RENZO MONTAGNOLI

Vedi tutti i suoi post
Vedi tutti

Ultime recensioni inserite

Dante - Marco Santagata

Dopo la lettura di Dante, la biografia scritta do Alessandro Barbero, ho ritenuto opportuno leggere quella frutto delle mani sapienti di Marco Santagata, che più che storico è famoso quale esperto della poesia italiana del XIII e del XIV secolo, in particolare di quella di Petrarca e di Dante. Nonostante il sottotitolo sia “Il romanzo della sua vita” non è assolutamente una fiction, bensì è una biografia che riesce sapientemente a integrare il periodo storico con l’attività letteraria di Dante Alighieri. Qualcosa di simile aveva fatto anche Barbero, privilegiando però l’aspetto storico, mentre invece l’opera di Santagata è di carattere storico-letterario, circostanza che, se da un lato rende meno facile e scorrevole la lettura, dall’altro presenta una completezza di notevole rilievo. Pagina dopo pagina, seguendo il corso della vita del poeta fiorentino e delle vicende storiche dell’epoca, in particolare di Firenze, si delinea la figura di un personaggio egocentrico, un uomo di indubbie qualità, ma che è convinto di essere un predestinato, un essere superiore agli altri in tutti i campi, ma che purtroppo per lui lo era solo in campo letterario. Un “io” così smisurato che lo faceva sentire come un inviato da Dio per salvare l’umanità era facile che finisse con lo scontrarsi con una realtà in cui diveniva vittima di se stesso, giacché, se la politica non era certamente nelle sue qualità, lui invece era convinto di essere un genio anche in quel campo, con i risultati che comportarono il suo esilio perpetuo e fecero di lui un esule alla disperata ricerca di un rifugio.
Santagata riesce nell’arduo compito di scrivere una biografia congiunta a un’analisi delle sue opere, così che risulta una completezza della figura del Dante uomo e del Dante artista, in grado di aiutarci a comprendere anche non pochi passi del suo lavoro migliore, la Divina Commedia.
Quindi, come ho sopra precisato, non ci troviamo di fronte a quel genere che con un anglicismo viene chiamato fiction, bensì a un testo scientifico elaborato però in modo da essere reso accessibile ai più, insomma non un libro greve e di difficile comprensione, bensì un discorso notevolmente approfondito, e pur tuttavia scorrevole, che non stanca e avvince invece.
Se la persona di un Dante egocentrico può a tratti apparire irritante, il prezzo pagato, cioè quell’incertezza che lo accompagnerà durante tutto l’esilio fino alla morte e che gli farà scrivere nel Paradiso (XVII 58 – 60)  “Tu proverà sì come sa di sale / Il pane altrui, e com’è duro calle / lo scendere e 'l salir per l'altrui scale.”, ci restituisce alla fine un uomo da ammirare per le sue grandi qualità letterarie, ma anche da compiangere per un destino così avverso che lo ha reso esule e alla mercé della benevolenza di coloro presso cui temporaneamente si rifugiava e che provvedevano al suo sostentamento.
C’è anche dell’altro, però, e cioè il disegno di un’epoca in cui imperano i comuni e che vede Firenze, fra alterne vicende, in crescita, quella Firenze le cui ricchezze artistiche sono oggi sotto gli occhi di tutti, ma che in quel tempo erano appena abbozzate, ancora al di là da venire, e allora viene da chiedersi che cosa avrebbe detto Dante se fosse potuto rientrare nella sua città diventata uno scrigno d’arte. Credo che avrebbe pensato che, come nella sua Commedia, dopo il periodo dell’Inferno e del Purgatorio fosse arrivato per lui il Paradiso.
Da leggere e rileggere.

L'amico ritrovato - Fred Uhlman

L’amico ritrovato è una novella (troppo corto per essere classificato come romanzo breve) che narra di un’amicizia scolastica nata fra due ragazzi di estrazione sociale completamente diversa. Uno, Hans, è un ebreo figlio di un medico stimato ed eroe della Grande Guerra, l’altro, Konradin, è il rampollo di una primaria casata nobiliare. La vicenda si svolge in Germania nel 1933, quando il nazismo arrembante non è ancora riuscito a insediarsi con i pieni poteri, anche se spira un’aria che non lascia presagire nulla di buono, tranne per chi è convinto che il destino del popolo tedesco sia di comandare il mondo. E’ un’amicizia che nasce più per volontà del ragazzino borghese che per quella del nobile, anche se poi si instaurerà fra loro un legame fraterno. Le differenze di classe sembrano, nel loro caso, inesistenti, e nemmeno le convinzioni di superiorità degli ariani sugli ebrei sembrano incrinare una relazione e un vincolo del tutto esclusivo, senza che ci sia posto per l’ingresso di altri ragazzi . Poi, però, quando Hitler sale al potere e iniziano le prime ostilità razziali, il vento dell’odio finirà per travolgere quella che era stato un grande, sublime legame. Il ragazzino ebreo è inviato dai genitori negli Stati Uniti, nel timore, per nulla infondato, che le cose non possano che peggiorare, mentre il nobile, la cui famiglia e anche lui stesso sono filo nazisti, sparisce semplicemente dalla scena, tanto che Hans se ne ricorderà quasi per caso dopo una trentina di anni, allorché gli arriva una lettera proveniente dal liceo che aveva frequentato, in cui c’è la richiesta di un contributo per la costruzione di un monumento agli studenti scomparsi durante la seconda guerra mondiale e di cui allegano un elenco. Sono tanti, troppi, ma lui è indeciso se leggere temendo di trovare anche il nome di Konradin, poi si decide e...Non intendo andare oltre, lascio che sia il lettore a proseguire, perché ho un nodo alla gola e le lacrime agli occhi.
Uhlman è riuscito a scrivere un gioiellino, con uno stile misurato, mai enfatico, è stato capace di rappresentarci perfettamente la nascita di un’amicizia giovanile, che è in parte di infatuazione. Non ha mai spinto sull’acceleratore della facile commozione, ha tenuto lontana la retorica, è stato spesso di una semplicità disarmante, non disgiunta tuttavia da una capacità di scavare nell’animo dei protagonisti, il tutto supportato da una vena poetica che qua e là traspare.
Imperdibile.

