. In questo senso era una struttura perfetta, perché impostata come un ciclo produttivo, quello che oggi viene definito un macello o mattatoio, ma in cui vengono soppressi solo animali. Lì invece erano esseri umani, a cui con una diabolica perversione era paventata l´orribile fine gradualmente, facendo sorgere il sospetto passo dopo passo fino ad arrivare alla certezza degli ultimi metri. Percorrevano un viale senza ritorno, nudi, verso le camere a gas, ma lungo il percorso c´era chi si divertiva a usare altri metodi, come martellate sul cranio, o aizzando cani feroci che dilaniavano le carni.
Si inorridisce, ovviamente, perché si sa che non è un romanzo di fantasia, ma è la verità; ci si preoccupa anche perché Treblinka è il risultato di una politica dello sterminio nata in uno stato che avrebbe dovuto essere civile, che non avrebbe dovuto partorire simili aberranti idee, né mettere al suo servizio individui che nel commettere il crimine facevano emergere anche le loro folli inclinazioni, tendenze omicide che venivano incentivate, anziché essere condannate.
Sarebbe troppo comodo dare la colpa solo a Hitler, perché il dittatore senza il supporto di molti altri nulla avrebbe potuto fare e questi molti altri si erano costruiti una filosofia della superiorità che consentiva loro di considerare quelli diversi da loro delle bestie, quando invece le bestie erano quegli uomini che nel teorizzare una razza superiore dimostravano con i fatti tutta la loro enorme inferiorità.
A Treblinka venne eliminato un numero imprecisato, ma notevolissimo di uomini, donne, bambini, esseri umani accomunati dalla stessa religione.

Comunque, alcuni degli addetti alla bassa manovalanza, costretti a collaborare con le SS, certi che prima o poi sarebbero stati uccisi, decisero di ribellarsi, dando vita a un comitato che con un po´ di fortuna si procurò le armi dallo stesso deposito del campo e il 2 agosto del 1943 scoppiò la rivolta, che ebbe successo, anche se i ribelli, fuggiti nelle campagne circostanti, furono braccati ed uccisi, tranne un piccolo gruppo. Da allora Treblinka cessò di funzionare e si fece di tutto per cancellarla in modo che non rimanesse traccia, un´operazione impossibile, perché non si poteva costringere al silenzio chi era sopravvissuto. E poi, nonostante il ricorso ai forni crematori, troppi erano ancora i cadaveri sotto terra e bastava scavare, di qua e di là, per rendersi conto dell´orrendo scempio.
Grossman è bravo, e questo già lo si sapeva dagli altri suoi libri, ma in questo mette una partecipazione che è contagiosa, tanto che scorrono davanti agli occhi le immagini dell´orrore, un vero e proprio pugno nello stomaco che si contorce fino alla fine delle, per fortuna, solo 79 pagine.

Francesco e Isabella - Luca Sarzi Amadè

Che Francesco II Gonzaga e Isabella d´Este siano stati due personaggi di tutto rilievo nell´Italia del Rinascimento è ormai da tempo assodato e tutti gli storici sono concordi al riguardo, anche Luca Sarzi Amadè che ha dissertato di queste due eminenti figure con questo libro che a tratti potrebbe sembrare un romanzo storico, ma che per la completezza delle informazioni, gli approfondimenti assai frequenti ha più le caratteristiche di un saggio storico, scritto però con una scorrevolezza e una capacità di attrazione che è propria normalmente della narrativa. I due personaggi sono completamente diversi, lui

un uomo d´armi che ama anche la bellezza dell´arte, restando tuttavia in superficie, lei una gran dama, letterata, colta, conscia di essere in grado, nonostante il suo sesso, di essere la protagonista di un´epoca; ma la diversità in due figure che sono l´emblema di un´epoca fa sì che si integrino, così che lui si lascia consigliare da lei e lei supplisce al pragmatismo del marito con le sottigliezze di una politica consumata.
E´ grazie a Francesco e a Isabella se Mantova diventa una delle grandi capitali europee e non muore nei miasmi della palude di una pianura altresì gratificante di messi ubertose.
Luca Sarzi Amadè riesce a mettere bene in luce queste differenze che tuttavia non stridono, anzi diventano complementari per accrescere il prestigio del marchesato e per difendere la propria libertà in un´epoca in cui i grandi regni cercavano di divorare anche le piccole signorie, come appunto Mantova. Tuttavia la loro storia, per quanto ben descritta, non porterebbe a comprendere la loro importanza se non fosse inserita perfettamente in quel contesto storico, se non emergessero altre figure, direttamente o indirettamente collegate ai Gonzaga, e allora è un continuo susseguirsi di personaggi del tempo, fra i quali, solo per citarne alcuni, Leonardo, Raffaello, Mantegna, Ludovico Ariosto, Baldassarre Castiglione, tutte figure che escono dalle tenebre del passato e che illuminano con la loro luce i due protagonisti. E´ bravo l´autore, però a volte si lascia prendere la mano e fa cadere in un vortice di personaggi, beninteso tutti interessanti, ma che complicano un po´ la lettura, rischiando di perdere il filo. E´ l´unico appunto a un´opera la cui completezza è indubbiamente notevole e la cui lettura permette non solo di conoscere meglio Francesco e Isabella, ma anche di comprendere i meccanismi, il senso logico di quella grande epoca che è stata il Rinascimento.