Le scarpe al sole - Paolo Monelli

Mettere le scarpe al sole, nel gergo degli alpini, significa perdere la vita in battaglia e di alpini che muoiono colpiti da un proiettile o dilaniati da una bomba ce ne sono tanti in questo libro scritto da Paolo Monelli, un riuscitissimo diario sulla sua esperienza di vita nel corso della Grande Guerra. E’ quasi per caso che mi sono accostato a quest’opera e il merito è di mia madre, ormai scomparsa, che in verità ebbe a parlarmi dell’omonimo film, uscito nel 1935, diretto da Marco Elter, tratto dal libro, per quanto modificato nella trama, ma senza perderne lo spirito. Considerata l’epoca, nel pieno del ventennio, ci sarebbe da aspettarsi sia nel libro di Monelli che nel film l’esaltazione dei valori patriottici, il richiamo al popolo guerriero, una retorica assidua, e invece non è per fortuna così. Passo ovviamente allo scritto, tanto più che non ho visto la pellicola, e dico subito che a un iniziale sconcerto per lo stile che mescola, apparentemente alla rinfusa, riflessioni, ispirazioni poetiche, anche versi, gerghi militari e dialetti, è seguita una crescente attenzione, perché pagina dopo pagina si è aperto quello che è il sottotitolo (Cronache di gaie e tristi avventure di alpini, di muli e di vino), un mondo tutto nuovo in cui all’atrocità della guerra si contrappone un cameratismo in cui la solidarietà è un obbligo sentito; inoltre si combatte, rassegnati, sovente anche motivati, ma senza odio verso il nemico che anzi si considera un’altra vittima di decisioni che vengono dall’alto, fra una bevuta e l’altra di vino, l’autentica benzina che fa andare avanti un motore umano che altrimenti scapperebbe a gambe levate. Si beve insieme e si muore insieme, si patisce il freddo dell’inverno, ci si inzuppa con le piogge autunnali, non si ama la guerra che però viene considerata una necessità per raggiungere lo scopo di un’Italia più ampia e diversa. Il protagonista principale, il tenente Paolo Monelli, partecipa e registra poi sul suo diario, descrive l’orrore, ma anche la bellezza della natura, va all’assalto senza odio, ama i suoi compagni e detesta gli imboscati, è un uomo a cui con il conflitto è sottratta la giovinezza e che matura amaramente giorno dopo giorno.
Verrà anche la prigionia, la fame, la fuga dal lager e la cattura, la pietà dei carcerieri austriaci, affamati come i detenuti, eppure spesso compassionevoli. Se la guerra è una gran brutta bestia, la successiva pace sarà ancora peggio, perché l’Italia allargata ritorna quella di prima, non ha nessun rispetto per i reduci e soprattutto per quelli che tornano dalla prigionia, illusi di rinascere a nuova vita.
Per certi aspetti Le scarpe al sole mi ricorda Giorni di guerra, di Giovanni Comisso, con una differenza però: nel primo rifulge il valore dell’amicizia, in grado di aiutare a sopportare ogni tormento, con le colossali bevute in compagnia, mentre nel secondo la guerra è vista come un’avventura con gli occhi di un soldato che ancora crede di giocare, ma che maturerà di colpo in occasione della disfatta di Caporetto. In entrambi i casi si tratta di libri di particolare valore, in grado di attrarre dall’inizio alla fine, e che hanno il pregio di non esaltare mai la guerra.

La vita eterna - Ferdinando Camon

Ritengo opportuna una premessa, facendo ricorso alla memoria che di tanto in tanto fa riaffiorare accadimenti della mia prima infanzia, per spiegare il mio particolare interesse per questo bellissimo libro.
Molti oggi, tranne forse i più anziani, non sanno com'era, fino a non tanti anni fa, la vita nelle campagne. Io avevo degli zii che lavoravano la terra, non di loro proprietà, anzi alle dipendenze di quello che noi oggi, nei rapporti sindacali, definiamo ancora padrone, un uomo che per discendenza era sempre stato un padrone.
Per i contadini era una vita misera, fatta di cibo scarso e non vario (ricordo che a mezzogiorno c'era l'immancabile minestra di verdure con il riso di Napoli e alla sera un uovo sodo con l'insalata; il pane si vedeva solo la domenica e durante gli altri giorni della settimana era sempre presente la polenta). Il progresso, intervenuto con la fase industriale, non aveva scalfito questo modo di vivere, proprio di una civiltà immobile nel tempo, con una vita avara di soddisfazioni, animata al di fuori del lavoro nei campi - quando il lavoro c'era, perché spesso mancava - solo da racconti tramandati da secoli, frutto di un paganesimo cristiano impregnato di superstizione e di ignoranza. Quest'ultima era un comune denominatore, perché quasi nessuno sapeva leggere o scrivere e quei pochi che vi riuscivano cercavano, a modo loro, di ribellarsi, di incidere, rivoltandolo, quel modo di vivere. Che fossero anarchici o socialisti, come allora venivano chiamati, in ogni caso erano malvisti, considerati teste calde, sovvertitori di un ordine immutabile nel tempo.
Poi, quasi all'improvviso, questo mondo è stato stravolto e giustamente Ferdinando Camon, nel corso dell'intervista che gli ho effettuato, ha citato al riguardo Charles Péguy, un poeta francese che ha scritto che “la fine della civiltà contadina è il più grande evento della storia, dopo la nascita di Cristo”.
Così, che quando un caro amico mi ha parlato a grandi linee di questo libro, ho provato immediato il desiderio di leggerlo, perché attendevo da tempo un romanzo che parlasse di questa civiltà che non c'è più, sostituita dall'industria anche nell'attività dei campi.
Una pagina dopo l'altra, la prosa asciutta, non idilliaca, anzi lontana da certe visioni della vita agreste proprie dei grandi poeti latini e in particolare di Virgilio, mi ha avvinto e così, mentre leggevo, ho cominciato a vedere dei campi riarsi dal sole o raggelati dal freddo dell'inverno, della povera gente intenta a un lavoro duro e ben poco retribuito, ho sentito la puzza delle stalle, sono entrato in un'atmosfera immobile di miseria senza barlumi di speranza.