Conclave - Robert Harris

Dopo l´ultima pagina, nei ringraziamenti, Robert Harris precisa opportunamente che, all´inizio delle indispensabili ricerche per scrivere il romanzo, di aver chiesto e di aver ottenuto il permesso per visitare i luoghi in ci si svolge il conclave; aggiunge inoltre di aver avuto conversazioni con diversi eminenti cattolici per poter avere ulteriori notizie, senza dimenticare le opere di altri autori in proposito e che cita testualmente.
In effetti il lavoro preparatorio deve essere stato molto intenso perché nel libro si ha netta l´impressione di essere presenti a un conclave e che, al di là della trama di fantasia, tutto il resto corrisponda a realtà, un risultato indubbiamente notevole ed encomiabile.
Quando muore un pontefice c´è una procedura particolare per eleggere il suo successore e questa è il conclave e il romanzo del resto inizia con l´intervenuto improvviso decesso del Santo Padre e di conseguenza, una volta terminato il periodo per le esequie, con l´avvio della procedura per l´elezione del successore, compito del cardinale decano, l´italiano Lomeli. Inizia così una fase in cui si confrontano opposte fazioni per arrivare a designare il vincitore delle votazioni, il tutto senza esclusione di colpi. Premetto che ne accadono di tutti i colori, già dall´inizio con l´aumento di una unità dei cardinali votanti, a seguito dell´arrivo dell´arcivescovo di Bagdad, Benitez,nominato cardinale in pectore dal defunto pontefice.

I colpi bassi non mancano, ma Lomeli è un uomo che ama la verità e che persegue con ogni mezzo, visto anche che non ha ambizioni per diventare Santo Padre, ma poco mancherà che lo diventi.
Ad uno ad uno i candidati che sembrano prossimi a giungere al risultato cadranno, vittime di loro segreti inconfessabili, e non mancano fattori esterni, quali un´autobomba che esplode poco lontano dalle mura vaticane e altri attentati indirettamente rivolti alla Chiesa cattolica che provocano numerosi morti.
Eppure lo Spirito Santo finisce con lo scendere sul capo dei cardinali votanti e alla fine ci sarà un plebiscito per un nome nuovo, una persona indubbiamente meritevole, molto pia e degna di rappresentare l´Istituzione della Chiesa Cattolica. Si tratta di un uomo del tutto privo di difetti, tranne uno...
Il romanzo si legge come un thriller, anche se di morti ammazzati non ce sono, ma è anche vero che le parole a volte possono ferire più di una spada.
L´abilità di Robert Harris è fuori discussione e il libro si legge quasi tutto d´un fiato, avvincendo dalla prima all´ultima pagina..