Ferdinando Camon ha dedicato questo libro a questa povera gente, inserendosi nel solco di altri che lo hanno preceduto, magari con intenti diversi, come Verga, Faulkner, oppure Saramago.
La sua, però, non è una narrazione asettica, ma nemmeno c'è l'abbandono alla retorica, semplicemente c'è il desiderio di portare la luce a una moltitudine di ombre, senza ricorrere all'enfasi, bensì permeando le parole di un grande senso di pietà.
E' la sua gente, anche lui è nato in campagna e ha vissuto la giovinezza in quell'ambiente che poi il boom economico degli anni sessanta ha sconvolto, ha trasformato così radicalmente al punto di poter affermare che oggi la civiltà contadina è solo un ricordo, anzi senza il suo libro non sarebbe nemmeno questo.

Provate a pensare a un modo di vivere rimasto sostanzialmente inalterato nei secoli e perciò figurativamente eterno, considerate che era il ceto più basso, in cui la solidarietà e la superstizione erano gli aspetti salienti, se pur contrastanti, di un'esistenza il cui ritmo era scandito dall'avvicendarsi del giorno con la notte e delle stagioni, e dove tutto iniziava con la nascita, proseguendo quasi per inerzia fino alla morte, sovente prematura; avrete così un'idea, ma solo approssimativa, perché per capire veramente e per comprendere è indispensabile la lettura di questo romanzo.
Pagina dopo pagina sembra di tornare indietro di secoli, benché questa realtà, immobile, sia stata presente fino a una cinquantina di anni fa. E' un mondo che si è estinto e che volutamente è stato cancellato dalla memoria come se fosse un qualche cosa di cui vergognarsi, come se quella miseria fosse un vizio capitale, da seppellire sotto coltri di reticenze.
La penna di Camon, che passa indifferentemente dall'epoca attuale al medioevo, da questo alla disfatta di Caporetto, e poi a quel guizzo di vitalità che è stata la resistenza, restituisce al lettore questa civiltà. Le pagine sulla ribellione alla dura repressione tedesca non sono celebrative, ma tendono solo a onorare la memoria di quanti, e non furono pochi, si scossero da un lungo torpore, anche a prezzo della vita, per poi ritornare, ombre nella notte, nel loro lungo silenzio, fino agli anni sessanta, quando la luce elettrica e la televisione svelò loro un altro mondo, meno di fatica, più di soddisfazione materiale, a cui finirono per abbandonarsi, perdendo la loro identità.

Questa comunità di poveri, dove il povero, secondo Camon, è l'uomo che non ha scampo ed è tale perché pure i suoi antenati non hanno avuto scampo, non ha personaggi che si staccano sugli altri, ma c'è un solo protagonista: essa stessa.
Se c'è un libro che ha reso giustizia a una civiltà, facendola conoscere alle generazioni attuali e a quelle future, è proprio questo e credo di poter dire che l'autore è stato un cantore di ciò che per tanto tempo fu e mai più sarà.
La vita eterna non è solo un romanzo molto bello, è molto di più, è un capolavoro.

Memorie di Adriano - Marguerite Yourcenar

“Piccola anima smarrita e soave, compagna e ospite del corpo, ora t'appresti a scendere in luoghi incolori, ardui e spogli, ove non avrai più gli svaghi consueti. Un istante ancora, guardiamo insieme le rive familiari, le cose che certamente non vedremo mai più… Cerchiamo d'entrare nella morte a occhi aperti…”
Con i versi della poesia che Adriano scrisse lo stesso giorno della morte termina lo stupendo romanzo di Marguerite Yourcenar.
Frutto di un lavoro di ricerca durato anni, di un'indagine attenta e laboriosa, rappresenta un ritratto di fulgida bellezza di questo imperatore.

Come raccontare la storia di un uomo, del suo modo di vedere, di ascoltare, di sentire, dando un quadro della sua grandezza? Come riconoscergli l'immortalità, una vita oltre la morte?
L'autrice parte da dati storici, da tracce, da scritti anche autografi e, anziché narrare la sua vita, fa parlare lo stesso Adriano, che ripercorre le tappe della sua esistenza, in una sorta di monologo interiore, per mezzo di una lunga lettera che scrive a Marco Aurelio.
E' un uomo vecchio, malato, ormai incapace di sopportare i pesi di governo quello che ci viene rappresentato, in una sorte di poema d'amore alla vita.

E così Adriano racconta della sua ascesa agli alti gradi militari, le campagne di guerra condotte con capacità nonostante lui ami la pace, il rispetto per l'avversario mai definito nemico, il desiderio di conoscenza che non lo abbandonerà poi, il matrimonio di convenienza che lo lascerà insoddisfatto, le astuzie e gli intrallazzi per arrivare al trono, l'amore per il giovane Antinoo, il dolore disperato per la sua morte, sentimenti, emozioni e passioni di un uomo per il quale tuttavia il senso del dovere e dello stato vengono sopra ogni cosa, in quella responsabilità, che avverte sempre presente, della bellezza del mondo.
E lui è uomo in tutto, anche nel vivere la sua morte, nelle profonde riflessioni del suo ultimo scorcio di vita, nell'accettazione rassegnata del destino, consapevole della gravità del suo stato, nei suoi sentimenti di riconoscenza per chi gli è sempre stato vicino e che non l'abbandonerà fino al momento fatale.

In questo contesto l'autrice ha il merito di essersi messa al servizio del personaggio, quasi nella veste del messaggero che porterà la lettera; sempre fedele ai fatti, tutto il resto è affidato alla sua grande sensibilità.
Ne esce un Adriano di grandissimo spessore, ma uomo come noi, alla continua ricerca di un modo per conciliare dovere e felicità, sentimenti e intelligenza, sogni e realtà.
Così, mentre consegna le sue spoglie mortali all'Ade, l'autrice ne immortala il ricordo in un autentico capolavoro della letteratura, un libro da leggere e rileggere, un raro esempio del felice incontro di due grandi: Publio Elio Traiano Adriano e Marguerite Yourcenar.

Seguono poi i Taccuini di appunti, con i quali si può verificare l'accurata meticolosità del lavoro intrapreso, nonché l'interessante resoconto della traduttrice Lidia Storoni Mazzolani.