La grande caccia - Ben Pastor

Continuano le avventure di Elio Sparziano, con un nuovo episodio, che, se non vado errato, è il quinto della serie. Questa volta è incaricato dall’imperatore Galerio di trovare un tesoro; si tratta dell’oro dei Maccabei e proprio per questo motivo lo storico, nonché soldato, percorre le strade della Palestina del IV secolo d.C., incontrando località che sembrano uscite dalle pagine dei Vangeli. Al riguardo l’abilità di Ben Pastor, nelle accurate descrizioni e ambientazioni, è a dir poco straordinaria; si respira proprio un’aria di altri tempi e non ci si meraviglierebbe di incontrare colui che fu chiamato il Messia, all’epoca non più su questa terra da circa quattro secoli.
In ogni caso ci troviamo di fronte come sempre a un thriller, che è stato abilmente confezionato, come del resto i precedenti. Se lo scopo di questa nuova missione è la ricerca del tesoro, ufficialmente invece Elio Sparziano è lì in Palestina per censire i cristiani e riconvertirli alla religione ufficiale. Già i due incarichi si presentano complessi, ma c’è un’ulteriore difficoltà, perché al tesoro dei Maccabei mira anche Costantino, notoriamente ambizioso e pronto a succedere sul trono. C’è quindi la concorrenza di Elena, madre appunto di Costantino, femme fatale e priva di scrupoli, che sta brigando non poco per arrivare per prima a mettere le mani sull’oro. Ed è proprio la ricchezza e il desiderio di impadronirsene il motore di questa storia, punteggiata di morti misteriose e in cui sono presenti inganni, ma anche fedeltà, nonché il coraggio di chi è disinteressato, ma opera per l’imperatore, sempre al servizio di Roma.
Non vado oltre, un po’ perché la vicenda è particolarmente intricata e correrei il rischio di dovermi dilungare eccessivamente, un po’ perché privare il lettore del piacere della scoperta significherebbe attenuare l’attrazione del libro, che non è poca, anzi è notevole. Se la Terra Santa è descritta con abilità, se sembra di essere spesso presenti alla vicenda, elementi ovviamente positivi e qualità proprie di Ben Pastor, tuttavia devo lamentare una certa lunghezza; 664 pagine infatti non sono certo poche ed è pressoché impossibile mantenere un ritmo costante così a lungo, tanto che a volte, magari per una certa pedanteria nel parlare di un panorama o nel descrivere anche usi e costumi, si viene a instaurare una certa pesantezza che, senza nulla togliere al piacere della lettura, tuttavia induce a fare in fretta, quasi a sorvolare su alcune pagine. Per farla breve, forse sarebbe stato meglio se l’opera fosse risultata meno corposa, perché la gradevolezza sarebbe risultata senz’altro superiore.

Schiavi di Hitler - Mimmo Franzinelli

L’armistizio dell’8 settembre 1943 da un lato pose fine al conflitto fra le truppe alleate e quelle italiane, ma dall’altro determinò la tragedia dell’occupazione tedesca e della guerra civile con la nascita della Repubblica di Salò. Si è sempre messo in risalto, giustamente peraltro, il movimento partigiano, un fenomeno di grande rilevanza a livello europeo e che indubbiamente diede il suo contributo, non trascurabile, alla vittoria degli anglo americani, mentre, pur riconoscendone l’importanza, non è stato a lungo attribuito il giusto merito ai tanti soldati italiani catturati dai nazisti e rinchiusi nei lager tedeschi. Ebbene, nonostante che a essi (all’incirca 750 mila) fosse offerta l’opportunità di arruolarsi nell’esercito tedesco, di far parte del nascente apparato militare fascista, oppure di diventare lavoratori volontari, solo una minoranza aderì. Gli altri, una maggioranza schiacciante, per quanto debilitati dalla fame, dalla pressoché totale assenza di cure mediche e dai vincoli della restrizione, tanto più evidenti ove si consideri che non furono trattati come militari prigionieri – e questo come ritorsione per il maldestro tradimento del re e di Badoglio – non accettarono e in una sorta di reazione necessariamente senza armi non intesero collaborare per portare vantaggi allo stato nazista. Molti morirono, altri contrassero malattie che li segnò per il resto della loro vita, ma questa torma di scheletri cenciosi diede una dimostrazione di resistenza passiva quale non si ebbe modo di vedere in tutto quel conflitto. Non bastarono le lusinghe, come gente che pranzava lautamente davanti agli affamati, né furono sufficienti le minacce, così che in un atteggiamo non certo preorganizzato, bensì spontaneo, gli internati militari italiani diedero prova di grande coesione, nonché, soprattutto, di una maturità impensabile per gente che era stata allevata a “libro e moschetto”.
Quindi mi sembra che parlare di loro sia un valido modo non solo per portare a conoscenza dei posteri il valore del loro grande gesto, ma anche per tributare in tal modo il riconoscimento che è più che doveroso; furono partigiani senza armi, esseri umani che non si piegarono, un fulgido esempio di eroismo silenzioso. Mimmo Franzinelli ha fatto bene a scriverne con questo libro dove riporta tutto, proprio tutto, dall’armistizio allo sfacelo del Regio Esercito, dalle catture dei nostri militari in Italia e nelle zone di occupazione all’impatto con il Lager, dal collaborazionismo alla totale impunità degli aguzzini degli IMI (Internati militari italiani), insomma non si tratta di un volume in cui ci si limita a fornire qualche notizia, restando in superficie, perché quando necessario, e la cosa è frequente, l’autore va in profondità. Non manca, come si addice a uno storico, l’elenco delle fonti ed è possibile trovare perfino un piccolo corredo fotografico inerente la vita concentrazionaria, oltre a testimonianze scritte, come i diari di prigionia. Di conseguenza si riesce ad avere un quadro ampio e preciso di quel che fu un’autentica tragedia, attese le sofferenze patite, a dispetto delle false notizie diffuse in Italia dalla Repubblica di Salò, secondo le quali i nostri militari internati sembrava dovessero trovarsi in villeggiatura.
Purtroppo, come è abitudine consolidata nel nostro paese, questi coraggiosi soldati non hanno avuto il riconoscimento dell’importanza del loro gesto, e questo nonostante i reduci si siano resi parte attiva; quindi il libro di Franzinelli, unitamente ad altri che hanno parlato solo abbastanza recentemente dell’argomento, ha il grande merito di aver sollevato la polvere di un tempo, che è trascorso tacendo ai posteri fatti della nostra storia di rilevantissima importanza, come è proprio questo.
Da leggere, senz’altro.

La Resistenza delle donne - Benedetta Tobagi

Sono state almeno settantamila le donne che hanno partecipato, in diversi ruoli, alla Resistenza; benché il numero sembri elevato, non è gran cosa se rapportato alla popolazione femminile dell’epoca, ma, come rilevato nel saggio di Benedetta Tobagi intitolato La Resistenza delle donne, queste furono senz’altro di più se vi si ricomprendono le centinaia di migliaia che nei giorni immediatamente successivi alla dichiarazione d’armistizio dell’8 settembre 1943 si adoperarono, spesso con grave rischio per la loro vita, a soccorrere i nostri soldati fuggiaschi, fornendo loro gli indispensabili abiti civili. Quest’ultimo fenomeno è quasi sempre trascurato, ma è di notevole importanza, perché in tal modo molti nostri militari evitarono la cattura e la deportazione, andando poi spesso a ingrossare le file dei partigiani; c’è da rilevare, inoltre, che fu un comportamento spontaneo, che non vi fu nulla di organizzato, dato tanto più rilevante ove si consideri che l’Italia era già stremata dalla guerra e che le donne italiane erano più condizionate degli uomini nell’assumere decisioni, e non solo per l’indottrinamento fascista, ma anche per una radicata convinzione di subalternità, frutto di una mentalità maschilista e di una visione ecclesiastica tendenti a ritenere la femmina inferiore al maschio.
Di libri che spiegano il fenomeno della Resistenza, le sue origini, le sue caratteristiche con rigore scientifico non ce ne sono molti e quindi non si può che plaudire a questo saggio della Tobagi anche se è limitato alla figura femminile, che però fu di non poca importanza. La maggior parte delle donne svolgevano il lavoro di staffetta, portavano giornali antifascisti, opuscoli, armi, munizioni, esplosivi, passando per i posti di blocco e non poche furono scoperte, arrestate, sottoposte a sevizie, fucilate oppure inviate nei lager in Germania. Se per un uomo la cattura voleva dire tortura certa e forse anche la morte, per le donne purtroppo quasi sempre c’era lo stupro, un’esperienza che segnò per sempre le vittime, le cui superstiti spesso non osarono raccontarlo nel dopo guerra vista la mentalità vigente soprattutto allora e che additava quasi al pubblico rimprovero la femmina disonorata.
Benedetta Tobagi per la stesura del libro si è avvalsa di interviste, di fotografie reperite negli archivi, di testimonianze di terzi, arrivando a completare un grande quadro che vede le donne protagoniste, riuscendo perfino a parlare di alcune che, per indubbie capacità, finirono con il comandare dei reparti misti, o di soli uomini, un che di impensabile in un paese che riconobbe al sesso femminile il diritto di voto solo nel 1946.
Risulta così un quadro abbastanza completo relativamente alla presenza e all’importanza delle donne nella resistenza, con una narrazione che a volte presenta la tipicità del saggio storico, mentre in altre sembra lasciare un certo spazio alla creatività pur partendo da dati effettivi; questo dualismo non nuoce all’opera, anzi è in grado di rendere snella la scrittura, a tutto beneficio di chi legge. Tuttavia, Benedetta Tobagi qualche volta si lascia prendere la mano e appare ripetitiva, circostanza che rende noiose alcune pagine e finisce con il distogliere l’attenzione.
Nel complesso l’opera appare meritevole di lettura e in questo senso penso che il riconoscimento che ha avuto con il Premio Campiello 2023 sia meritato.