L'opera al nero - Marguerite Yourcenar

Quando Marguerite Yourcenar scrive nel 1968 L'opera al nero sono già trascorsi più di cinque lustri dalla prima edizione di Memorie di Adriano, che può essere considerato il suo libro più riuscito e, in assoluto, un capolavoro. Il suo è un ritorno al romanzo storico, un genere che le è indubbiamente congeniale e che appunto con Memorie di Adriano le ha dato fama e risonanza a livello mondiale. Se però nel descrivere la crisi che colpisce l'imperatore illuminato, ormai prossimo alla morte, evoca anche l'atmosfera della grande Roma ormai incamminata verso la sua fine, con L'opera al nero, nel narrarci della vita del medico e alchimista Zenone, ci mostra splendidamente il passaggio storico dal Medioevo al Rinascimento. Marguerite Yourcenar non si limita a un grande affresco di un'epoca di transizione all'evo moderno, in cui convivono le rigide e apparentemente immutabili regole di un periodo oscuro con i primi bagliori di luce della nascita di una nuova era in cui l'uomo ambisce a squarciare il pesante telo di ignoranza e di superstizione, ma va più a fondo, e come nel caso di Adriano, instaura un dialogo fra l'essere e la sua anima, fra la materialità del corpo e la sua essenza spirituale, in una ricerca della verità interiore di rara e stupenda bellezza.
Mentre Adriano è esistito veramente, Zenone è esclusivo frutto della creatività, pur se influenzata indubbiamente dalla vita di personaggi dell'epoca quali Paracelso e Tommaso Campanella. Al pari di questi uomini dotti e famosi, il povero medico e alchimista ha dovuto subire le conseguenze derivanti dall'essere un anticipatore dei tempi nuovi. Precorrere nuove idee che un giorno andranno ad affermarsi è sempre un rischio e a tal riguardo basti pensare al processo che dovette subire Galileo Galilei. Si viene a determinare così uno scontro fra la razionalità che ammette possibilità diverse e il pensiero dominante che può e deve essere solo unico. Non a caso Zenone, processato per eresia, discutendo con i teologi dice loro queste parole “Non esiste accomodamento durevole tra coloro che cercano, pensano, analizzano e si onorano di pensare domani diversamente da oggi, e coloro che credono o affermano di credere, e obbligano con la pena di morte i loro simili a fare altrettanto.”. E' un'evidente accusa al dogma, a quel credere ciecamente che porta a un assolutismo tale in base al quale anche gli altri sono costretti a credere. Lo sviluppo culturale non può quindi che essere frutto del dubbio, ma ciò significa entrare in aperto contrasto con le religioni imperanti monoteiste, quali il cattolicesimo, il luteranesimo, l'islamismo, in eterno contrasto con la razionalità della scienza e sempre inclini a negarla, non riuscendo, né volendo, tenere separati il soprannaturale e la realtà materiale del mondo in cui si vive.

Zenone è uno spirito libero e come tale vuole condurre la sua esistenza, costretto però per professare le sue idee a usare un nome falso, a nascondersi, a una clandestinità che tuttavia lo ripaga dell'immenso piacere di porsi domande cercando risposte. Come altri uomini nuovi (basti pensare a Giordano Bruno) finirà con l'essere scoperto, processato e condannato a morte; lo spirito di libertà che lo anima, tuttavia, gli impedirà di essere consegnato al carnefice e così la sera prima dell'esecuzione in un ultimo atto di ribellione si toglierà la vita.
L'opera al nero è un romanzo avvincente e dai profondi significati; la lettura, quindi, è vivamente raccomandata.

La Resistenza della Provincia Mantovana (1943-1945) - Carlo Benfatti

La pianura, con le montagne piuttosto lontane, non è mai stato il terreno ideale di una guerra per bande, ma ciò nonostante la Resistenza fu ben presente nei territori pianeggianti, fra i quali quello della provincia di Mantova e a chi, nelle più svariate forme diede il suo contributo, è dedicato questo libro di storia, scritto da Carlo Benfatti con rigore e senza ombra di retorica. In tutta sincerità ero convinto che i partigiani, a parte la sollevazione negli ultimi giorni di guerra, si fossero limitati ad attività di propaganda o anche a esecuzioni di fascisti e di nazisti meritevoli di questa fine per la loro crudeltà; non avevo mai pensato che ci fossero state delle vere e proprie battaglie, convinto che al più ci fosse stata qualche scaramuccia. Mi sbagliavo e solo grazie alla lettura di questo libro ho potuto avere un quadro esauriente di quel che in effetti fu la resistenza in provincia di Mantova, con il suo contributo di uomini caduti in battaglia o trucidati, non pochi, anzi purtroppo tanti. Il lavoro di Benfatti, sempre supportato da idonea documentazione, è stato molto organico, delineando le svariate forme di opposizione al nazi-fascismo, da quelle passive dei renitenti alla leva o dei soldati imprigionati nei lager dopo l’8 settembre 1943 che dissero no a un arruolamento nella Repubblica Sociale Italiana, nonostante le difficilissime condizioni di vita dietro il filo spinato, a quelle attive, cioè di coloro che imbracciarono le armi, compiendo sabotaggi e rendendo insicura l’occupazione. Fra queste due forme estreme ci sono poi quei cittadini che aiutavano i prigionieri a scappare, quelli che nascondevano soldati alleati ed ebrei, altri che osservavano e passavano notizie di carattere militare ad altri che le trasmettevano agli alleati. Tranne nel caso della resistenza passiva dei prigionieri dei lager, tutti gli altri commettevano azioni di ribellione punite duramente dall’occupante, che non esitava a torturare sperando in delazioni.
Quello che mi ha più colpito, però, è che i caduti, come ho già scritto tanti, siano stati in numero assai più rilevante nei giorni convulsi immediatamente prima e subito dopo il 25 aprile 1945, data assunta per convenzione come quello della Liberazione. Il motivo c’è, perché da un lato troviamo i partigiani che vogliono liberare il loro territorio prima dell’arrivo degli alleati e si tratta di gente che sovente ha un armamento inadeguato e poca esperienza, entusiasti assai, ma proprio per questo poco prudenti; dall’altro lato ci sono i nazisti in ritirata, che vogliono tornare in Germania, seguiti dagli irriducibili dei fascisti che desiderano ritagliarsi una parte in questo crepuscolo degli dei, in ogni caso truppe disposte a tutto, vendicative, cattive oltre ogni immaginazione, che desiderano portare con loro, nel rogo che li divora, quanti più nemici possibili. In quei giorni non si hanno vere e proprie battaglie, come quella di Monte Casale, ma scontri locali, in cui spesso vittime sono proprio i partigiani.
Delle diverse forme resistenziali, delle battaglie sostenute, di questi scontri di fine guerra Benfatti offre al lettore un’ampia narrazione, mai generica, ma sempre assai precisa, così che non sarà difficile per più di un mantovano trovare fra i combattenti, in particolare per quelli caduti, un parente, della cui morte aveva avuto una generica descrizione e che nel libro trova invece una sua precisa collocazione, con tanto di data, parte del giorno, del come avvenne.
Credo che La Resistenza della provincia mantovana abbia una completezza difficilmente eguagliabile e costituisca un testo indispensabile, in un’epoca in cui la memoria va accorciandosi, per sapere quante lacrime e sangue siano alla base della nostra libertà e democrazia.

I centodelitti - Giorgio Scerbanenco

Giorgio Scerbanenco aveva un incredibile talento creativo che, unito a uno stile dinamico, ma elegante, riusciva a interessare e ad avvincere il lettore dalla prima all’ultima pagina. Di queste sue indubbie doti e soprattutto della prima costituisce ampia e completa prova una raccolta di racconti non tutti thriller chiamata Il centodelitti. Non ho contato esattamente il numero delle prose, ma se non è cento manca poco, perché in 638 pagine ce ne sono di abbastanza lunghi, ma anche molti brevissimi, tanta è la capacità di Scerbanenco di narrare una trama dall’inizio alla fine anche in poche righe. L’aspetto più eclatante però è che non si tratta di materiale di modesta levatura, ma invece di assoluta eccellenza, indipendentemente dalla lunghezza. Così a memoria e per fare un esempio mi vengono in mente questi racconti: L’agonizzatoio (la quasi incredibile vicenda di un signore molto anziano che decide di confessare un delitto commesso in gioventù nel lontano 1901 che solo ora vuole espiare, ma non viene creduto, anzi il maresciallo dei carabinieri per liberarsene gli dice che il reato è caduto in prescrizione e che pertanto l’assassino non è perseguibile. Non ha fatto però i conti con un uomo che vuole redimersi, scontando una pena, perché questi allora gli sforna una cadavere fresco fresco), Il ricatto (non è un giallo, ma un racconto brevissimo sulle astuzie fanciullesche per ottenere un bacio), Scuola serale (il particolare metodo di reclutamento dei killer da parte di un’anonima omicidi), Di professione farabutto (quando redimersi ti complica la vita), L’ultimo regalo (un perfetto alibi per una rapina), Quei manifesti, e basta (un racconto, brevissimo, non giallo, ma malinconico), E’ evidente (brevissimo, ma un’autentica perla).
Giunti alla fine del libro, più che soddisfatti, perché è una lettura avvincente, viene da chiedersi perché Scerbanenco non abbia sfruttato meglio tutte queste idee per scrivere qualcosa di più corposo, un romanzo, ma non c’è ovviamente risposta, per quanto, ed è solo una mia impressione, creda che sia stata invece l’occasione di dare libero sfogo alla sua creatività, senza impegnarsi troppo; insomma, almeno in questo caso, il lavoro di scrittore è stato finalizzato al puro divertimento dello stesso.
Non credo che debba aggiungere altro, se non l’invito a leggere Il centodelitti.

La fattoria del Coup de vague - Georges Simenon

La fattoria del Coup de Vague, romanzo scritto da Simenon nel 1938, non è un poliziesco, e nemmeno un noir, ma è un ritratto impietoso non solo della provincia francese, ma anche delle tensioni e degli attriti che sorgono, quasi inevitabilmente, in una famiglia. La vicenda si svolge in un villaggio francese caratterizzato dall’attività della miticoltura e spesso all’interno della fattoria del Coup de Vague, il colpo d’onda. C’è un nipote di nome Jean, un ragazzone di bell’aspetto, che non si sa di chi sia figlio, e due zie zitelle, Hortense ed Emilie, estremamente possessive. Fra una raccolta e l’altra di ostriche (riuscitissime le descrizioni al riguardo) Jean, che è di bell’aspetto, come una farfalla coglie dei giovani fiori e tutto procederebbe tranquillamente se non accadesse che una delle ragazze, Marthe, rimane incinta. Ecco l’avvenimento che travolge come un’ondata la vita di questo nucleo familiare, chiuso e quasi inaccessibile. Dal momento in cui il ragazzone comunicherà alle zie l’incidente, cioè l’aver ingravidato una ragazza, nulla sarà più come prima e avverranno una serie di fatti, strettamente concatenati, che riveleranno un mondo di grettezza e di malanimo. Però le carie zie, le megere per gli altri abitanti del villaggio, faranno di tutto per ristabilire la situazione come era sempre stata prima del fatto e poco a poco ci riusciranno.
Come ho detto sopra il romanzo non è un giallo, ma la tensione è ugualmente sempre palpabile, come se da un momento all’altro una situazione, già difficile, dovesse precipitare, mentre emergono conflitti, odi quasi atavici e il tutto mentre matura e si sviluppa un complotto di restaurazione con protagoniste Hortense ed Emilie e figurante, succube, Jean.
La vicenda è squallida e la penna di Simenon riesce a far crescere nella melma, oltre ai mitili, anche le personalità di individui che vogliono che nulla cambi, che il mondo, il loro piccolo mondo, fatto di gesti ripetuti, di possessività nemmeno tanto nascoste, resti sempre quello.
Come al solito la descrizione degli ambienti e delle atmosfere è impeccabile, mentre a volte l’analisi psicologica segue un percorso più accidentato, a volte di grande efficacia, altre invece un po’ monotona. Comunque, nel complesso, La fattoria del Coup de Vague è un buon romanzo.