La casa di Giulio Romano - Edgarda Ferri

Edgarda Ferri ha la straordinaria abilità di far rivivere i personaggi di cui scrive la biografia; che si tratti di Letizia Bonaparte, la madre di Napoleone, o di Baldassarre Castiglione, il fine diplomatico dei Gonzaga, emergono prepotenti dalle righe, si delineano davanti ai nostri occhi, tanto da apparire presenti, quasi figure che prendono corpo poco a poco accanto a noi. E’ anche questo il caso di Giulio Pippi, detto Romano, il più capace allievo di Raffaello Sanzio, che da Roma, aderendo all’invito di Federico Gonzaga, si recò a Mantova, città che lui abbellirà e che divenne la sua nuova patria, coniugandosi con una mantovana e lì dimorando in una casa, tuttora esistente e di proprietà privata, costatagli mille scudi d’oro, come nelle prime pagine dice a Giorgio Vasari giunto nella città lombarda per prendere appunti per il suo libro “Le vite dei più eccellenti architetti, pittori et scultori italiani” e fra questi artisti non poteva mancare il più grande, proprio lui Giulio Romano.
Per un genio come il prediletto fra gli allievi di Raffaello il periodo mantovano fu il più fecondo della sua esistenza, con la possibilità di concretizzare il suo grande genio creativo, in un flusso continuo di idee che derivava anche dalla comunione con il carattere del Signore di Mantova, tutto teso alla ricerca del bello. Ed è così che nacque dalle vecchie scuderie il palazzo di rappresentanza, ma anche luogo d’amore con l’amante Isabella Boschetti; il Te, così verrà chiamato prendendo il nome dall’isola, poi resa unica con la terraferma, su cui fu eretto, da un lato è l’emblema di una signoria che vuole distinguersi non tanto per la potenza quanto invece per l’amore per le arti, dall’altro è un laboratorio in cui Giulio Romano dà sfogo alla sua creatività, realizzando, con l’aiuto dei pittori della sua scuola, affreschi di una bellezza incredibile, quali la celeberrima sala dei Giganti. Indubbiamente Federico II molto aveva preso dalla madre Isabella d’Este in ordine alla passione per le arti, con la differenza che aveva un carattere più impetuoso che riflessivo, e così s’imbarcava in imprese piuttosto onerose, tanto che per le tasse i mantovani si immiserirono; in particolare una grande uscita di denaro ci fu per i festeggiamenti per la venuta dell’imperatore Carlo V, festeggiamenti organizzati e realizzati ovviamente da Giulio Romano, che alla morte del suo amato duca, avvenuta nel 1540 per colpa del “mal francese”, ebbe l’intenzione di tornarsene a Roma, ma trovò la ferma opposizione del reggente, il cardinale Ercole Gonzaga, che continuò a commissionargli lavori senza discutere sul prezzo, analogamente a quanto aveva fatto il fratello Federico II.
Impreziosito da numerose fotografie delle opere realizzate dall’architetto e pittore romano, il libro, anche per il numero ridotto di pagine, si legge velocemente e con grande piacere, consentendo un’escursione in un mondo lontano i cui monumenti testimoniano la grandezza di una casata ormai estinta.