La lunga notte - Leonardo Gori

Credo che per Leonardo Gori Bruno Arcieri sia non solo il personaggio che ha creato, ma anche un amico ideale in cui si riflettono le sue sensazioni ed emozioni; del resto non potrebbe essere altrimenti, perché con La lunga notte siamo arrivati al tredicesimo episodio che, nella circostanza, vede impegnato l’eccellente ufficiale dei carabinieri in una delicatissima missione che si svolge, per lo più a Roma, dal 6 al 9 settembre 1943. Si tratta di quattro giorni fatidici, quelli che precedono e seguono immediatamente l’8 settembre, allorché il messaggio di Badoglio alla nazione, alquanto sibillino, annunciava l’intervenuto armistizio con gli anglo americani. Si tratta, ancor oggi, di un tema scottante, di cui non è facile parlare, perché un atto così determinante comportò l’abbandono dell’Italia e degli italiani al prevedibile risentimento dei tedeschi, con la vergognosa fuga del re e della sua corte con ogni probabilità mercanteggiata con i nazisti. E per fortuna che Vittorio Emanuele III era soprannominato il re guerriero, ma di certo gli si addiceva molto di più l’appellativo di re sciaboletta, a causa della sua bassa statura, anche morale.
Alla luce di questi fatti Gori ha dovuto procedere con particolare attenzione riproducendo, sulla base della documentazione storica, quanto effettivamente avvenne, inserendo il personaggio del Capitano Arcieri con congruità rispetto agli avvenimenti. La sua missione è quella di far da interprete, ma anche di spiare, due alti ufficiali americani fatti venire a Roma per discutere dei piani di difesa della capitale. In questa vicenda si inserisce poi un’altra, nel non facile rapporto con la bella Elena Contini, coinvolta addirittura in un caso di omicidio.
Leonardo Gori si destreggia bene in una trama in cui sembrano maturare nuove congiure, con gli alti comandi che conducono un doppio gioco, un tira e molla che spazientisce gli americani che finiranno per rinunciare alla difesa di Roma, così come preteso da Badoglio e che fu probabilmente uno dei termini degli accordi con i tedeschi per permette al re di fuggire. In questo guazzabuglio lo sfacelo di un regime è reso splendidamente, tanto che sembra di respirare un’aria marcescente, con personaggi di primo piano che hanno perso completamente il senso dell’onore e che ignorano ciò che vuol dire il termine dignità; così tutti pensano solo all’interesse personale, a mettersi in salvo, tutti meno il capitano Bruno Arcieri.
La serie mi è piaciuta tutta nel complesso, magari con qualche episodio che ho gradito meno, ma credo che il livello qualitativo si sia mantenuto buono. Questo tredicesimo, tuttavia, anche per le difficoltà che comportano la vicenda storica e per la capacità dell’autore di attenersi strettamente ai fatti è indubbiamente di notevole qualità, tanto che credo si possa considerare come il capolavoro di Leonardo Gori.
Non è un problema quindi consigliarne la lettura, anzi mi sento di raccomandarla vivamente.

Carta bianca - Carlo Lucarelli

Il commissario De Luca, con l’approssimarsi della fine della guerra (la vicenda si svolge nell’aprile del 1945) intende rimediare all’errore di essere a suo tempo passato nei ranghi della polizia politica e il giorno stesso in cui è di nuovo alle dipendenze della Questura viene scoperto l’omicidio di tale Rehinard, un bellimbusto ammazzato con un taglia carte e successivamente evirato, un delitto che per le sue modalità e soprattutto per quella mutilazione si può pensare sia stato commesso da una donna, magari tradita. Infatti, la vittima, di bell’aspetto, coltivava molte amicizie femminili, soprattutto di quelle che contano, cioè mogli o parenti strette di influenti elementi del regime. De Luca si avventura quindi in un campo minato, ma ha il pieno appoggio, anzi l’aperto stimolo a indagare, del Questore e del segretario del Fascio. In realtà a questi due interessa ben poco scoprire la verità, ma vogliono mettere nel sacco un personaggio di rilievo, quale il conte Tedesco, favorendo un fascista molto legato a Mussolini. De Luca quindi avvia un’indagine dove nulla è ciò che appare, dove si seminano indizi e si cancellano prove e in cui si deve procedere con i piedi di piombo, ma guardandosi le spalle, non solo per il timore di attacchi dei partigiani, ma soprattutto perchè la propria parte si presenta fluttuante, amica solo in apparenza. Alla fine, con altri morti ammazzati che depistano l’indagine, De Luca ha un intuito che lo porta a risolvere il caso e mentre in auto sta portando il colpevole in questura incrocia il veicolo del suo precedente comandante della Sezione politica che gli comunica che gli Alleati, passato il Po, sono prossimi ad arrivare e lo invita a salire sul suo mezzo per fuggire più a nord; il commissario, a conoscenza del fatto che il suo nome è inserito nella lista di quelli da eliminare stilata dai partigiani, aderisce suo malgrado.
Carta bianca, benché sia un romanzo breve (solo 107 pagine), è intenso come pochi e in grado di avvincere, trasmettendo al lettore la tensione del periodo storico; gli ultimi giorni di un regime morente, con tutti gli intrallazzi dei coinvolti per salvare la pelle, sono resi benissimo, tanto che si ha netta l’impressione che l’aspetto poliziesco sia solo un pretesto che ha escogitato Lucarelli per parlarci della dissoluzione della Repubblica Sociale Italiana e del fascismo. Posso dire che l’intento del narratore emiliano è riuscito pienamente, tanto che sovente si respira un’aria marcescente, mentre tanti scappano impauriti, ma intenti a compiere gli ultimi gesti di potere, come se chi ha dato vita a una tragedia volesse esserne fino in ultimo il protagonista.
Da leggere, il romanzo merita senz’altro.