Venezia prima di Venezia - Giorgio Ravegnani

Credo che chiunque abbia un minimo di curiosità storica ami conoscere l’origine del paese o città in cui abita, radici che possono aiutare a capire molte cose, dalla toponomastica al carattere di chi vi risiede. Se poi questa località è Venezia, splendida e misteriosa al contempo, unica nel suo genere, il desiderio di conoscenza diventa una necessità. Fu un piccolo nucleo sorto su un’isoletta della laguna e poi nei secoli allargato? Fu una serie di piccoli insediamenti poi coalizzatisi? Le possibilità sono tante, ma mai come in questo caso appare difficile una risposta certa; ne è ben consapevole Giorgio Ravegnani che con questo interessantissimo saggio cerca, tra tante ipotesi, di trovare quella che più dovrebbe avvicinarsi alla verità. Fra le molte supposizioni si sa per certo che Venezia nacque Bizantina e tale rimase a lungo, anche se il mito, sempre presente soprattutto quando c’è un alone di mistero, dice che fu fondata in un luogo deserto, sabbioso e paludoso, all’epoca dell’invasione di Attila quando gli Unni invasero la terraferma e distrussero Aquileia. Non credo mai in toto alle leggende, ma non mi nascondo che quasi sempre hanno un fondo di verità, e quindi non è improbabile che primi nuclei di uomini si siano insediati in laguna per sfuggire ai pericoli di invasioni barbariche, fra mille difficoltà date anche dall’insalubrità dei luoghi. Tuttavia Venezia era già conosciuta in epoca romana, tanto che Ravegnani ha scritto in proposito un capitolo, il primo. Nel secondo tuttavia c’è già l’incontro con i bizantini, in una successione temporale logica, ma è nel terzo capitolo che più diffusamente si parla delle origini, con le diverse fonti che vanno dalla fondazione al sorgere di leggende quale quella relativa alla traslazione del corpo di San Marco, patrono della città. Tuttavia Venezia non è ancora una città sul mare, ma in riva al mare e diventerà con le caratteristiche odierne solo dallo scontro fra Bizantini e Longobardi che costringerà gli inermi veneziani a trovare scampo dentro la laguna.
Nei due capitoli successivi segue l’evoluzione della città bizantina, fino all’indipendenza, svincolandosi da Bisanzio senza tuttavia una rottura netta, grazie a vari trattati militari e commerciali siglati allo scopo; i patti però non hanno durata illimitata, tanto che nel 1202 con l’inizio della quarta crociata, a cui Venezia partecipa attivamente, Bisanzio finisce con il diventare un nemico e già nel 1204 c’è la caduta di Costantinopoli.
Ravegnani è indubbiamente pragmatico, il mito figura nella narrazione a puro titolo di conoscenza, pur senza respingerlo in toto, visto appunto che quasi sempre presenta un fondo di verità. Ed è una storia lunga, è quella di alcune isole lagunari già abitate in epoca romana, successivamente pervenute a costituire un’unica entità che poi sarebbe diventata per diversi secoli la più grande potenza navale dell’Adriatico e dell’Egeo e che oggi con i suoi canali e i suoi edifici storici incanta il mondo.

I delitti della salina - Francesco Abate

Molti credono che sia facile scrivere un romanzo giallo, ma non è così; a parte che già è difficile scrivere bene, i fondamenti di un poliziesco (il delitto, le indagini, la soluzione del caso) devono essere ben studiati per non incorrere in esiti (leggasi scoperta del colpevole o dei colpevoli) campati in aria. Da un po’ di tempo poi c’è l’abitudine dei narratori di scrivere romanzi dove la trama gialla è solo un pretesto, una sorta di impalcatura intorno alla quale parlare di ben altro, ma se in tal caso la vicenda poliziesca può anche essere esile, tuttavia deve presentare aspetti di logicità. Inoltre, predominante è la ricerca di un protagonista che risulti azzeccato, gradito al pubblico dei lettori.
Francesco Abate, quando ha scritto I delitti delle saline, deve aver tenuto a mente agli inizi questi aspetti fondamentali, ma poi, complice una struttura “pericolante”, li ha persi per strada. Eppure l’ambientazione particolare in una città come Cagliari agli inizi del secolo scorso, una protagonista femminile, Clara Simon, una mezzosangue, in quanto figlia di una cinese, morta nel darla alla luce, e di un capitano sardo, disperso nel corso della rivolta dei boxer, una donna indomita che brama fare la giornalista, nonostante gli ostacoli posti da una società maschilista, la scomparsa di tanti poveri bambini, degli sciuscià, sono tutti elementi che facevano ben sperare. Vero è che il ritmo, peraltro discontinuo, risulta anche troppo blando, ma mano mano andavo avanti con la lettura mi sono incuriosito non poco di queste misteriose sparizioni, con due piccoli che saranno ritrovati cadaveri, peraltro di morte non violenta.
Giunto a metà, però, ho cominciato a insospettirmi, perché l’autore si è messo a tirare un po’ troppo la corda, e mi sono detto che speravo solo che non finisse tutto in una bolla di sapone.
Finalmente nelle ultime pagine si è arrivati alla soluzione, ma purtroppo, come si suol dire, è cascato l’asino. In un combattimento con contrabbandieri realizzato in modo ben poco interessante si è innestata una vicenda da diabolico dottor Mabuse, con lo scienziato pazzo che ha modo di mostrare la sua follia in un ambiente che ricorda i film horror.
Insomma, la conclusione non solo non sta in piedi, ma è mal realizzata.
Forse Francesco Abate sarà anche capace di scrivere un poliziesco, ma questa volta ha toppato alla grande.

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