Mario Rigoni Stern - Giuseppe Mendicino

Mario Rigoni Stern è da considerarsi, senza remore, uno dei migliori scrittori, a livello mondiale, dello scorso secolo, un uomo che scriveva la sua quotidiana esperienza, cioè stilava un’opera lasciando ben poco spazio alla fantasia. Del resto lui stesso ne era consapevole, tanto che amava definirsi “un narratore che racconta quello che ha visto e vissuto”. E che narratore, vien da dire, capace di avvincere con uno stile sobrio, sovente venato da un estro poetico, in grado di essere presente attraverso le pagine, tanto da immaginarlo lì davanti a raccontare, seduto in poltrona, accanto al fuoco di un camino. Certo che la vita che ha condotto e soprattutto la guerra nel suo aspetto più orrendo sono state un insegnamento pratico che ha dovuto accettare e di cui non ha mai cessato di parlare, da pacifista, non da guerrafondaio. Sono tuttavia sicuro che anche se non ci fosse stata la tragica esperienza del secondo conflitto mondiale avrebbe trovato facilmente tanti argomenti da rendere oggetto della sua prosa, dalla storia travagliata del suo paese Asiago durante la Grande Guerra all’apparente monotona vita dei suoi ultimi sessant’anni, capace come era di saper osservare e guardarsi intorno, cogliendo nella natura la bellezza e il mistero, pronto a esternare le sue sensazioni ed emozioni. E’ inutile che dica che è uno dei miei autori preferiti, di cui ho letto praticamente tutta la produzione e per il quale ho scritto una monografia, di grande impegno, ma dai risultati modesti se paragonati alla stupenda biografia uscita dalla penna di Giuseppe Mendicino, che l’ha conosciuto nella seconda parte della sua vita.
Mario Rigoni Stern Vita guerre e libri è un’opera straordinaria, di notevolissimo interesse, perché l’autore è riuscito nel non certo facile compito di far rivivere lo scrittore asiaghese, tanto che, come nei suoi libri, sembra davanti al lettore, la stessa sensazione che si ritrae in questa sua biografia, completa senza essere greve, un libro indispensabile per chi voglia iniziare a leggere gli scritti di Rigoni Stern, ma anche utilissima per chi ne ha in corso la lettura. Di grande efficacia è poi l’impostazione, con la descrizione degli eventi di un periodo storico che ritroviamo puntuali in un romanzo, o in un saggio, ovvero ancora in un saggio-romanzo, come in effetti sono quasi tutte le opere di questo grande autore. Giuseppe Mendicino non è certo asettico nello scrivere, vista la conoscenza diretta di Rigoni Stern, ma non usa mai toni eccessivi, non è smodato nel parlare del valore, il che consente di non essere influenzati nella lettura, da cui però si trarranno considerazioni entusiastiche. Dall’infanzia e dalla giovinezza, passando per gli anni della guerra, fino agli ultimi mesi di vita questa biografia è una vera e propria sinfonia, dove al posto delle note ci sono parole, misurate, eppure così indovinate da riuscire a disegnare un ritratto perfetto, sorretto da una mano ferma e da un lucido entusiasmo. Per quanto volessi ancora dire non potrebbe mai risultare esplicativo e completo come quello che ha scritto Giuseppe Mendicino, ed è con le sue illuminanti parole a chiusura del suo libro che concludo questa recensione: “ Il 16 giugno 2008 Mario Rigoni Stern se n’è andato per sempre, ma non è scomparso. Quando ci fermiamo a guardare una meraviglia della natura o un suo piccolo fuggevole dettaglio, quando siamo incerti su una decisione che mette in gioco il nostro codice etico, quando ci chiediamo quale sia davvero il senso del nostro vivere inquieto, ricordarlo, rileggere le sue pagine, può farci sentite meno soli. E’ questo il suo ultimo dono.”.

La bambola cieca - Giorgio Scerbanenco

Perché qualcuno minaccia di uccidere il chirurgo Augusto Linden se questi opererà il ricco Alberto Déravans facendogli riacquistare la vista perduta in un incidente automobilistico due anni prima? E quando effettivamente il luminare della medicina verrà ucciso, perché si vuole impedire chiunque di effettuare questo intervento chirurgico? Si tratta delle domande logiche che si pone l’investigatore della polizia Arthur Jelling, ma che frullano anche nella mente di chi legge questo riuscitissimo thriller.
Scerbanenco, al suo secondo romanzo dopo Sei ore di preavviso, dimostra il suo innato talento, quella capacità di coinvolgere il lettore, rendendolo partecipe delle indagini di un poliziotto del tutto particolare che opera esclusivamente secondo logica, partendo tuttavia dal suo non comune intuito. Non è un uomo d’azione, anzi ha paura della violenza e prova orrore nel vedere le vittime, ma segue un filo razionale ben preciso, come per esempio quello che lo porta a cercare oggetti che nulla hanno comunemente a che fare con il luogo in cui sono reperiti, cioè cerca quelle che possono sembrare stranezze per i più, ma che hanno una loro ragion d’essere, come per esempio una scatola di fiammiferi tutti senza capocchia in cucina, oppure una bambola priva degli occhi nella sala operatoria della clinica in cui è ricoverato Alberto Déravans per essere sottoposto all’intervento chirurgico agli occhi. Nelle sue indagini si fa spesso accompagnare dal sergente Matchy, il classico uomo d’azione, così che entrambi danno vita a una coppia perfetta, uno la mente e l’altro il braccio; c’è poi il capitano Sunder, diretto superiore di Jelling, burbero e brontolone, un poliziotto vecchia maniera con metodi di investigazione spesso obsoleti, ma intelligente tanto da affidare a Jelling i casi più difficili. E poi c’è qualcuno che interviene ogni tanto e parla in prima persona, l’amico e consulente dottor Berra, professore in psicopatologia, insomma personaggi tutti già presenti nel primo romanzo e quindi protagonisti fissi, ognuno con delle sue caratteristiche proprie e comunque tali da renderli interessanti a chi legge. E’ quasi superfluo che dica che ancora una volta Jelling riuscirà ad assicurare alla giustizia chi ha posto in essere le minacce e ha poi ucciso. Ci arriverà, come al solito, secondo un percorso logico in una trama che sembra fatta apposta, e lo è, per le caratteristiche dell’investigatore, con una serie di pietruzze che, come in un mosaico, vengo a incastrarsi perfettamente, rivelando il nome del colpevole.
La bambola cieca è senz’altro meritevole di lettura.

Alabama - Alessandro Barbero

L’assalto al parlamento americano dei sostenitori di Trump, delusi per la sua mancata rielezione, un vero e proprio arrembaggio di suprematisti, di appartenenti a sette razziste, di individui della violenza più cieca è stato visto da milioni di telespettatori, grazie alle riprese televisive. Una gran parte di questi facinorosi sono del sud degli Stati Uniti, di zone in cui il razzismo non è certo storia recente, anzi ha origini ben lontane, alimentato da chi, come allora, detiene posizioni di privilegio, sostenendo per difenderle la cupa rabbia di gente povera e ignorante, orientata a punire per la loro condizione non i colpevoli, ma i diversi, e fra questi soprattutto i neri, visti come negri, gli schiavi di un tempo a cui mai hanno riconosciuto una parità di diritti con i bianchi.
Questo preambolo potrebbe far pensare che Alabama, l’ultimo romanzo storico di Alessandro Barbero, parli del fatto di cui ho accennato, ma non è così, perché invece è la narrazione di una strage di soldati unionisti neri avvenuta nel corso della guerra di secessione, una storia con cui si mostra il volto di un’America retriva che da allora non è cambiata; è così che la mente corre a episodi più recenti, come l’assassinio di Martin Luther King, leader del movimento per i diritti civili degli afroamericani avvenuto a Memphis (Tennessee) il 4 aprile 1968 e l’assalto del 6 gennaio 2021 al Campidoglio degli Stati Uniti per opera appunto dei delusi sostenitori del presidente uscente Donald Trump.
Barbero è molto abile a descrivere un fatto di circa centocinquant’anni fa con l’escamotage di una giovane studentessa di un college che, poco dopo l’attacco giapponese a Pearl Harbor, per una sua ricerca è riuscita a trovare un superstite della guerra di secessione da cui spera di avere informazioni su una notizia, di cui non ha certezza, secondo la quale al termine di una battaglia i soldati confederati avrebbero massacrato i soldati dell’Unione di pelle nera che si erano arresi. Si dipana così il racconto del reduce solo al termine del quale avremo certezza che la strage è effettivamente avvenuta e che alla stessa lui ha preso parte. Quel che più conta, però, è la storia che l’uomo ricorda dal suo arruolamento fino a quell’episodio, una storia di pochi ricchi piantatori di cotone e di tanti bianchi che tirano avanti alla meno peggio, non schiavi come i neri, ma succubi dei padroni del vapore che abilmente orientano le loro insoddisfazioni verso i lavoratori di pelle nera. Superstizioni, una religione di facciata, l’ignoranza diffusa (la maggior parte sono analfabeti) sono un terreno fertile perché individui frustrati si sentano forti solo con i più deboli e incolpevoli.
E’ un romanzo di forte tensione quello di Barbero, perché pagina dopo pagina nel lungo monologo di questo anziano reduce emergono a poco a poco segnali, tracce, cause che sfoceranno nel massacro. C’era il rischio di stancare il lettore ma non è così perché la narrazione del vecchio è diretta, si ha l’impressione che sia davanti a chi legge, raccontandoci il tutto. Quindi, è un’opera che avvince dalla prima all’ultima pagina, una lettura da cui si esce consapevoli dei motivi di certi comportamenti, fantasmi di un passato che ogni tanto ritornano.

Fiori sopra l'inferno - di Ilaria Tuti

Fiori sopra l’inferno è il romanzo con il quale Ilaria Tutti si è rivelata al pubblico dei lettori, un esordio quindi, e peraltro nel complesso positivo, senza con questo arrivare a formulare certi commenti entusiasti, e francamente eccessivi, che ho avuto occasione di leggere. Come ogni opera del genere (è un thriller) c’è una suspense, un omicidio, delle aggressioni e la ricerca del colpevole affidata all’acume di un commissario di polizia che nel caso specifico è una donna, tale Teresa Battaglia, non giovane, anzi avanti con gli anni. Uno dei segreti dei romanzi di questo genere è l’azzeccata figura dell’investigatore e Ilaria Tutti si è impegnata non poco per portare alla conoscenza dei lettori una persona capace, umana, ma anche vittima di complessi, di paure, frutto di una violenza subita in passato. E’ una figura che attrae con i sentimenti che cerca di celare, ma che anche respinge con un modo di fare burbero, in alcuni casi anche dozzinale, insomma un personaggio che indubbiamente ha connotati non riscontrabili in altri. L’antefatto dell’indagine affidata a Teresa Battaglia è il ritrovamento del corpo di un uomo privato degli occhi, in una giornata d’inverno, nei pressi di Traveni, un paesino sulle montagne del Friuli vicino al confine. A questo atto di violenza ne seguiranno altri, senza però che alle vittime sia tolta la vita e sempre commessi dalla stessa mano, un essere misterioso la cui descrizione, appena accennata, ma illuminante, è certamente un parto felice uscito dalla penna di Ilaria Tuti. Non vado oltre a parlare della trama, piuttosto complessa, tanto che potrei ingenerare confusione nei possibili lettori, e anche perché non c’è di peggio che riassumere un thriller. Preferisco invece soffermarmi su alcune caratteristiche dell’opera, fra le quali spicca uno stile senz’altro personale che, unito alla capacità di ricreare atmosfere e ambientazione, consente a chi legge di lasciarsi avvincere poco a poco, pagina dopo pagina, immerso in una vicenda che scorre velocemente davanti ai suoi occhi, provando lui stesso un brivido di paura nell’attesa della prossima mossa del serial killer, sempre del tutto imprevedibile nei tempi, nei modi e nelle persone offese. C’è di più, però, perché è presente un senso di vera pietà nei confronti di chi commette questi atti orribili (come per esempio strappare a morsi naso e orecchie) in quanto lui stesso, oltre che carnefice, è anche vittima, reso per quel che è da un folle esperimento di cui è stato oggetto fin dai primi giorni della sua vita. Però, se anche lui è una vittima, chi è l’effettivo colpevole, che è stato l’artefice di questo folle esperimento? C’è la risposta a questa domanda ed è un peccato che non sia molto logica, anche se d’effetto. Resta comunque più che apprezzabile l’analisi psicologica dei personaggi, anche se nel caso del commissario Teresa Battaglia si possono osservare delle forzature che si ritrovano anche nel successivo romanzo Ninfa dormiente che, pur presentando i pregi di questo, è caratterizzato da un’accentuazione dei suoi difetti, così che può essere considerato meno riuscito, anche se gradevolmente leggibile.
Mi sento in ogni caso di consigliare la lettura di Fiori sopra l’inferno, al fine di immergersi in un mondo in cui alla bellezza della natura si contrappone l’insano comportamento degli uomini, e alla serenità di boschi e cime innevate si oppone l’orrore che solo una mente malata può creare.

Vedi tutti

Ultimi post inseriti nel Forum

Nessun post ancora inserito nel Forum

I miei scaffali

Le mie ricerche salvate

Non vi sono ricerche pubbliche salvate